Cercasi eroe disperatamente

Cercasi eroe disperatamente
Che ne è dell’epica oggi?
Chi è, o che cos’è un eroe oggi? Indubbiamente, il modello omerico ha esercitato un’ influenza profonda sulla tradizione occidentale, e non solo su quella letteraria. Le rappresentazioni ma anche le concezioni della guerra hanno subito per millenni in Occidente l’influsso dell’autorità di Omero: la guerra è stata, infatti, pensata e praticata, a partire dal criterio della piena visibilità, come momento della verità, decisivo e rivelativo, nel quale le identità dei contendenti si manifestano apertamente, i valori vengono alla luce, le controversie si risolvono una volta per tutte. La stessa arte occidentale della guerra – tutta rivolta alla ricerca dello scontro frontale, dell’urto violento tra masse, della battaglia campale da combattersi in una “giornata del destino” – riflette l’originaria concezione omerica che univa, nella figura splendida dell’eroe circonfuso di gloria, l’idea della guerra a quella della visione spettacolare.
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Ma anche lasciando da parte la guerra, dobbiamo riconoscere che non abbiamo mai smesso di desiderare quell’onda di luce piena che ci investe, anche per un solo istante di rivelazione e verità senza ombre, nello splendore della gloria. L’epopea, quale forma letteraria specifica, è tramontata all’alba della modernità ma il romanzo – «moderna epopea borghese in prosa», la definì Hegel – se ne è fatto erede. In fondo, il romanzo moderno comincia come un’epica buffa, un’epopea tragicomica, con un cavaliere ridicolo che, inseguendo i fantasmi di antichi cavalieri erranti, si lancia contro i mulini a vento trasformando la sua intera esistenza in un immenso equivoco.
E dopo il romanzo, è venuto il cinema, arte epica per eccellenza. Sono cambiati gli eroi, certo. Non sono più individui eccezionali capaci di gesta virtuose, grandiose e memorabili. Pian piano, i nostri eroi sono diventati individui comuni, umili, spesso oscuri, quasi sempre comici, protagonisti di un’epica senza guerra, un’epica del quotidiano; oppure sono divenuti eroi negativi, gangster protagonisti di epopee criminali o leader politici sciagurati e malefici, lanciati all’assalto della storia in cerca di una gloria perversa nelle carneficine del XX secolo.
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Io stesso, me ne accorgo soltanto ora, voltandomi indietro a guardare la strada percorsa, ho dedicato tre romanzi storici agli unici tre momenti epici della storia italiana moderna: il Rinascimento, il Risorgimento, la Resistenza. Poi, alla fine, quasi inconsapevolmente, sono approdato al racconto di quell’epopea sciagurata che fu il fascismo.
Ma non sono il solo. Non è un caso che la nostra contemporaneità, il nostro sfiduciato presente, orfano di ogni novecentesca speranza di emancipazione, di ogni racconto di redenzione, nell’inesausto bisogno di epica, trovi soltanto epopee al nero, epopee postume, crepuscolari, apocalittiche. Pensate a uno dei più grandi romanzieri viventi, Cormac McCarthy, pensate alla sua trilogia della frontiera, al suo splendido Meridiano di sangue. La straordinaria potenza letteraria di questo romanzo la si deve a una sopravvivenza dell’epos, a un’epica che non narra più l’origine di un mondo ma la sua fine, un’epica che ha sostituito il criterio omerico della piena visibilità, dello splendore della gloria, con la legge di Amos: «Il giorno del Signore sarà un giorno di tenebra non di luce».
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E pensate alla più potente epopea popolare della nostra epoca, a quell’altro capolavoro dell’ arte del racconto che è Il trono di spade, giunto proprio in questi giorni al suo gran finale.
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«Non devi affezionarti a nessuno». Questo m’ingiunse, un po’ seccato, anni fa un mio amico scrittore quando lamentavo che ne Il trono di spade morissero tutti i miei personaggi preferiti. In questa regola severa è racchiuso il segreto creativo di una lunga narrazione che esordisce – alla fine della prima stagione – con la decapitazione di Ned Stark, il suo eroe più luminoso. Tutto il resto è come se fosse narrato dal punto di vista del decapitato.
«Non devi affezionarti a nessuno». Ecco la regola fondativa di questa nuova epica spietata, condivisa da milioni di fan con devozione monastica in tutto il mondo. E i geniali sceneggiatori di questa serie tv riescono in questo modo a raccogliere l’eredità di Omero creando una nuova forma di continuità epica rilanciata da continue interruzioni drammatiche..ancora, mutatis mutandis, la stessa vecchia storia, sono ancora le cose prime e le cose ultime. Il gioco dei regni giocato dai morenti che si scannano per il potere, il denaro, il sesso, la gloria, nel piccolo, tenue cerchio di luce gettato su di loro dal canto di un aedo. È indubbiamente, come direbbe il bardo, una storia narrata da un idiota, piena di inutile strepito e furore, ma ci appassiona perché oltre il cerchio di quel modesto bagliore si apre a infinito solo la tenebra più fitta.
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la Repubblica, 4 giugno 2019

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