La solidarietà non è un principio astratto

La solidarietà non è un principio astratto

Nel giorno della festa del- la Repubblica, Lorenza Carlassare su invito di Libertà e Giustizia ha tenuto a Firenze una lezione sul principio di solidarietà in Costituzione. Il ministro dell’ Interno aveva da poco smesso di chiedere multe salate per chi salva una vita in mare.

Professoressa Carlassare, la solidarietà prevista dalla Costituzione va vista come un principio generale, addirittura generico, o come un preciso dovere, una prescrizione di legge?
Il principio di solidarietà vin cola i singoli cittadini ai loro doveri ma soprattutto vincola lo stato e il legislatore. Non a caso un provvedimento come quello immaginato da Sal vini non è passato, sarebbe stato chiaramente illegittimo. La solidarietà non è un principio generico ma, come ha detto la Corte costituzionale nel 1992, è «tra i valori fondanti dell’ ordinamento giuridico, tanto da essere solennemente riconosciuto e garantito, insieme ai diritti inviolabili dell’ uomo, dall’ articolo 2 della Carta costituzionale come base della convivenza sociale normativamente prefigurata dal costituente». Il principio, dunque, non ha solo valore descrittivo, la solidarietà non è una speranza e nemmeno semplicemente un obiettivo da raggiungere.
Ha un valore prescrittivo vincolante.

Vincolante in quali aspetti della vita sociale?

In tutti: nel lavoro, sul quale la Repubblica è fondata e che per l’uomo deve costituire la prima fonte di dignità. Nei diritti sociale: la salute, l’istruzione, la previdenza, l’accoglienza dei migranti, la libertà di coscienza. Fin dall’inizio i costituenti hanno sottolineato il legame tra diritti e solidarietà. La solidarietà attraversa la Costituzione, è collocata tra i principi fondamentali ma percorre l’intero testo. La convivenza sociale, secondo l’obiettivo dei costituenti, deve prendere forma a partire da questo principio.

In un momento di risorse scarse, è legittimo per lo stato fare delle scelte, garantire più o meno alcuni diritti?
È fatale che si debba scegliere. Ma per farlo bisogna sempre seguire le priorità della Costituzione. Che sono più forti anche della parità di bilancio adesso introdotta nell’articolo 81. Lo ha detto ancora la Corte nel 2016 (sentenza 275) quando ha spiegato che «è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione». Da molto tempo ho proposto una distinzione nell’utilizzo dei fondi pubblici che la Corte ha poi recepito: ci sono spese doverose, spese consentite e anche spese vietate, come secondo me sono quelle per gli armamenti non difensivi che vanno contro l’articolo 11. Un articolo che parla proprio della solidarietà tra i popoli.

Ma le leggi di bilancio sono ormai completamente sottratte al controllo del parlamento. Le impone il governo con la fiducia.
È molto grave. L’approvazione delle spese è il primo compito delle assemblee rappresentative. Il principio No taxation without representation è all’origine della rivoluzione americana ed è anche nella Costituzione italiana. Non si può imporre una prestazione personale se non è stata approvata dal popolo attraverso i suoi rappresentanti.

A proposito di tasse, può essere costituzionale la flat tax?
Per niente. Il principio di solidarietà comporta anche dei doveri per i singoli cittadini, il più immediato dei quali è pagare le tasse «in ragione della loro capacità contributiva». Aggiunge la Costituzione che «il sistema tributario è informato a criteri di progressività». Ragione per cui una legge che prevedesse una sola aliquota, ma anche due aliquote secondo me, sarebbe in evidente violazione dell’articolo 53.

In conclusione, quale tutela è possibile quando i diritti sociali che sono espressione del principio di solidarietà vengono violati, cosa che accade comunemente?
Il cittadino può andare in giudizio e il giudice ordinario può chiamare in causa la Corte costituzionale. Può anche non farlo, applicando la norma in maniera costituzionalmente orientata. La Corte anzi obbliga i giudici a farlo quando è possibile. Di recente due tribunali a Firenze e a Bologna hanno ordinato l’iscrizione all’anagrafe dei richiedenti asilo malgrado il decreto sicurezza intendesse vietarlo. Quale prova migliore che la solidarietà scritta in Costituzione non è un principio astratto?

Il manifesto, 14 giugno 2019

3 commenti

  • L’Assemblea Costituente non poteva prevedere l’esodo africano e mediorientale attuale, ne tantomeno il prossimo venturo., visto le dimensioni della nostra emigrazione del tempo.

