La politica come pubblicità

La politica come pubblicità

Resterà nella memoria la manifestazione dei parlamentari pentastellati davanti a Montecitorio per celebrare la vittoria della loro proposta di taglio dei nostri rappresentanti. Una foto-riepilogo di una storia lunga di decenni e che rubrica sotto il titolo “la casta” parlamentarismo e partitismo. La diffidenza, quando non odio, verso il parlamento, è vecchia quanto il parlamento stesso anche se solo in alcuni Paesi, per esempio l’Italia, si è tradotta in regime antiparlamentare e antidemocratico con il fascismo. Questa diffidenza ha fatto sentire la sua voce anche nell’Assemblea costituente con quell’incredibile personaggio che fu Guglielmo Giannini.

Liberista come Friedrich von Hayek, che pubblicò La via verso la schiavitù nel 1943, due anni prima che lui pubblicasse La Folla, il fondatore del Fronte dell’ Uomo Qualunque legò insieme parlamento, elezioni e partiti per concludere che, se si voleva far piazza pulita di tutto questo (della democrazia rappresentativa) occorreva usare il sorteggio per nominare una Camera che doveva solo sorvegliare e giudicare il lavoro ragionieristico del governo, un agente tecnocratico di uno Stato minimo.

All’origine di questo ingegnoso sistema, vi era il disgusto per la politica partitica, per quello spudorato metodo di fare campagna elettorale come si fa una campagna pubblicitaria.
Tramontata la stella di Giannini, non tramonta l’equazione tra partitocrazia e parlamento, che restò un tema ricorrente negli scritti di studiosi di orientamento conservatore e nei movimenti di destra. Dal Fronte dell’ Uomo Qualunque al Movimento Sociale Italiano, la polemica contro il sistema dei partiti e la democrazia parlamentare fu al centro del Processo al Parlamento (1969) di Giorgio Almirante, che mise in discussione il suffragio individuale e diretto proponendo di “sostituirlo con un diverso sistema di rappresentanza”, quello corporativo.

Sorteggio nel caso di Giannini, rappresentanza corporativa in quello di Almirante. Diverse strategie ma stesso problema: “la casta”. Nella sua analisi delle forme di anti-partitismo, Nancy Rosenblum in On the Side of the Angels (2008) ha dimostrato come al di là delle varianti nazionali, l’animosità contro il parlamento è animosità contro i partiti, con il paradosso che deve farsi retorica partigiana essa stessa. Nel governo rappresentativo, l’anti-casta diventa partito trasversale. Soprattutto quando, come oggi diventa un’ ideologia prêt-à-porter per chi si candida fuori dai partiti. Gli antipartitisti sono a tutti gli effetti partigiani di una sola forma di partito, quella fatta di capitani di ventura e di aggregazioni à la carte costruite via internet con piattaforme private.

Come valutare l’antipartitismo nell’ età del governo rappresentativo? Gli antipartitisti sono promotori di una visione di democrazia; la loro non è soltanto una reazione contro “la casta”. Dietro l’ antipartitismo pulsa una radicale contestazione della rappresentanza elettorale. E in effetti, una Camera con 400 deputati renderebbe la rappresentanza un orpello: l’Italia diverrebbe il Paese dell’ Ue con il minor numero di deputati in rapporto alla popolazione (0,7 ogni 100.000 abitanti).

La rappresentatività non è solo una questione numerica; ma è anche numerica. Se non lo fosse perché non proporre un solo rappresentante per tutti? I numeri e le quantità sono importanti nella democrazia. E lo sono soprattutto se e quando i partiti sono destrutturati e personalistici.

L’ attacco a “la casta” è ostilità per i partiti e i parlamenti ed è una manifestazione di antiestablishment. La novità è che oggi internet consente di attuare la nuova democrazia dei replicanti, un sistema che è sempre indiretto: i “partiti” sono le piattaforme e i “voti” i click, mezzi per designare o giudicare quelli “come noi”. Ma questa sarebbe una riforma di sistema, così radicale da richiedere una riflessione costituente; e una votazione bulgara sul taglio delle poltrone è una scorciatoia patetica, se non fosse uno schiaffo alla nostra rappresentanza elettorale.

1 commento

  • “Mentre Neppi Modona ci informa che col taglio i candidati saranno più seri (ieri -7 ottobre ndr- sul Fatto quotidiano). Ne dubitiamo. Sarebbero più seri se fossero seri i soggetti politici che li scelgono. Ma quando i partiti fanno ridere, i candidati fanno piangere.” (prof. Massimo Villone).

    Ecco le ragioni oggettive dell’antipartitismo e conseguente antiparlamentarismo.

    Quando è la mediocrità a diventare depositaria della rappresentanza, a delineare una democrazia rappresentativa incapace di soddisfare in modo sufficiente i bisogni materiali e non della Cittadinanza, il risultato non può che essere il disprezzo del sistema. Disprezzo che perdurando a lungo, porta inevitabilmente verso scelte alternative alla democrazia, ma non alla mediocrità: raro trovare un’eccellente nel ruolo di “uomo solo al comando”!

    Però, illustre Urbinati, nella sua analisi avrebbe potuto citare un’alternativa assai migliore al brutale taglio propagandistico del numero dei parlamentari: la Riforma Monocamerale elaborata da proff Ferrara e Rodotà fin dal 1985.

    Migliore per la competenza degli autori, per l’obiettivo di razionalizzare il funzionamento del Parlamento, migliore per il rapporto, mantenendo 630 il numero, superiore ad uno verso centomila cittadini. Ed anche assai migliore, ma solo per effetto collaterale, nel risparmio finanziario, che è l’obiettivo primario di questo spot propagandistico.

    Pare però che prevalga la rassegnazione: non si avvertono, dopo l’uscita contraddittoria del deputato Giacchetti a favore del referendum oppositivo, altre prese di posizione in tal senso.

    Anche il corpo intermedio associativo civico, a partire dal CDC, già Comitato per il NO, da LeG, ANPI etc. nessun fiato! E quindi un tacito via libera ad una nuova espressione di mediocrità.

    Col rischio crescente, col crescente consenso alle destre, di avvicinamento ad un cambio di sistema, verso il presidenzialismo, senza uscire dalla mediocrità. Anzi…

    Paolo Barbieri, socio circolo di La Spezia

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