Fascismo e giustizia

Fascismo e giustizia

“La luna regnava adesso sovrana in un cielo sfavillante di stelle. Le onde si infrangevano dolcemente sulla diga del porto ed era questo il solo rumore che rompesse il silenzio della città finalmente calmata.

“A quell’ora avanzata due uomini passeggiavano lungo la Croisette. La loro conversazione era animatissima. Dall’abbondanza dei gesti, dalla violenza delle parole, si indovinava che erano italiani. …l’Italia attraversava allora una crisi molto grave. Due partiti, espressione politica di due forze inconciliabili, si sfidavano, non più sul terreno politico o sindacale, ma sul terreno della guerra civile… I due nottambuli parlavano del loro Paese. Il destino li metteva per l’ultima volta uno difronte all’altro su di un piede di uguaglianza…”.

Che scrittore, che giornalista era allora Pietro Nenni! Egli decise di raccontare quel suo ultimo incontro con Benito Mussolini nel 1922 e lo fece pochi anni dopo, scrivendo dall’esilio in Francia, quando ormai la dittatura aveva stravinto. Ma è già in quella notte, ultima notte, che i destini sono segnati. Ed è una cronaca straordinaria di come tutto si svolse, allora.

“Ignoro che cosa diverrai” incalza Nenni “ ma sono sicuro che tutto quello che farai sarà bollato dal ferro rovente dell’arbitrio, perché ti manca il sentimento della giustizia…dimentichi i morti, dimentichi che sei stato il capo del partito socialista, dimentichi che gli operai sui quali s’avventano le tue camicie nere erano diventati socialisti al tuo appello”.

Adesso le voci dei due interlocutori sono spente e quasi dolorose, delle ombre aleggiano attorno alla panchina sulla quale si sono seduti. Parlano fino all’alba, fino a quando non ci sarà più niente da dire. Ed ecco il tocco magistrale del giornalista Pietro Nenni: “L’uomo che se ne va (spalle larghe, volto volitivo) è Benito Mussolini, che sarà, otto mesi più tardi, il dittatore onnipotente dell’Italia, più in dipendenza degli errori dei suoi avversari che per i suoi meriti. L’altro, di otto anni più giovane, è un giornalista dall’animo di agitatore. Da dieci anni butta la sua giovinezza a tutti i quadrivi dove si combatte per la libertà. La terribile lotta tra socialisti e fascisti l’ha sulle prime, sorpreso, poi si è deciso a dedicarsi completamente alla causa del proletariato. Il fatto che egli scrive oggi in esilio…è una piccola prova della fedeltà alla causa giurata”.

Chiudo il vecchio libro, prima edizione italiana del 1945, la carta misera del primo dopoguerra. Quasi un secolo è passato dall’incontro fra i due uomini. Penso che forse mai quanto oggi siamo ansiosi di sapere esattamente come accadde, quando capirono, quando non ci fu più nulla da fare. Le parole: quali sono le parole giuste. Le azioni: se il nostro Paese si stesse avviando verso meno democrazia, quali sarebbero i comportamenti giusti? E come il nostro dubbio può contrastare le certezze assolute di chi sostiene che non esiste il rischio, non tornerà mai una dittatura, il popolo oggi è informato e ha ben altri strumenti che non i pallidi fogli della resistenza antifascista.

Rileggo il racconto di Nenni, rivedo i due uomini e il loro passeggiare sulla Croisette, due che giovanissimi avevano anche condiviso il carcere un tempo, e riconosco l’affanno, il tormento di scrutare il futuro. Nenni ormai sa, capisce quale sia il destino che per sempre li vedrà nemici: a Mussolini manca il sentimento della giustizia e dunque ogni sua azione sarà bollata “dal ferro rovente dell’arbitrio”. L’ex socialista è il capo del fascismo, ancora pochi mesi e sarà dittatore spietato. Gli anni, il tempo, il destino stanno facendo la storia e scorrono, lasciando solo qualche traccia per chi ancora oggi si chiede come sia potuto accadere, sotto gli occhi di tutti.

Avviene proprio così, sotto gli occhi di tutti. Perdiamo il sentimento della giustizia ed è già troppo tardi. E’ questo che ci insegna la cronaca straziante di Nenni: non perdetelo mai, sembra volerci raccomandare dalle pagine del suo ultimo incontro con Mussolini, quel sentimento perché se lo fate, potrete diventare fascisti: non esiste un fascismo “giusto”. Esistono soltanto le camicie nere che si avventano sugli operai, sugli antifascisti, sui diversi, sugli stranieri.

E’ una piccola guida, ma è una guida. Può sembrare poco, e invece è molto.

Oggi siamo convinti di dover affrontare la scalata di montagne che non conosciamo, montagne ignote, che non sono le nostre dunque non sappiamo se terranno i chiodi e se sarà sufficiente la corda che ci siamo portati.

Il futuro è incerto. Possiamo soltanto fare tesoro della sofferenza di chi ci è passato e possiamo modificare il futuro.

Ad esempio sappiamo che non è “giusto” lasciar manifestare manipoli che si autodefiniscono fascisti.

Non è giusto insultare e minacciare gli scrittori che denunciano questa situazione.

Non è giusto minacciare la stampa e negare sussidi all’editoria.

Non è giusto un governo che mortifica il Parlamento e non sono giusti i partiti che negano l’autonomia del parlamentare.

Non è giusta la politica che occupa la Rai.

Non è giusto irridere Auschwitz.

Non è giusto accanirsi contro i migranti e diffondere il terrore del diverso.

Non è giusto non salvare chi affoga.

Non è giusto il decreto sicurezza.

Prendiamo atto che viviamo un tempo “ingiusto”. Se le parole di Nenni hanno ancora un senso, non sarebbe strano che arrivassero i giorni del “ferro rovente”. Un fascismo giusto non può esistere. Ma un mondo di ingiustizie può diventare fascista.

8 novembre 2018

 

3 commenti

  • È terribile quello che ci racconta Sandra Bonsanti. È terribile che stiamo vivendo questo perido della storia italiana facendo parallelismi con un perido storico di cui tutta l’umanità si dovrebbe vergognare. Lottare, è quello che si deve fare.

  • “E come il nostro dubbio può contrastare le certezze assolute di chi sostiene che non esiste il rischio, non tornerà mai una dittatura… ”

    Mai è un tempo molto lungo, specialmente in un Paese che vanta il triste primato europeo dell’analfabetismo funzionale.

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