    Il concetto di “solidarietà sostenibile” che allora non è stato espresso, dovrebbe intendersi come tale, essendo evidente la sua ineludibilità ogni giorno di più, come ad ogni elezione avvenuta in Italia come in Europa.

    È successo infatti che a Lampedusa e a Riace, sindaci osannati anche all’estero dallo schieramento per l’accoglienza senza condizioni, siano stati licenziati dai propri concittadini.

    È successo anche che mentre in tutta Europa le destre avanzino sul contrasto all’immigrazione, in Danimarca i socialdemoceatici, affrontando razionalmente il problema, abbiamo ottenuto il consenso in precedenza perduto.

    E la solidarietà si può esercitare non solo con l’accoglienza impossibile di chi arriva spinto da situazioni insostenibili, ma anche adoperandosi in ambiti ONU, perché quelle situazioni vengano a cessare.

    Riproponendo il prof Prodi: “Senza un piano Marshall per l’Africa, un’immane tragedia umana sarà inevitabile!”, che tradotto vuol dire che senza quel piano, il Mediterraneo sarà costretto a diventare la più grande fossa comune della storia dell:umanità.

    Paolo Barbieri, socio circolo di La Spezia

  • Rispondo con argomentazioni già fatte
    Mimmo Lucano ha capito una cosa fondamentale: è solo accogliendo i migranti che molti paesi del sud Italia, ormai spopolati, potranno sopravvivere. Non è buonismo, ma una teoria economica valida e ormai realizzata.

    Osservo e deduco quanto segue.
    Le buone idee si possono concretizzare in qualcosa di reale solo quando sono supportate da vero potere. Nel 2009 naufragò un barcone di immigrati a Riace e incontrò il nuovo sindaco. Il gruppo di sopravvissuti aveva messo in campo tutta la forza della propria disperazione che non si vende ma può esaltare la caratteristica umana di empatia in chi la conosce già come propria e la rivede nel prossimo come fosse la sua. Non compassione caritatevole quindi, ma riconoscersi pienamente nell’altro e così mettersi in comune in modo solidale per migliorare insieme la propria condizione. Il sindaco ha saputo esprimere quello che dovrebbe fare la vera politica. Ha riconosciuto nei naufraghi persone che con il proprio stato di disperazione rendevano molto più comprensibile lo stato di difficoltà di tanti suoi concittadini ed ha riorganizzato la comunità in senso solidale, riconoscendo cioè a tutti, naufraghi o residenti la capacità di partecipare aiutandosi vicendevolmente. Questo tipo di economia del tutto equivalente alla organizzazione solidale della comunità sociale, non avrebbe bisogno per conquistare il benessere sociale di usare gli espedienti dell’economia ora vigente, obbligata a cercare di porre rimedio alle proprie manchevolezze con istituti che intervengono sempre dopo che il danno si è consumato. Attualmente la società umana e la sua economia che ne è strumento fondamentale inseguono con grande impegno la formulazione di regole di comportamento che intervengano a dettare agli individui il giusto modo di agire quando si incontrano in reciproche relazioni. Gli accurati studi dei legislatori partono dal considerare ogni uomo come detentore di diritti così che quando ciascuno incontra un altro uomo i loro comportamenti dovrebbero soddisfare reciprocamente i diritti propri e degli altri. Ma questo giusto modo non può essere che soggettivo e perciò, paradossalmente quanto più valore si dà al giusto modo tanto più si allontana il risultato di far corrispondere alle regole il comportamento da queste prospettato. La casistica delle persone che entrano in relazione e dei contesti in cui avviene l’incontro è così numerosa da rendere impossibile la formulazione di regole accettate in ogni situazione da tutti. Avviene così che più regole si scrivono più si avvantaggia il più potente da qualsiasi cosa derivi la sua potenza e se si scrivono meno regole, quelle tenute in considerazione procureranno la vittoria ancora degli stessi. Proviamo a fare il confronto fra i rendimenti che possono conseguire quando si seguono i due differenti criteri:
    1) nel primo caso inseguire ogni situazione contingente tenendo presenti i diritti di ogni individuo interessato o i gruppi delle persone interessate.
    2) Fare scaturire il comportamento dalla regola principe della solidarietà che investe ogni singolo individuo della responsabilità di partecipare per quelle che sono le proprie capacità.

