Discorso politico e verità nello stato costituzionale

Discorso politico e verità nello stato costituzionale

  «Che cos’è la maggioranza?

La maggioranza è la follia, il senno è sempre stato solo di pochi»1.

 

Le recenti riflessioni in tema di “democrazia populista”, nelle quali si è notata la «egemonia dell’opinione della maggioranza» e le tendenze «totalizzanti nella sfera dell’opinione»2, pare richiamino all’attenzione una questione di fondo: il rapporto tra lo stato costituzionale pluralista e la verità.

E’ stato notato l’indissolubile legame tra lo Stato costituzionale e la verità, non in quanto regime di una verità assoluta presupposta, bensì quale tipologia consegnata «nelle sue premesse [...] a una perpetua ricerca della verità»3 e che si caratterizza «per la consapevolezza di non essere in possesso di precostituite verità eterne, ma di essere invece destinato a una mera ricerca della verità»4.

Al contempo, è stato sottolineato come la questione della verità nella democrazia pluralistica si ponga in termini problematici nel rapporto, tra gli altri, tra verità e maggioranza5. Così, alle tesi giusta le quali la vincolatività delle norme sarebbe fondata dalla maggioranza e non dalla verità, si contrappone, tra altre, l’osservazione che «Il postulato della ricerca della verità deve del resto precedere ogni desiderio della maggioranza e dunque presuppone necessariamente procedure aperte, pubbliche»6.

Si apre così la via ad alcune possibili questioni relative al procedimento di formazione della decisione pubblica.

In primo luogo, dovendosi necessariamente prendere le mosse dall’idea secondo cui «il bene e il «vero» [...] devono essere ricercati a partire dalla legittima pluralità dei punti di vista, delle visioni del mondo, delle convinzioni morali e politiche»7, può porsi il problema dell’eventuale difetto «di apertura alla pluralità delle opinioni»8.

In secondo luogo, – ed è ciò su cui si vuole soffermare l’attenzione – si pone la questione delle caratteristiche che deve avere il discorso pubblico che si svolga nell’ambito del procedimento decisionale. Si ritiene ch’esso debba essere un discorso che, ferma la necessità che siano veri i fatti9ai quali faccia, per qualunque fine o ragione, riferimento, dovrà svolgersi, nel rappresentare quel che si ritiene essere il bene comune ovvero ciò che si pensa sia realmente vero, attraverso argomenti ragionevoli e, per questo, idonei a persuadere10: un “logos ragionevole”.

Si pone così la necessità che quello che pretende di affermarsi, nel costruttivo confronto con gli altri, sia un discorso di verità. In un contesto dove è pur riconosciuta a tutti la libertà di parola e dove, pertanto, ogni discorso gode di formale eguaglianza, si introduce la differenza che caratterizza, in quanto tale, il discorso ragionevole, il discorso di verità.

Richiamando l’indagine svolta da M. Foucault11sul concetto di parresia quale pratica del dire-il-vero e, in particolare, sulla sua declinazione nella forma della parresia politica, emerge l’immagine del discorso che si differenzia in quanto capace di persuasione perché indicizzato alla verità, fondato su argomenti ragionevoli, nel quale si identifica colui che lo pronuncia apparendo, al contempo, dotato delle necessarie qualità morali e intellettuali.

A questa, si contrappone l’immagine del discorso della cattiva parresia, quale discorso incapace di differenziarsi.

Quale esempio di cattiva parresia è portato l’affresco che ne offre l’Oreste di Euripide12.

In luogo del processo ateniese difronte all’Aeropago è chiamata a pronunciarsi, a brevissima distanza dal matricidio, l’assemblea dei cittadini, nella quale prenderà la parola, tra gli altri, un tale dalla bocca senza porta (ἀνήρ τις ἀθυρόγλωσσος), forte della sua sfrontatezza (ἰσχύων θράσει), che confida (πίσυνος) nel tumulto (θορύβῳ) e nella sua rozza parresia (κἀμαθεῖ παρρησίᾳ) ma, tuttavia, capace di persuadere (πιθανὸς): a quell’uomo ignobile (ἐκεῖνος ὁ κακὸς) l’assemblea assegnerà la vittoria, condannando Oreste ed Elettra alla morte.

Così, gli argomenti etici e giuridici, appena abbozzati nel breve confronto tra Oreste e Tindareo precedente alla riunione assembleare, sono accantonati, lasciando spazio alle pulsioni irrazionali.

