La Spezia – “Quale Terza Repubblica, è la prima ed è nata con la Costituzione antifascista”

La Spezia – “Quale Terza Repubblica, è la prima ed è nata con la Costituzione antifascista”

Il politologo Gianfranco Pasquino alla Spezia ospite di Libertà e Giustizia. “Torniamo a studiarla a scuola, questo Paese ha bisogno di cultura politica. I partiti? Non esiste alcuna democrazia senza. Respinto Renzi, dovevamo fare di più”.

La Spezia – “Qualsiasi ripresa avrà tempi lunghissimi”. Non ha soluzini facili né previsioni ottimistiche da condividere con gli spezzini il professor Gianfranco Pasquino. Chi ha riempito la sala cinema della Mediateca regionale per trovare una parola di conforto nel politologo e membro dell’Accademia dei Lincei non ne è uscito rasserenato. La sua lectio magistralis, che tiene a battesimo il rinnovato impegno della seziona spezzina di Libertà e Giustizia, è un excursus che dipinge l’odierna Italia come un Paese la cui democrazia vive un declino difficile da arrestare. Una storia di sottrazione, un vuoto culturale e politico in cui si è insediato il sovranismo e il leaderismo.

“C’è molto da fare in un Paese in cui la maggior parte dei cittadini sono indecenti. Lo so che é impopolare da dire in tempi di populismo”, esordisce l’accademico che nel prosieguo confermerà di non avere alcune intenzione di usare uno sguardo indulgente sulle pulsioni che il corpo elettorale ha premiato in questi anni, che sia il mito della difesa dei confini o il superamento delle forme tradizionali di associazione politica. “Non ci risolleveremo senza ricostruire delle organizzazioni che somiglino ai partiti – predice – Non dico che dobbiamo tenerci i partiti che abbiamo, dico che non conosciamo alcuna democrazia senza partiti politici. Questo é un aspetto fondamentale. Oggi invece governa un movimento che racconta cose sulla democrazia diretta che non può controllare e un capitano. Un contesto lontano da quello pensato nella nostra Costituzione”.

La Carta rimane il fondamento per ogni nuova stagione della Repubblica Italiana secondo il bolognese, che non ha paura di essere indicato come uno dei professoroni che la marea movimentista vuole mettere ai margini del dibattito. “Luigi Di Maio deve sapere che non siamo in nessuna Terza Repubblica. Siamo ancora nella Prima e unica Repubblica, che ha le sue radici nell’antifascismo e nella Guerra di Resistenza, anche se può dispiacere a qualcuno. La nostra democrazia nasce da lì. Solo che la Costituzione è poco conosciuta perché poco insegnata a scuola. Invece va raccontata nella sua dimensione di documento non prettamente giuridico ma anzi storico-politico, che porta in sé la traccia delle anime che la scrissero, da quella cattolica a quella socialista e comunista”, spiega il professore.

L’amore per la Costituzione lo ha portato in una città dopo l’altra a fare campagna per il “no” alla riforma renziana. “Le riforme di Renzi erano pessime e avrebbero creato un conflitto istituzionale dopo l’altro senza dare un indizio sul come superarli – si riaccende sull’argomento – In quell’occasione abbiamo vinto nel respingere la riforma, ma non siamo stati altrettanto bravi a riaffermare poi i princìpi della Costituzione nello scenario successivo”. Contro la volatilità dell’elettorato, a cui basta un fatto di cronaca locale per cambiare indirizzo, serve un terreno comune di cultura politica secondo Pasquino. Tornare alle radici con la Costituzione il primo passo, poi andare oltre. “Per arrestare il declino serve anche un minimo di cultura economica. Ma in Italia gli economisti vengono trattati esclusivamente come tecnici, anche senza per forza usare le parole di Casalino (“di m…”, nell’audio reso pubblico pochi giorni fa, ndr). E’ bene sapere che tagliare le tasse ai ricchi aspettandosi che a quel punto investano é sbagliato: permettere ai più abbienti di comprare un’altra Ferrari o un nuovo gioiello non fa girare l’economia”, punta il dito sul progetto della flat tax.

Continui i riferimenti alla storia, dalla difesa del concetto di “cittadinanza” come uguaglianza di fronte alla legge sancito con la Rivoluzione Francese agli anni della Balena Bianca. “Non c’è stata alternanza democratica in Italia perché il Pci non era alternabile in virtù del suo legame diretto con Mosca – ricorda – Il nostro Paese non è stato affatto un’anomalia positiva. Guardate le socialdemocrazie del Nord Europa quali risultati straordinari hanno raggiunto”. Pasquino rimpiange l’occasione persa con L’Ulivo, esperimento aperto alla società civile che non aveva rinnegato la tradizione della sinistra a differenza di quanto farà il Partito democratico (“che oggi è il partito delle ztl, dei centri storici benestanti”) subito dopo. “Ma Prodi allora voleva fare solo il governante, invece avrebbe dovuto fare anche il leader politico”, ricorda.

Tutto il discorso sottintende all’idea di una società che, sulla base di una Costituzione condivisa, crea i presupposti per muovere i temi della politica dal basso, come si diceva una volta, grazie al ruolo degli intellettuali. L’opposto del leaderismo che, da Berlusconi a Renzi passando per Grillo e finendo con Salvini, trascina le masse invece di essere sospinto dalle idee. “Quanto è importante creare associazioni lo vediamo nei nostri vicini europei – spiega – Invece gli italiani si associano relativamente poco, fanno poche cose assieme. In compenso creano corporazioni chiuse e autoreferenziali: i magistrati, i giornalisti, i professori universitari. Perfino i movimenti femminili sono sempre stati molto separati”.

Prima di chiudere dice di non avere ricette sicure per uscire dall’impasse odierno. Ma poi si torna sempre all’insegnamento della Costituzione da riportare a scuola. “Mi rendo conto quanto sia difficile parlarne per un professore, che dovrebbe toccare necessariamente anche il tema dell’antifascismo per spiegarla. Qualcosa che porterebbe magari alcuni genitori alla porta a lamentarsi. Certo, se fossero un po’ più difesi dai loro dirigenti scolastici…”. Quei genitori che a casa parlano poco di politica secondo il professore. “Un tempo si faceva molto di più e già quello creava una base di cultura su cui fondare la cittadinanza. Sono i figli della generazione del ’68 ad aver smesso di farlo”.

Cittadellaspezia.com, venerdì 28 settembre 2018

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