    La società civile nell’intento di rendersi vivibile utilizzando il primo criterio si è adoperata per sanare le innumerevoli situazioni di controversia che dallo stesso conseguono. I diritti dell’uomo, per come sono stati introdotti assumono però il significato soggettivo, che ciascun uomo deve essere capace di far valere. Succede chiaramente che ogni uomo ha una sua propria capacità diversa di far valere i propri diritti e perciò la società ha dovuto istituire organizzazioni elefantiache con un enorme numero di addetti per gestire al meglio la giustizia, inoltre altre istituzioni che devono sanare gli scompensi punendo i trasgressori delle regole e provvedendo con istituzioni addette alla solidarietà caritatevole per chi non riesce a integrarsi nel sistema. Ma gli sforzi non riescono a produrre una società vivibile per tutti.

    Prima di pensare ad un progetto per rendere realizzabile il secondo criterio, che mi rendo conto essere non facile, cerco di rispondere alla domanda di quali sarebbero le implicazioni conseguenti alla sua applicazione. Una società che fosse già organizzata per adempiere al secondo criterio avrebbe un sistema di giustizia mirato a sanare le situazioni di non osservanza del principio di “economia equivalente a solidarietà”. La conseguenza è che l’obiettivo delle sentenze deve mirare ad ottenere sempre soluzioni complessive con il minimo di strascichi. Il concetto è che avendo espresso le regole di comportamento individuali nel senso di adempimento al principio di solidarietà i diritti individuali vengano in ogni caso soddisfatti proprio nel rispetto di quel principio e questo garantisca ad ogni cittadino di essere sostenuto dal potere che deriva dal sostegno materiale e morale della comunità.
    Per spiegarmi meglio, un esempio: chi ruba ad un altro o lo sfrutta in qualsiasi altro modo, trasgredisce al principio di solidarietà perché la sua prepotenza procura il disagio dell’insicurezza a tutta la comunità. Gli organi di giustizia dovranno spingere la comunità a eliminare il disagio integrando meglio tutte le persone interessate. La regola deve essere che l’eventuale restituzione del mal tolto o il pagamento per lo sfruttamento subito siano sempre imposti per fare rientrare la comunità nelle giuste pratiche di comportamento della economia equivalente a solidarietà. Anche chi ha subito venga spinto dall’esperienza a trarre insegnamento per l’economia solidale; quanto meno il danno induce nel momento della sentenza disagio materiale alla persona che ha subito, tanto più parte di quella somma venga destinata ad una organizzazione educativa preposta a indurre nella cittadinanza la coscienza del comune bene agire.
    Per capire se il secondo criterio può favorire l’evoluzione verso un società più vivibile mi pongo il problema di come insorgono oggi e come potrebbero insorgere nel nuovo sistema gli appelli alla giustizia.
    Oggi, nella gran parte dei casi viene chiesta giustizia perché chi ha subito il danno, spera di ottenere il risarcimento dello stesso. Avviene che il sistema vigente impostato sulle regole che difendono i diritti delle parti è molto funzionale a incentivare il numero delle richieste ma inefficace sia per operare giustizia, sia a far diminuire le trasgressioni. Chi fa esperienza di giustizia non ricevuta, diventa propenso ad alzare muri che impediscano agli altri di entrare nel proprio territorio ma in questo modo si isola dalla società; dall’altra parte chi si è abituato a vivere trasgredendo affinerà le proprie tecniche per superare quel muro. Non mi sembra che la società progredisca.
    Mentre è abbastanza convincente affermare che il secondo criterio sarebbe economicamente più vantaggioso del primo, non è dimostrato che sia praticabile nel senso di essere accettabile dalla gran parte dei cittadini della comunità e capace di evolversi rafforzandosi attraverso il comportamento degli stessi.
    La prima difficoltà dipende dall’immediatezza della comprensione che ciascuno ha dei propri diritti mentre può risultare complicato farli dipendere dal diritto superiore della comunità. Nel primo caso una persona protesta e vuole essere risarcito perché qualcuno lo ha danneggiato, nel secondo caso protesta perché qualcuno non si è attenuto alle regole della comunità e chiede che venga posto riparo al disagio procurato. Per fare in modo che il cittadino richieda giustizia anche nel secondo caso è necessario fargli capire che quanto si vuole ottenere nel secondo caso è fare in modo che l’episodio sgradito non si ripeta. La pratica dell’economia equivalente alle attività eseguite in modo solidale dovrebbe fare diminuire tante situazioni di contesa, tuttavia credo che il cambiamento della cultura dovrà passare anche dalla riscrittura di regole ora pienamente determinate dai diritti dell’uomo che devono trovare ancora più motivazioni e perfezionarsi mediante il principio ineludibile della solidarietà.
    Cambiare il principio economico facendolo diventare comunitario altrimenti la solidarietà viene sommersa dai diritti che comunque formulati diventano strumento del più forte.

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