Si delinea la nuova immagine di oratore: il cattivo parresiasta non possiede qualità morali e intellettuali, non dice necessariamente quello che pensa corrisponda effettivamente alla verità, a ciò che sia meglio per la collettività, ma è mosso esclusivamente dalla ricerca del proprio successo attraverso l’affermazione di quel che corrisponde ai sentimenti e alle opinioni degli uditori: è il «discorso fatto da “tutti”, fatto da “chiunque”, dicendo di tutto, dicendo qualunque cosa, purché sia ben accolto da chiunque, cioè da tutti»13, che pur persuade, ma non in quanto discorso ragionevole che vuole esprimere il vero, bensì in quanto discorso che si avvale di «un certo numero di procedimenti: l’adulazione, la retorica, la passione ecc.»14.

Pare sia questo, oggi, il modello di discorso (e di oratore) vincente, con tutti i rischi che vi sono connessi. A ciò si è giunti nel corso degli anni, a causa di una progressiva degradazione del discorso politico – che ha accompagnato un trasversale smarrimento della funzione profonda assegnata alla politica – anche a causa di fraintendimenti delle istanze, da più parti avanzate, affinché lo stesso non fosse oscuro, distante dalla quotidianità, inaccessibile e finanche non sincero: il “dire-il-vero” non si pone in contraddizione con esigenze di accessibilità ai contenuti, impone anzi il coraggio e presuppone la capacità di far comprendere la complessità dei fenomeni e la difficoltà spesso sottesa alle decisioni, senza obliterarle e quindi senza tradire insopprimibili istanze di verità.

Cogliendo allora l’invito di Michel Foucault15, considerato anche che il discorso vero costituisce garanzia affinché la democrazia si conservi, appare essenziale recuperare la consapevolezza che l’esigenza di un discorso ragionevole in ambito pubblico è insopprimibile e inscindibile dalle istanze di verità connaturate allo stato costituzionale pluralista.

(*) L’autore del testo è un socio di Leg di Roccavignale (Savona)


 

1 F. SCHILLER, Demetrio, attoI, scena I. La citazione è tratta da P. HÄBERLE, Diritto e verità, Torino, 2000, p. 93.

2 Il riferimento è, in particolare, alle riflessioni di N. URBINATI, Leader populisti e gogna istituzionale, in La Repubblica, 22 novembre 2018. Si segnala, inoltre, P. POMBENI, Il cambiamento che non serve al Paese, in il Mulino, fasc. 5/2018, p. 781 ss., dove l’Autore osserva, in particolare, che «L’esigenza di attrarre consenso offrendosi come incarnazione dei sentimenti irrazionali della gente contagia tutti i politici», che «E’ tramontata l’idea che anche l’opposizione è una componente importante del sistema, per cui con essa il confronto deve essere costante e interessato a cogliere i punti di contatto o i suggerimenti che possono rivelarsi utili», e dove nota, infine, il «declino della consapevolezza della posizione costituzionale del governo come strumento a servizio dell’intera collettività». Cfr., altresì, E. ALBAMONTE, Populismo e giustizia, la tensione conflittuale alla lunga porta guasti, in Guida al Diritto, fasc. 42/2018, p. 8, dove si nota che l’insofferenza del populismo nei confronti dell’intermediazione, specie ove si tratti di intermediazione professionalizzata, «si connota per l’esaltazione della volontà popolare, che si vorrebbe tradotta in decisione e quindi in azione pubblica, senza tollerare filtri o mediazioni» e, d’altra parte, che l’insofferenza verso la complessità dei fenomeni e dei procedimenti di formazione delle decisioni «rende incomprensibile e inaccettabili processi che, come quelli giudiziari, giungano a una soluzione attraverso la mediazione e la ricerca di un giusto equilibrio, nel caso concreto, tra valori, interessi e diritti in conflitto tra loro».

