LA TRASPARENZA NECESSARIA

LA TRASPARENZA NECESSARIA

Il senso comune moderno vuole che la strategia preventiva per arginare la corruzione riposi sul principio della trasparenza. Che ha due facce: un sistema di selezione delle competenze (concorsi pubblici) e un sistema di monitoraggio (una magistratura autonoma e una libera stampa). Non a caso, con il consolidamento degli Stati costituzionali, i codici si sono specializzati nel definire regole e criteri di selezione del personale nelle funzioni pubbliche.

Lo scopo era, ed è, quello di tener fuori dalla valutazione fattori o considerazioni esterni alla questione in giudizio. La lotta contro la corruzione, sistematica come la corruzione stessa, si è perfezionata insieme all’espansione del pubblico, con la creazione dello stato sociale. Un settore caldo è tradizionalmente quello dei concorsi universitari, dove la perversa logica della clientela e della famiglia non ha mai cessato di operare, nonostante leggi e regole sempre più severe.

Avere curriculum vitae suffragati dai fatti e impedire che i tentativi di oliare le commissioni e le giurie falliscano: tutto ciò comporta una lotta continua. Con più o meno successo. Ci sono stati casi nella precedente maggioranza di esponenti politici che sono balzati alle cronache per concorsi ambigui o per tesi di dottorato più o meno originali. La musica sembra ripetersi con questa maggioranza, salvo essere più radicale nelle implicazioni.

È lo stesso presidente del Consiglio al centro di un uso diciamo pure poco trasparente delle norme concorsuali. Sappiamo che l’attuale premier fu promosso professore ordinario da una commissione tra i cui membri sedeva Guido Alpa, collega non solo di studi. I due giuristi non erano soltanto “coinquilini” con i rispettivi studi legali ubicati nello stesso stabile. Sono stati anche gli avvocati del Garante della privacy in una causa contro la Rai che aveva impugnato d’urgenza un provvedimento dell’Authority. Una circostanza, raccontano i cronisti di Repubblica, che “sedimenta” un possibile conflitto di interessi in quanto uno dei due non avrebbe potuto e dovuto essere l’esaminatore dell’altro in un concorso pubblico.

La legge in buona sostanza vieta familismi, nepotismi, clientelismi, e ogni “ismo” che valga a creare corridoi preferenziali, violando una basilare regola di giustizia: il criterio per l’assegnazione di posti pubblici deve essere solo la valutazione dei requisiti richiesti al candidato per quella specifica funzione. Il caso in questione è grave perché non riguarda semplicemente lo stile o il modo di presentarsi al pubblico – per esempio gonfiando il curriculum ( pur senza incorrere nella menzogna, ma per accomodare un po’ la verità) che, come ricordiamo, fu il modo in cui gli italiani fecero la conoscenza di Conte quando il suo nome cominciò a circolare come possibile presidente del Consiglio.

Qui non si tratta di buonismo o moralismo. Le questioni di giustizia sono anche questioni di efficienza: gli attestati accertati dei requisiti dei candidati ci assicurano della correttezza di un concorso e, anche, della possibilità di avere buoni servizi pubblici. La giustizia è conveniente a tutti. In un libro di qualche anno fa, Michelangelo Bovero ha provato a coniugare il termine greco kakistòs (che vuol dire ” peggiore”) in un sostantivo, kakistocrazia ovvero il governo affidato ai peggiori o governo dei peggiori. Come ovviare a questo declino di competenza, cultura e moralità pubblica nella classe politica?

Una domanda difficilissima che ha un ventaglio largo di possibili risposte. Ma che cosa accadrebbe se la kakistocrazia si prendesse cura di rispondere a questa domanda? La deputata del M5S Maria Pallini lo scorso 31 luglio ha depositato la proposta di legge che prevede “il divieto di inserire il requisito del voto di laurea nei bandi dei concorsi pubblici”: un possibile modo per sconfiggere la corruzione è quello di adattare al ribasso le regole.

La Repubblica, 8 ottobre 2018 

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