Pd-M5S, matrimonio sul parabrezza

Pd-M5S, matrimonio sul parabrezza

L’ Italia è oggi il Paese della tripla verità. C’ è la verità di governo, condita da contratti, idilli effimeri e frequenti risse in famiglia, secondo cui null’altro al mondo è possibile se non l’ alleanza M5S-Lega, destinata a durare tutta la legislatura (“non c’ è alternativa”). C’è la verità delle amministrazioni regionali e locali, dove la Lega governa, secondo tradizione e vocazione, con le destre berlusconiane e post-fasciste mentre il Pd, dove regge, si appoggia a liste civiche. E c’è la verità delle Europee, dove ognuno va per suo conto, e dunque l’ Italia rischia di non contare nulla, non fosse che il presidente del Consiglio riesce a recuperare a Bruxelles lo spazio che a Roma gli vien negato.

La geometria variabile di queste alleanze non è calibrata né sui problemi del Paese né sui diritti fondamentali dei cittadini, ma su miopi calcoli elettorali mirati alla conquista o al mantenimento del potere. Intanto alle Europee si è registrata una massiccia astensione dal voto (astenuti 45,51%, il 4,19% in più del 2014); se si aggiungono le schede bianche, nulle o disperse fra micro-liste senza speranza (7,31%), la percentuale di chi ha scelto di non votare o di votare sapendo di non eleggere nessuno sale al 52,82%. Le percentuali ufficiali dei maggiori partiti (34% alla Lega, 22% al Pd, 17% al M5S ) sono dunque “drogate” perché calcolate sui votanti e non sugli aventi diritto. Le cifre vere sono assai meno esaltanti (Lega 18%, Pd 12%, M5S 9% degli aventi diritto), eppure imperversa questa illusione ottica, la stessa che indusse in Renzi un’ overdose di eccitazione per il preteso 40,81% alle Europee di cinque anni fa, che in realtà valeva 20,64% se rapportato all’ insieme degli elettori. Campione di questa guerra di posizione che ci condanna alla deriva è il Pd, in crisi d’ identità ma ancora e sempre all’ ascolto di un Renzi mai pago delle batoste meritate e subìte, e dunque dedito alla dissennata strategia del popcorn.

Ma anche tra le forze di governo una buona parte dei giochi della politique politicienne sono di cortissimo respiro: l’ occupazione di cariche e prebende, lo scambio di critiche, insulti e ricatti, la cavillosa esegesi del contratto di governo, l’elucubrazione di slogan da sbandierare, tutta una gran navigazione di piccolo cabotaggio. Il crescente astensionismo dovrebbe suonare come un campanello d’ allarme per le sorti della democrazia, ma paradossalmente ha un effetto contrario: dà l’impressione che l’ondivaga massa degli incerti possa esser sedotta da un provvedimento-icona, flat tax o reddito di cittadinanza o quant’altro, migrando in blocco nelle ordinate file degli elettori di questo o quel partito.

Nulla di tutto ciò sta accadendo, e intanto scadenze di bilancio e di impegni internazionali avvicinano il momento della verità, verso cui ci avventuriamo a occhi bendati. Nuove piattaforme, progetti, traguardi sembrano di là da venire. In compenso aleggiano vecchi fantasmi, come il Patto del Nazareno d’ infelice memoria; e contro ogni verisimiglianza c’ è chi, pur di non dare spazio ai “populisti”, agogna a una rinnovata convergenza con Forza Italia, senza nemmeno accorgersi che la straripante Lega di Salvini potrà governare con Berlusconi (e anche Meloni & C.) senza aver bisogno di schegge di un Pd in dissoluzione. Ci sarebbe, a dire il vero, una quarta verità, accuratamente occultata o rimossa dai suoi stessi protagonisti: e cioè il possibile incontro programmatico fra quel che resta della sinistra (inclusi segmenti del Pd) e quel che di simili inclinazioni è ancora vivo in un M5S che perde pezzi ogni giorno nell’elettorato e in Parlamento, ma anche in quella società civile che le liste civiche sanno mobilitare. Rompere la logica isolazionistica e ripartire dai temi sul tavolo stendendo una carta programmatica che non ha bisogno di “contratti” perché c’è già la Costituzione a dire quali sono i diritti dei cittadini (lavoro, salute, giustizia, cultura, dignità, eguaglianza, istruzione).

Vani appelli in tal senso si lanciarono dopo il 25 febbraio 2013 e dopo il 4 marzo 2018, ma c’ è sempre chi ammonisce che “questo matrimonio non s’ ha da fare né domani né mai”. Forse. Ma l’ incontro tra M5S e Pd è comunque inevitabile, solo che di questo passo avverrà “sul parabrezza”, come in un icastico disegno dell’ ottimo Fabio Magnasciutti (di lui va letto Nomi, cosi, animali, edizioni Barta). Oggi mancano lungimiranza, coraggio, intelligenza politica per cercare una strada alternativa. Alle prossime Politiche, “tutti al parabrezza, ok?”.
Al parabrezza della Lega, che la sua coalizione alternativa di governo ce l’ ha già pronta. La stessa sperimentata in tante amministrazioni locali, la stessa con cui ha già occupato a lungo Palazzo Chigi con Berlusconi presidente, e può ora farlo con Salvini al suo posto. Intanto, esaurite le scorte di popcorn, dal parabrezza risuoneranno tardivi pianti e lacrime.

Il Fatto Quotidiano, 20 luglio 2019

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