3 P. HÄBERLE, Diritto e verità, cit., p. XVI.

4 Ibidem, p. 85.

5 Ibidem, p. 93.

6 Ibidem, p. 94. Che il principio di maggioranza sia spesso usato quale argomento di critica nei confronti della democrazia, nella quale la verità si fonderebbe sulla volontà della maggioranza, è notato in G. ZAGREBELSKY, Contro l’etica della verità, Bari, 2008, p. 89, dove si sottolinea che «non è affatto vero che le democrazie contemporanee non si preoccupino di questo rischio. Anzi, proprio su questo punto le democrazie liberali [...] hanno approntato il loro rimedio. In effetti, esse iscrivono solennemente in testi fondamentali, intoccabili dalle maggioranze, i principi dell’etica pubblica, sotto forma di diritti e doveri fondamentali», e, dopo aver richiamato l’istituzione di organi di garanzia quali custodi del patrimonio di principi comuni, si osserva che «Le democrazie si affidano, in ultima e decisiva istanza, al dibattito pubblico e alla consapevolezza dei loro cittadini, difesi da diritti inviolabili». Analoghi riferimenti in P. HÄBERLE, Diritto e verità, cit., p. 94, ove si sottolinea che «l’applicazione del principio di maggioranza nello stato costituzionale risulta differenziata non solo in base agli ambiti di vita, ma anche in virtù dei diritti fondamentali, di garanzie particolari delle minoranze e di un unanime consenso di base».

7 Così G. ZAGREBELSKY, Intorno alla legge – Il diritto come dimensione del vivere comune, Torino, 2009, p. 30

8 Ibidem.

9 Cfr. G. ZAGREBELSKY, Contro l’etica della verità, cit., p. 125, dove si osserva che «Per preservare l’onestà del ragionare, deve essere prima di tutto rispettata la verità dei fatti».

10 Non sarà allora necessario che la decisione sia frutto della persuasione di tutti perché possa comunque essere adottata dalla maggioranza benché, in tal caso, alla decisione comunque assunta dovrebbe accompagnarsi una qualche amarezza, quella di non essere riusciti a formulare una soluzione quanto più possibile condivisa. Di «ragioni capaci di persuasione» e di «argomenti generalmente considerati ragionevoli e quindi suscettibili di confronti, verifiche e confutazione; [...] accettabili come plausibili, in quanto appartenenti a un comune quadro di senso e di valore» parla G. ZAGREBELSKY, Intorno alla legge – Il diritto come dimensione del vivere comune, cit., pp. 31 e ss. Inoltre, che ciascuna parte debba portare le proprie ragioni come suscettibili di rivisitazione e, eventualmente, di abbandono ove efficacemente confutate dalle altre parti, in ciò concretizzandosi l’atteggiamento di ricerca della verità che già le avrebbe dovute accompagnare nella formulazione iniziale, è ancora notato in G. ZAGREBELSKY, Contro l’etica della verità, cit., p. 125, dove si richiama il rallegrarsi «di scoprirsi in errore» quale «virtù massima di chi ama il dialogo».

Di «processo deliberativo [...] inteso [...] come un processo di formazione delle opinioni» nel quale «i partecipanti non debbono [...] avere opinioni pienamente o definitivamente formate in partenza» e siano «pronti a modificare le opinioni iniziali alla luce degli argomenti addotti dagli altri partecipanti, e anche per effetto delle nuove informazioni che si rendono disponibili nel corso del dibattito» parla A.O. HIRSCHMAN, Retoriche dell’intransigenza – Perversità, futilità, messa a repentaglio, Bologna, 2017, p. 171.

11 M. FOUCAULT, Il governo di sé e degli altri. Corso al Collège de France (1982-1983), Milano, 2009.

12 Tra le molte, si segnala EURIPIDE, Oreste, a cura di E. Medda, Milano, 2001.

13 Ibidem, p. 178. Cfr., sulla nozione di parresia politica, le pp. 147 ss.

14 Ibidem, pp. 163-164.

15 Ibidem, p. 179, ove si legge: «Ebbene, in un’epoca come la nostra – in cui si ama tanto sollevare i problemi della democrazia in termini di distribuzione del potere, di autonomia di ognuno nell’esercizio del potere, in termini di trasparenza e di opacità, di rapporto tra società civile e stato – credo sia forse un bene richiamare questa vecchia questione, che è stata contemporanea al funzionamento stesso della democrazia ateniese e alle sue crisi: cioè la questione del discorso vero e della cesura.

