In quale Italia ci troviamo?

In quale Italia ci troviamo?

Recentemente -  il 23 e 24 febbraio scorso – a Firenze, Libertà e Giustizia, associazione alla quale aderisco da molti anni, ha promosso un importante convegno di studi storici, Il potere occulto. Storia dell’anti-stato in Italia. Iniziativa di grande rilievo, per la qualità delle relazioni che abbiamo ascoltato e per la scelta di un tema difficile, per varie ragioni difficile. La prima è che la materia affrontata è  storicamente assai vicina – un minuto fa – ed è stata indagata prevalentemente da un giornalismo spesso, anche se non sempre, di valore e d’inchiesta,  più che da discipline storiche.

La seconda, è che viviamo in un Paese dove, più che in altri, la storia sembra non passare mai. Non che tutto sia stato sempre immobile. Anzi. Se penso all’infanzia delle mie nonne e alla vita di mia madre, per non parlare d’altro, cambiamenti radicali li ho – li abbiamo – visti. Ma ci sono nodi duri a morire perché non del tutto sciolti. Nodi. Alcuni nati nel Risorgimento, dalla laicità dello stato alla questione meridionale, questione ben più nazionale che meridionale, visto che il Risorgimento che ha vinto volle l’unità a tutti i costi. In seguito, altri passaggi sono diventati nodi non sciolti, dal trasformismo in un’ Italia liberale poco liberale,  al socialismo nato grande e presto divenuto rissoso, alla prima guerra mondiale che partorì il fascismo, alla Resistenza che fu anche guerra civile.

Fascismo autobiografia della nazione, diceva Piero Gobetti poco dopo la marcia su Roma, ben prima quindi del pieno dispiegarsi del regime. Gobetti, che non ha visto la Resistenza, non avrebbe potuto facilmente immaginare come lo Stato italiano, dopo il 1945, pur con la grande discontinuità di una Repubblica parlamentare antifascista, avesse trattenuto, nella sua più profonda pancia, e in organi vitali, una continuità statuale fascista, nei tribunali, nei ministeri, nella scuola, nel Concordato con la Chiesa cattolica. Una Repubblica forte nella testa – la Costituzione – e debole nel corpo, fragile nelle fondamenta.

Poteri forti anche se non espliciti sono stati presenti fin dall’inizio e più o meno carsici, con momenti esplosivi, in senso stretto e in senso lato. Di tutto questo, dei poteri forti, nascosti ma esplosivi,  il convegno fiorentino ha dato accurate ricostruzioni. La mia gratitudine per la “nostra” Libertà e Giustizia, che idealmente si ispira – è evidente – a Giustizia e Libertà, è grande. Perché si occupa di storia e non solo di memoria e perché legge il presente, e opera nel presente, sapendo e insegnando da dove viene il popolo italiano, spesso in  affanno, nel corso del tempo.

Molto in affanno, anche oggi. Una volta ancora tempi duri, molto duri. Ci ricordava Stefania Limiti, aprendo il convegno, il nesso continuo fra storia e presente. E che la democrazia – ovvietà non sempre saputa -  non è per sempre. O, meglio, non ha sempre la stessa forma, e sostanza. Ma oggi – dopo il 2 marzo (a Milano),  il 3 marzo (ovunque in Italia, qualunque sia la valutazione che diamo dello “strumento primarie” ), e dopo l’8 marzo (ovunque nel mondo) – in attesa del 15 marzo della gioventù, in un momento quindi meno cupo del solito, in questa Italia che non mi piace per nulla e in una Europa dalla quale mi aspetto, con ansia, un forte ravvedimento, vorrei soffermarmi sulla relazione di apertura al convegno tenuta da Paul Ginsborg, che mi ha molto favorevolmente colpito, e che mi conforta  nello sperare che la non cupezza di oggi possa avere un qualche futuro.

Ginsborg ha dato alla sua lezione un titolo diverso da quello pubblicato nel programma, che era Il fascino del potere occulto. Il titolo definitivo è stato La natura dello Stato italiano e il potere occulto. Nel corso della sua relazione abbiamo compreso la ragione del titolo cambiato. Ginsborg ha ricordato la grande tradizione empirica della sua Cambridge, molto diversa da quella italiana, dove si pensa che nulla è come appare e dove la dietrologia spesso vince sul visibile. La dietrologia, arte arcana, dice Ginsborg con caustica simpatia. Invece per noi, di Cambridge, i fatti sono fatti, e non siamo affascinati dall’occulto, dove la storia svanisce.

Una grande lezione di metodo, questa di Paul. Affida a ognun* di noi una responsabilità non piccola. Stare ai fatti, fare la fatica di vederli e di interpretarli. Mentre lo ascoltavo, pensavo a un mio caro giovane nipote, sempre alla ricerca di trame nascoste per spiegare ciò che è “brutto”. Sono quelli del Gruppo Bilderberg ad essere i responsabili di ogni malefatta. O a Umberto Eco che disse ai brigatisti rossi che – così si giustificarono, infantili o stupidi? – avevano rapito Moro per farsi raccontare le strategie del capitalismo internazionale. Ragazzi, fate lo sforzo di leggere e capire il Sole 24 ore per vedere dove sta andando il capitalismo.

