Costituzione, il linguaggio laico e gentile

Costituzione, il linguaggio laico e gentile
Parole accoglienti, parole taglienti. Di queste ultime facciamo esperienza tutti i giorni: nell’incanaglimento della nostra vita pubblica e privata, nell’odio che trasuda dal web, negli scambi d’improperi con cui i politici duellano in tv. Quanto alle prime, ne resta forse un’eco in qualche sermone religioso, che tuttavia si rivolge all’aldilà, non all’inferno dei nostri rapporti quotidiani. C’è però un testo, laico e sacro insieme, che può confortarci in questi tempi di sconforto. La “bibbia laica” degli italiani – come la definiva il presidente Ciampi – è infatti una Costituzione gentile, un modello d’ accoglienza, di cordialità. E questo spirito amichevole si propaga innanzitutto dal linguaggio scelto dai nostri padri fondatori.
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D’altronde sta proprio qui la specifica missione dei costituenti: «Creare una nazione attraverso parole», per usare l’espressione di due studiosi americani, Laurence Tribe e Michael Dorf. Le parole, a loro volta, possono suonare più o meno precise, categoriche, puntuali. Nelle scienze la precisione costituisce una virtù; ma nel diritto può ben essere un difetto. Diceva Carnelutti, giurista fra i più insigni del secolo passato: la pena più certa è anche la più ingiusta. Se infatti il codice penale stabilisse l’ergastolo per chiunque commetta un omicidio, non si presterebbe ad alcun dubbio interpretativo; però finirebbe per colpire nell’identica misura chi uccida per legittima difesa e chi, viceversa, prema il grilletto durante una rapina. Ecco perché le pene contemplano un minimo e un massimo edittale, per consentire al giudice di valutare le circostanze del reato, la personalità del reo, la sua fedina penale.
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Ciò nonostante, le nostre Gazzette ufficiali traboccano di leggi dettagliate fino al parossismo, con una regola per ogni accidente della vita. È un errore, perché la vita scorre come un fiume, sicché ciascun elemento del paesaggio umano viene sommerso dall’elemento successivo. E infatti le leggi italiane durano meno d’un fiammifero. Ma la Costituzione no, dopo settant’anni è ancora viva. Anzi: la sua durata la rende ancor più viva, giacché l’autorità di un documento costituzionale risiede nella suavetustas, dunque nella capacità d’ accompagnare le diverse stagioni della storia. Per riuscirci, è necessario che quest’ ultima usi parole elastiche, duttili come cera. Se invece la Costituzione imponesse una camicia di gesso sul futuro, finirebbe presto in mille pezzi.
Un solo esempio, fra i tanti possibili. Negli anni Sessanta emerse la questione ambientale, l’allarme per l’ inquinamento del pianeta. La Carta del 1947, tuttavia, era orfana di qualsiasi riferimento all’ ambiente, alle relazioni fra l’uomo e la natura.
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L’articolo 9 parlava – parla – del «paesaggio», riflettendo una concezione estetizzante del patrimonio naturale tipica dell’ epoca, e già scolpita nella legge Bottai del 1939 sulle bellezze naturali. In quell’ accezione era paesaggio il belvedere, il panorama, uno scorcio delle Dolomiti o della Costiera amalfitana. Poi intervenne l’ interpretazione di un giurista, Alberto Predieri. Lui disse: ma dopotutto, qual è il significato letterale di paesaggio?
Paesaggio vuol dire «forma del Paese», e quella forma è incisa dall’azione umana, è il prodotto della storia, è l’ambiente. Infine la proposta interpretativa di Predieri fu accettata dalla stessa Consulta, e così l’ambiente fece ingresso tra i valori costituzionali, pur non venendo espressamente menzionato.
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La parola accogliente, insomma, è sempre alquanto vaga, ed è sempre generale. Non a caso il termine «tutti» figura per ben 21 volte nella Costituzione italiana.
Se viceversa il tetto del nostro ordinamento lasciasse allo scoperto l’una o l’altra categoria sociale, se inoltre fosse costruito con tegole di ferro, con norme troppo puntuali e divisive, qualcuno vi troverebbe riparo, ma i più non riuscirebbero a sentirsi a casa propria. E quella casa, per reggere all’usura del tempo, ha bisogno di strutture esili, leggere. Troppe parole l’appesantirebbero, la farebbero crollare su se stessa.
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Da qui la seconda lezione che la nostra Carta ci impartisce: un’ economia nel segno, nel linguaggio. Almeno un quarto del tempo speso dai costituenti ebbe ad oggetto la “materia” costituzionale, ciò che avesse titolo per descrivere il lascito di quella generazione temprata dalla guerra alle generazioni successive. E alla fine dei lavori il testo venne sottoposto alle cure di tre letterati (Concetto Marchesi, Pietro Pancrazi e Antonio Baldini), per migliorarne la sobrietà, oltre che l’ eleganza narrativa. La leggerezza è la virtù di Perseo, che si sostiene sui venti e sulle nuvole. È anche la prima qualità d’ogni scrittore, giacché dopo che hai scritto devi cancellare il sovrappiù, per alleggerire la fatica del lettore.
Staremmo tutti meglio se abitassimo un mondo meno gremito di parole, e di parole puntute come frecce. La lieta novella è una lieta favella.
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La Repubblica, 9 ottobre 2018

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