4 commenti

  • UNA PERPLESSITÀ
    L’articolo di Enrico Fracchia è di interesse attualissimo. Un approfondimento culturale direi necessario. E all’estensore, che mi piacerebbe conoscere, va dato atto di aver posto un problema che ci riguarda tutti: la democrazia in forte tensione, e con essa la pace (aggiungo io).
    Ma una perplessità mi confonde.
    Il discorso volutamente ROZZO dell’”uomo nero”, che tanto successo riscuote, e le azioni bieche che accom-pagnano il suo discorso, come possono essere contrastate?
    Il riferimento a Euripide, ed altro, può essere efficace nei confronti delle platee adoranti del “capitano”?
    Un mio amico per tenere buono il nipotino minaccia di far intervenire l’uomo nero. E gli presenta una foto di Salvini. Ma tutti noi, giovani e vecchi, non siamo intimoriti dallo stesso uomo nero?
    La mia impressione è che prevale una sottovalutazione del momento storico che l’Italia, e tutto il mondo occidentale, sta vivendo. Da questo discendono indifferenza, apatia, chiusura nel proprio particolare. Quan-do si motiva il proprio disimpegno, e quello di un’associazione, con una valutazione di opportunità misere-vole, non siamo nella sottovalutazione che rasenta il sostegno dell’uomo nero e chi con esso comanda?
    Il mio amico storico, alla conclusione di un dibattito, alla richiesta precisa da parte del pubblico sul che fare, ha risposto che nel breve periodo non aveva indicazioni, nel lungo periodo: lavorare sulla cultura, specie del-le nuove generazioni. Eravamo poco dopo il 4 marzo 2018. La situazione nel frattempo si è palesemente aggravata.
    Siamo in una fase velocissima di regressione verso situazioni che nel passato ci hanno portato al disastro della guerra. Forse la storia si ripete!
    Mi chiedo, e chiedo a voi che avete il coraggio di leggermi, cosa dobbiamo fare, quali azioni dobbiamo met-tere in campo per cercare di rendere visibile al “popolo” che stiamo, senza alcun dubbio, percorrendo una strada che ricorda le tante già percorse e che hanno portato al baratro?
    Ciao, Alberto

  • Sig “Alberto” Bartolomeo Camiscioni,
    ho avuto il coraggio di leggere, quello di rispondere, e avrò persino quello di attendere una risposta, non gentilmente confermativa, ma ricca di obiezioni nell’intento di trovare insieme una sintesi migliore e degna di essere proposta e sostenuta…

    1) “le azioni bieche… come possono essere contrastate?”
    Il cambiamento di cui tanto si parla, a mio parere deve riguardare la qualità dei delegati al Parlamento, tornando, dall’infima mediocrità a cui siamo arrivati, all’eccellenza da cui siamo partiti nel 45, sterilizzando così la fonte di ogni nefandezza.
    I terminali umani sono il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale e il 90/95% di quella Cittadinanza che da lustri dichiara alla demoscopia professionale http://www.demos.it/rapporto.php , la sua mancanza di fiducia nell’offerta politica, Lega e M5S compresi, che è, oggettivamente, un potenziale di cambiamento enorme, al quale deve soltanto essere offerta quella affidabilità che attende di trovare sulle schede elettorali.
    Il CDC è il leader collettivo, in grado di offrirla credibilmente, sia per la storia dei suoi promotori, sia per essersi speso per mesi nella campagna referendaria, non per tornaconto personale, di clan o politico, ma solo a difesa del bene comune Costituzione, nella quale, nonostante gli attacchi, ancora la Cittadinanza si riconosce.
    Il CDC sbagliò non proseguendo l’impegno fino a presentare alle elezioni del marzo 18 una Lista Civica Nazionale per la Democrazia Costituzionale, che sarebbe stata la scelta conseguente fino a scontata, dell’impegno profuso nel ref: infatti ai giorni nostri la C. è nuovamente ad alto rischio, con le destre avanzanti verso il 50% nelle intenzioni di voto, valore il cui superamento renderebbe inefficace anche un nuovo ref. oppositivo.
    Il CDC sarebbe il naturale centro di attrazione del mondo associativo che si rivolge alla società, Libera dalle Mafie, CittadinanzAttiva, Libertà e Giustizia, il FAI, Italia Nostra e simili, per costituire un più corposo e territorialmente articolato Movimento Civico Nazionale per la Democrazia Costituzionale, meglio in grado di mettere in gioco numeri importanti di Cittadini ben orientati all’impegno fattivo per il bene comune, e quindi ad un cambiamento virtuoso.
    Con quali strumenti ed in che modo?
    Occorre rendere evidente l’affidabilità e l’evento stesso ad una Cittadinanza che l’OCSE pone ai vertici della classifica europea per analfabetismo funzionale, quindi piuttosto “distratta”. Per questo sarà necessario l’impegno di quei denunciatori professionali che da decenni ci tormentano con la loro attività, e sulla quale hanno costruito successo e fama, maturando un debito che così potrà essere ridotto. Volendo dimostrare ad un elettorato deluso da decenni di promesse tradite, la concretezza dell’intento riformatore, si farà ricorso sinergicamente agli artt 71 e 50 della C. per ottenere norme e riforme attese ed opportune, legge elettorale (che miri ad impedire candidature di mediocri), processo penale (Gratteri-Davigo), fiscale (art. 53), stop consumo suolo agricolo, stipendi parlamentari come media grandi democrazie europee, avviando anche il monocameralismo come proposto dal prof. Rodotà fin dal 1985. Questa attività darà fama e lustro al Movimento Civico Nazionale, assicurando un successo elettorale maggioritario alla prima occasione utile.
    Sarà utile anche un “governo ombra” che dica ancora a quell’elettorato in attesa di certezze, quali saranno le persone che cambieranno il corso del destino del Paese: Fabrizio Barca, Carlo Cottarelli, Salvatore Settis, Giancarlo Caselli, Luca Mercalli, Mario Tozzi, Carlin Petrini, Chiara Saraceno, e assimilabili.

