IL SILENZIO SULLO IUS SOLI

IL SILENZIO SULLO IUS SOLI

L’immagine straziante e ormai diffusa del Ponte Morandi spezzato in due lo scorso agosto offre una chiave lampante per capire il discorso sospeso, il silenzio inspiegabile attorno allo Ius soli. Quella riforma, ormai affossata al Senato da mesi e fortemente contrastata dalla Lega, è un’ altra strada rotta, crollata, cancellata. Intanto, un’intera generazione nata e cresciuta in Italia da immigrati – migliaia di minori che costituiscono la cosiddetta “seconda generazione” – cade in un vuoto identitario.

Crescere in un Paese in cui la propria famiglia non ha ancora radici profonde, in cui i genitori non si sentono completamente a casa, è già un percorso precario. Si sente, sotto i piedi, un vuoto: l’ assenza, spesso, di una rete di parenti, di certi punti di riferimento tramandati e fidati, la mancanza addirittura di un passato che sia anche, in qualche modo, vitale, fortificante, presente.

La seconda generazione, di cui faccio parte anch’io, negli Stati Uniti, è un ponte, letteralmente, tra una cultura e un’altra. Loro stessi sono sospesi; appartengono per forza a due sponde diverse. Rappresentano, nella migliore delle ipotesi, un cammino dinamico, fluido, ibrido.

Hanno una doppia prospettiva che serve a collegare, promuovere, unire, stabilire nuovi rapporti tra mondi separati, tra due realtà diverse.
La seconda generazione va distinta dai genitori che sono arrivati e sono stati classificati come stranieri. Mentre i genitori sono rimasti, spesso, attaccati al Paese di origine, alle loro lingue e alle loro tradizioni, i figli sono proiettati verso il Paese d’ arrivo. Quel Paese – in questo caso, l’Italia – diventa l’appiglio dominante e fondante.

Si innestano nella lingua e nella cultura, vi appartengono, non conoscono altri Paesi. Il rifiuto di riconoscere, ufficialmente, questo percorso di vita e di dare loro la cittadinanza del Paese che li ha plasmati e influenzati sino alle midolla, non è solo una vergogna per l’Italia, è anche un gesto crudele. Sono privati della loro identità guadagnata e inconfutabilmente vera, autentica. L’abbandono dello Ius soli vuol dire l’abbandono di quei ragazzi.

Il silenzio attorno allo Ius soli, come ogni silenzio, è pregno di significato. Significa chiusura mentale, paura crescente, ostilità, sempre di più, verso lo straniero. Chi si oppone teme che questa legge modifichi l’identità del Paese, che lo renda più misto e inclusivo, ma questo significa rinchiudersi nella xenofobia, in un razzismo di fondo. L’ansia di intaccare l’identità nazionale fa sì che una generazione di ragazzi non possano ottenere un’identità di alcun tipo.

“Prima gli italiani” mi preoccupa, non solo perché è frutto di un nazionalismo spinto all’eccesso, ma perché è falso. Il problema è l’interpretazione – sbagliata, anche scollata dalla realtà – della parola chiave. “Italiano” in realtà ha già una valenza piuttosto ampia. “Italiano” ormai serve a definire un gruppo di persone legate interamente e saldamente a questo Paese, con nomi stranieri, con sangue diverso, con aspetti e origini diversi. È solo questa sentenza che lo rende un termine esclusivo, rigido, sclerotico.

L’appartenenza è uno stato d’ animo, un’identificazione prevalente e determinante con un luogo, una comunità, un modo di vivere. Ma c’è bisogno anche di documenti legali che proteggano, riconoscano, accettino, definiscano.

Il silenzio attorno allo Ius soli va squarciato. È cruciale riprendere il discorso e conferire, alla seconda generazione, la cittadinanza italiana. Saranno loro a rinnovare l’Italia, a spingere il Paese verso il futuro. Saranno loro a costruire quel ponte. Con il silenzio, invece, questi ragazzi, lasciati fuori da un’identità nazionale, corrono il rischio di avvertire un senso di estraneità continua e pericolosa. Sprovvisti di cittadinanza, si sentiranno trascurati, vulnerabili. Anche silenziati.

(*) Jhumpa Lahiri è una scrittrice statunitense di origine indiana. Nata a Londra, da qualche anno vive a Roma. Nel 2000 ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa e in Italia il Premio Viareggio Repaci nel 2015. Il suo ultimo libro è “Dove mi trovo” (Guanda, 2018).

la Repubblica, 4 ottobre 2018

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