Altro passaggio molto importante dal punto di vista del metodo del fare storia, è, insiste Ginsborg, occuparsi di storia transnazionale. Fondamentale è l’esercizio della comparazione, da fare sempre. Le mafie, per esempio. Le mafie italiane, quella russa, quella giapponese, la più grande. Questo l’ho imparato, io distratta, sempre, e troppo, piegata sulle cose italiane, il 23 febbraio a Firenze, ascoltando Ginsborg. Se compariamo la storia italiana con quella russa, vediamo che non è così diversa da quella russa, e l’Italia cessa di essere una anomalia. Nell’ascoltare queste parole, ho quasi avuto un moto di sollievo, come quando si condivide un dolore.

A questa grande apertura metodologica, Ginsborg ha fatto seguire una comparazione che trae spunto da una vulgata alquanto diffusa, soprattutto fra chi vive con grande preoccupazione il presente italiano. Siamo, oggi in Italia, come la Repubblica di Weimar a suo tempo?  Confesso. In certi momenti di sconforto non escludo di averlo, più che pensato, temuto. Le forze democratiche che dicono di ispirarsi alla Costituzione in ordine sparso, l’un contro l’altra armata. Pazzesco. Come in Prova d’orchestra di Fellini, grande film poco conosciuto, dimenticato, rimosso perché urticante. Tutti a darsele di santa ragione mentre, fuori, si avvicina una “bomba” che distrugge, e fa venire giù la casa.

In effetti, arrivò poi una bomba, priva di esplosivo, di nome Tangentopoli. Chi fu pronto a reagire con intelligenza a questo sconvolgimento? Piccoli numeri che non fecero storia. No, dice Ginsborg. La nostra Repubblica non assomiglia a Weimar, e ne spiega le ragioni. La nostra Repubblica ha più di settanta anni. Quella di Weimar ne aveva meno di quindici, quando cadde. Nelle strade le violenze erano estreme e continue, le nostre strade sono sostanzialmente pacifiche. Anzi, mi permetto di aggiungere un dato che i sovranisti che alimentano paure nascondono.

I reati, in Italia, sono diminuiti in modo consistente negli ultimi anni. Weimar fu uno Stato che fallì, come, recentemente, l’Argentina e il Venezuela. Non l’Italia. L’Italia è un esempio di Repubblica duratura, uno degli esempi di maggiore longevità. Cosa ci tiene insieme? Tante cose non funzionano ma, ricordava recentemente Zagrebelsky, la Repubblica ha retto. C’è stato a suo tempo il fallimento dei numerosi gruppi eversivi. Certo, più per l’incapacità dei gruppi eversivi che per le virtù della Repubblica. Ma così è stato. Inoltre, la statistica, altro grande strumento per gli storici, cosa ci dice? Che la nostra Repubblica ha avuto un progresso lento ma cumulativo, nella scuola, nella sanità, che oggi sono sotto attacco, ma ci sono. Senza dimenticare – contro i sovranisti di ogni colore – che la Repubblica è stata protetta dallo scudo dell’ Unione Europea, e questo è indubitabile. Immaginiamo un’Italia fuori dall’Europa. Cosa potrebbe accadere? Nell’economia, nei diritti civili? Certo, sono da irrobustire, e non poco, i diritti sociali, la dignità nel e del lavoro, con leggi europee e non solo nazionali. Ma questo dipende da chi mandiamo in Europa a rappresentarci, non dall’Europa, concetto astratto.

L’ultimo punto trattato da Ginsborg è stata una vera boccata d’ossigeno per chi, pur vedendo pochi risultati, e a volte nessuno, non ha mai interrotto l’impegno civile. Una parte consistente di società civile, in Italia, è stata dinamica e difensiva, dichiaratamente antifascista, e in difesa della Costituzione. Abbiamo bloccato due riforme costituzionali pericolose, nel 2006 e nel 20016. E’ poco? Non è morta, questa parte di società civile. E’ volenterosa, ci dice Ginsborg quasi affettuosamente.  L’importante – penso in questo momento – è, sarebbe, non disarmare, come a volte abbiamo la tentazione di fare. Sapendo, come diceva Bobbio -che Ginsborg ha citato- che i poteri occulti non vogliono un altro Stato, ma vogliono questo Stato, standoci dentro, o rompendolo, per rendere la democrazia nominale, non sostanziale. Ce ne siamo accorti in molte occasioni, anche nella prima Repubblica. Ed è un  cantiere ancora in corso.

Che fare, allora?  La risposta di Ginsborg. Darci da fare per cambiare l’aria che si respira. Inventare il nostro Stato. La gioventù che segnerà moltissime piazze in tutto il mondo venerdì 15 marzo, ci sta dando una bella lezione, quanto ad aria e alla ricerca di un nuovo e migliore stato di cose. Non è la prima né l’unica volta che la gioventù si è mossa in tal senso, nel corso della storia. Cerchiamo di starle accanto, con speranza e rispetto.

Ravenna Notizie online, 13 marzo 2019

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