La democrazia ai tempi di Salvini

La democrazia ai tempi di Salvini

Leggiamo, con crescente stupore, le reazioni del Ministro dell’Interno Salvini a coloro i quali esprimono, dalle più diverse prospettive, opinioni critiche rispetto alle posizioni del Governo.

La giornalista Parodi se ne deve andare dalla RAI perché ritiene che il consenso della Lega sia frutto di ignoranza. Qual è l’implicazione? Che nella televisione di Stato non possono trovare posto opinioni critiche nei confronti di uno dei partiti della maggioranza governativa?

Il Presidente dell’INPS si deve dimettere e presentarsi alle elezioni prima di poter manifestare le sue articolate e competenti osservazioni sulle conseguenze, a suo avviso negative, delle modifiche pensionistiche volute dal Governo. L’invettiva di Salvini è davvero incredibile: ci vuole dire che solo chi vince le elezioni ha diritto di parola? Si rende conto del messaggio che trasmette?

E per converso: vuole anche dirci che chi vince le elezioni può sostenere qualsiasi tesi, anche la più sballata, in forza del fatto che il voto lo avrebbe investito di una legittimazione indiscutibile?

Non pago, Salvini afferma che sarebbe proprio la democrazia ad autorizzarlo a svilire le opinioni di chi eletto non è: nella visione di Salvini, par di capire, la democrazia coincide con un mandato assoluto a favore di chi si trova a governare, che prescinde da qualsiasi organo intermedio, da qualsiasi autorità o funzione o pensiero che non sia, per definizione, allineata a chi comanda.

E’ evidente che questo approccio ha come obiettivo fondamentale quello di non confrontarsi sui contenuti, ciò che è sempre difficile e richiede lo spiegamento di argomenti e di competenze.

Ma nel voler eludere il confronto con la complessità dei problemi del nostro paese, Salvini propaganda un’interpretazione della democrazia davvero abnorme, e di impronta chiaramente autoritaria: una volta conquistata la leva del governo, l’eletto ha sempre ragione, non si confronta con opinione diverse dalle sue, ed anzi irride e diffama i portatori di posizioni critiche (tanto più, vien da dire, quanto più sono argomentate).

E il Movimento 5 Stelle, su questo stile di discorso politico, ha qualcosa da dire?

 

1 commento

  • In questa nostra memorabile situazione che vede una Presidenza del Consiglio sdoppiata su due titolari, più un terzo, il prestanome, che passa per le Cancellerie e sui teleschermi per la controfirma, che i 5 Stelle non abbiano nulla dire sulla Lega e viceversa, né Di Maio su Salvini e viceversa, è scontato; è “nel contratto”. E’ nella storia, fatti, linguaggio, di questi mesi di Governo. E’ nell’arroganza e nell’esaltazione autoreferenziali che caratterizzano i 5 Stelle dalla nascita. E’ nella pochezza e nella volubilità del loro progetto politico.
    Quando Di Maio definisce “parassiti, dis-onorevoli…, si vergognino” i deputati che hanno fatto regolare ricorso contro la soppressione dei cosiddetti vitalizi usa forse una modalità comunicativa diversa? Ci sta dicendo che chi è oggetto di un qualsiasi provvedimento, sanzione, sentenza non si permetta di appellarsi secondo la legge; si vergogni e taccia.
    E se vogliamo continuare a chiamare “decreto Salvini” il decreto contro i migranti, il peggio apparso finora sulla scena, chiamiamolo così. Ma tutto il Governo, tutte le sue componenti, ne portano identica responsabilità.

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