LA FRAGILITÀ DELLA SVEZIA È LA NOSTRA

LA FRAGILITÀ DELLA SVEZIA È LA NOSTRA

La destra – che usa l’ eufemismo di “sovranismo” come patente di legittimità – cresce a macchia d’ olio nei sondaggi del Nord del continente, non meno che a Est e a Sud. Alle elezioni di domenica in Svezia, le previsioni dicono che la nazionalista SverigeDemokraterna (Sd) si potrebbe piazzare tra il terzo e il primo posto. Forse i socialdemocratici vinceranno, ma la crescita delle destre potrebbe mettere a dura prova il futuro governo. Come in Italia, anche nel Paese scandivano le responsabilità della inquietante sterzata a destra vengono addossate ai governi di centrosinistra – accusati di opacità nella leadership e di impotenza nell’ arginare l’ immigrazione. A Stoccolma non è la crisi economica, quanto la qualità della vita a mettere in discussione la maggioranza uscente. Alcuni osservatori parlano di una lotta sui «valori e l’ identità svedese».

L’impennata immigratoria del 2015 ha interessato la Svezia, che insieme alla Germania è tra i Paesi con più alta percentuale di accoglienza. Le élite socialdemocratiche hanno sottovalutato il problema “identità” e “sicurezza”, due argomenti che il partito nazionalista sfrutta abilmente. Non è in questione il livello del welfare, generoso anche con gli immigranti, ma la “cultura” e la “lingua”, due “valori” che la mescolanza di etnie mette in discussione. L’ integrazione in Svezia non è lasciata al caso ma governata scrupolosamente, proprio per proteggere i “valori” nazionali e sociali. E per battere l’ opposizione di destra, i governi socialdemocratici si sono convertiti alle politiche delle frontiere chiuse. La sinistra forse vincerà le elezioni, ma è sempre più vicina alla destra.

La Svezia è di grande interesse, sia per misurare il trend europeo in vista delle elezioni del 2019, sia per leggere dentro la storia della democrazia europea. Una storia che non è anti-nazionalista. La storia della socialdemocrazia scandinava è di programmato benessere nazionale e nazionalista; non proprio un capitolo dell’internazionalismo proletario.

L’emergere del Partito dei lavoratori (Sap) negli anni ’30, mentre parte d’ Europa era nazionalsocialista e fascista, coincise con una coalizione pro-socialista che univa lavoratori e contadini all’ interno di un progetto nazionalista. La creazione di un popolo di lavoratori e buoni cittadini fu un programma di successo non privo di ombre inquietanti, come la politica eugenetica finalizzata alla creazione di una popolazione di sani e robusti lavoratori che aveva il compito di scoraggiare l’ immigrazione. La politica di sterilizzazione dal 1935 marciò con le politiche socialdemocratiche e fu rivelata con orrore e abolita solo nel 1975. La politica del benessere sociale fu di successo, ma con una connotazione nazionalista. La biopolitica doveva servire a cambiare la società.

Vi è un aspetto che non viene messo in luce quando si analizza l’attuale rinascita della destra xenofoba nel vecchio continente, di cui la sinistra riformista in Svezia è un caso esemplare: ovvero che la democrazia ha partecipato alla cultura ideologica nazionalista. Se, come Yascha Mounk ha scritto su Repubblica, i moderati non sanno far diga ai nazionalisti radicali perché cedono alle loro sirene ideologiche, non è solo per insipienza tattica dei partiti moderati.

L’ideologia che li innerva è della stessa pasta. La fragilità della democrazia europea è in questo senso tutta interna alla storia della democratizzazione dei Paesi del vecchio continente, una storia che ha confini porosi con il nazionalismo e perfino la xenofobia.

La Repubblica, venerdì 7 settembre 2018

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