La vergogna e un sogno

La vergogna e un sogno

Quando ho visto le immagine di quei piedi calpestare quel pane ho provato una profonda vergogna ed ho fatto un sogno. Ho immaginato che qualcuno (Papa Francesco, il Presidente della Repubblica, la Sindaca, un cittadino qualunque) andasse immediatamente in quel luogo e inginocchiato a terra, a mani nude, raccogliesse quei pezzi di umanità frantumata dall’ignoranza, dalla protervia, da un odio feroce, da una violenza insensata (vi bruceremo tutti, urlavano, devono morire di fame!!).

 Non so se a fronte di tanta ferocia prevalga di più lo spaventato, l’incredulità, la preoccupazione o tutti questi sentimenti messi insieme a formare la sensazione e il timore che si sia andati “troppo oltre” e che tornare indietro, alla normale convivenza civile, sia molto, ma molto difficile. Trovo che il gesto di calpestare il pane destinato ai rom sia qualcosa di assolutamente fuori dal contesto umano, intollerabile nella sua brutalità, ingiustificabile nella sua barbarie ideologica ed etica. Il pane è, dai primordi, l’unica cosa che differenzia l’uomo dalle bestie e che ha accomunato millenni di civiltà e religioni che lo hanno considerato “sacro”, un dono degli dei: sfregiare il pane è quindi sfregiare l’umanità.

 Non so se coloro che hanno compiuto questo gesto siano o meno anche cristiani: so che dicono di esserlo coloro che da tempo seminano parole e pensieri, quando non azioni, di odio esibendo crocifissi, sventolando rosari, impugnando vangeli. Il cristianesimo ha fatto del pane addirittura il corpo del proprio salvatore (badate bene non il simbolo, ma proprio la sostanza -attraverso la transustanziazione- del Cristo) e lo chiede, “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, come grazia nella sua preghiera più importante, il Padre Nostro.

 Cosa stia mai succedendo a questa società e quali orizzonti cupi si prospettino come inevitabile conseguenza, sono interrogativi che qualunque classe politica e dirigente consapevole del proprio ruolo dovrebbe porsi. E tutto ciò vale anche per le istituzioni laiche e religiose che si pongono -attraverso il pensiero e la fede- alla base di un’etica sociale su cui costruire la convivenza civile. Molto spesso i gesti hanno una valenza simbolica così potente che travalica quell’atto particolare ponendolo come archetipo di un momento storico (si pensi al rogo dei libri, alla notte dei cristalli di nazista memoria) e questa del calpestare il pane è uno dei quei casi.

 La Chiesa per prima avrebbe dovuto accorgersi dello sfregio che è stato compiuto e avrei apprezzato un suo richiamo forte, anche se mi pare che a parte papa Francesco, che non perde occasione per richiamare ai valori di fondo (sono convinto che in tanti, curiali e non, aspettino la sua dipartita per tornare al quieto vivere), non siano in molti a seminare con forza la buona novella.

 Sono rimasto sconcertato quando qualche settimana fa è apparsa sulla Gazzetta di Mantova la lettera di un fedele (fedele a cosa?) che si lamentava di una preghiera per i migranti fatta durante la messa e accusava per questo la chiesa di fare politica! Ma ancora più sconcerto è venuto dal silenzio della chiesa mantovana ufficiale (a parte il solito amico don Roberto Fiorini), che non ha ritenuto di spendere una parola per richiamare al fondamento del Vangelo che è la carità: “non chi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio”.

C’è bisogno di uscire tutti quanti dal torpore, dalla sottovalutazione, quando non dall’ignavia o dalla complicità, per dire una parola di salvezza a questa società che ha intrapreso la pericolosa strada dell’odio e del rancore fra poveri di censo e di spirito, che non lascia presagire nulla di buono per il suo futuro.

 * L’autore dell’articolo è coordinatore del Circolo Libertà e Giustizia di Mantova.

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