    2) …efficace nei confronti delle platee adoranti del “capitano”?
    Gli “adoranti” sono una minoranza, gli altri sono 15 milioni di poveri, quasi poveri, disoccupati e spaventati dall’immigrazione che spinge al successo tutte le destre europee: problema che va affrontato razionalmente dall’ONU e non ideologicamente respingimento contro accoglienza

    3) …non siamo intimoriti dallo stesso uomo nero?
    Ciò che ci deve intimorire, sono le intenzioni di voto per le destre che si avvicinano al 50%, e che superatolo, attaccheranno nuovamente la Costituzione come provarono nel 2006, ma con ben altre possibilità di successo.

    4) Quan-do si motiva il proprio disimpegno, e quello di un’associazione, con una valutazione di opportunità misere-vole, … il sostegno dell’uomo nero…?
    Certamente SI’. La miglior elite (secondo il Treccani: L’insieme delle persone considerate le più colte e autorevoli in un determinato gruppo sociale, e dotate quindi di maggiore prestigio) orientata al bene comune, deve assumere l’onere di guida che naturalmente le compete, abbandonando le abituali occupazioni, anche se molto amate.

    5) …nel lungo periodo: lavorare sulla cultura, specie del-le nuove generazioni.
    L’urgenza è adesso. Qualcuno ha detto che nel lungo periodo saremo tutti defunti…Costituzione e democrazia comprese. E sperare che la mediocrità si impegni per la cultura, è davvero la più vana delle speranze!

    6) …le tante già percorse e che hanno portato al baratro?
    Paventando il baratro non saremo creduti: dovremo offrire la certezza possibile del cambiamento virtuoso, con credibilità e affidabilità (CDC & C), i modi di proporsi (artt 71 e 50), le persone (governo ombra).

    Il silenzio…la più offensiva delle risposte. Ma ne siamo ormai corazzati!

    Paolo Barbieri, socio circolo La Spezia

  • Giuseppe Ambrosi 5 febbraio 2019 at 11:11

    «Che cos’è la maggioranza?
    La maggioranza è la follia, il senno è sempre stato solo di pochi»
    Questa affermazione perentoria corrisponde alla sconfitta: cioè a credere impossibile il raggiungimento della società umana che persegue l’eccellenza mediante la democrazia.
    Io credo invece che a questo si oppone il fatto che l’umanità nel suo complesso si è evoluta proprio cercando l’eccellenza. Perciò i pochi che s’impegnano più degli altri nella ricerca della verità dovrebbero tenere un atteggiamento molto più umile, molto più critico nei riguardi delle proprie verità che non dovrebbero mai considerare assolute.
    Teniamo in conto il fatto importante che nella contrapposizione fra le due parti in cui si è voluta dividere l’umanità la maggioranza (o meglio dovremmo dire l’umanità nel suo complesso) è meglio equipaggiata alla rilevazione dei difetti perché agisce nella stessa con tutti gli uomini che la compongono come rete diffusa dei terminali rilevatori delle situazioni di buona o cattiva esistenza. Ma è vero che a questa rete diffusa non corrisponde la visione complessiva e perciò la possibilità trovare la migliore soluzione possibile.
    Per l’impegno che profondono nella ricerca della conoscenza dei problemi si contrappongono le élite che aspirano a governare la società. La competizione fra le diverse élite esprime un vincitore che governa. Le vicissitudini dell’evoluzione ci hanno portato al criterio di premiare con la vittoria l’élite votata dalla maggioranza dei cittadini. Quelli che una volta erano i rapporti di forza fra le élite si sono così trasformati in rapporti di capacità di convincimento. È giusto e utile il confronto fra buona e cattiva parresia, ma forse un buon contributo a far vincere quella buona potrebbe essere di usare oltre che la cultura dimostrativa attraverso le rappresentazioni e i dibattimenti logici, pure importanti di usare il pragmatismo cogliendo le occasioni quando si presentano. Perciò avevo già scritto quanto segue.
    Uno slogan “IL LAVORO DEGNO RENDE L’UOMO DEGNO” Questo slogan secondo me può diventare un programma politico trascinatore di consenso. Chi ha l’aspirazione di sconfiggere il partito delle nefandezze, di coloro che propongono cioè l’uso della violenza per difendere strenuamente il proprio modus di sopravvivenza, e genera la società malata di sperequazione che procura rancore e sudditanza psicologica, deve cogliere l’occasione della distribuzione del reddito di cittadinanza. Il partito del vero rinnovamento deve essere capace di progettare una attività politica su tutto il territorio nazionale che esprima però soluzioni mirate alle necessità dei territori. Questo perché il Partito della violenza che è diffuso su tutto il territorio nazionale, può essere contrastato solo intervenendo su tutto il territorio nazionale. La conferenza di Recalcati “La fuga dalla Libertà” è esplicativa della dinamica sociale che spinge moltitudini di persone ad affidarsi ad un padrone rendendosene completamente asservito, cioè esautorandosi volontariamente dalla possibilità di fare scelte personali specialmente quando le decisioni investono la società nel suo insieme. Infatti, ogni individuo umano vive in un ambiente, la società umana, sostanzialmente espresso da circuiti di relazioni. Gli stessi individui vivono il proprio modus vivendi, ciascuno adattandosi ad un circuito di relazioni che gli permette la propria sopravvivenza, naturalmente più o meno soddisfacente a secondo della propria capacità di saper vivere utilizzando le relazioni. Prendere la decisione di cambiare la modalità di vita sia passando ad un diverso circuito di relazioni sia rimanendo in quello che si sta usando ma modificando i propri comportamenti con l’intento di cambiare le proprie condizioni di vita, significa assumersi un rischio e di conseguenza gli individui si comportano in modo diverso in ragione della fiducia che la situazione ambientale ed il convincimento delle proprie potenzialità gli prospettano. Dobbiamo, secondo me assumere il reddito di cittadinanza come un cambiamento che inciderà improvvisamente su un grande numero di persone. Chi godrà del reddito di cittadinanza si ritrova improvvisamente ad affacciarsi sulla società da un punto di vista diverso, nel senso che almeno nel periodo iniziale viene liberato dall’assillo di doversi procacciare i beni essenziali alla sopravvivenza. Queste persone sono una potenzialità politica. Un partito che vuole emergere dal nulla, per indirizzare questa potenzialità deve rivolgersi agli alleati più preparati che secondo me sono, le associazioni no profit, quelle di volontariato e le cooperative non contaminate da speculazioni. Sono queste organizzazioni che hanno l’esperienza di esistere in questa società i più adatti a dare indicazioni sulle modalità da seguire ed evitare il più possibile gli intralci burocratici. Tanti esperti che hanno già fatto bene possono tranquillamente mettersi alla guida di questa di rivoluzione economica. L’obiettivo molto generale del risanamento degli ambienti umanizzati e naturali è l’altra opportunità a disposizione. La classe economica egemone non concorre su questa opportunità perché la ritiene poco produttiva per la sua concezione di economia tutta dedicata al profitto dei prodotti vendibili. Il criterio mi sembra molto vicino a quanto fece il sindaco di Riace Mimmo Lucano, progettare e creare attività per le persone disponibili sui territori a misura umana ma estendere questa pratica su tutto il territorio nazionale.
    Con le moltitudini i discorsi logici spesso perdono cerchiamo altre soluzioni.

  • E’ sconfortante incontrare in un blog persone che chiedono risposte alle loro ipotesi o affermazioni, e avutele si guardano bene di darne a loro volta, benchè sollecitate a farlo senza alcuna ritrosia, fino alla brutalità, perchè la risposta più offensiva è proprio il silenzio.

    Quando poi è un coordinatore di un circolo LeG, la cosa è ancora di più difficile accettazione… e difficilmente comprensibile.

    Paolo Barbieri, socio Circolo La Spezia

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