Ci vuole orecchio per battere Salvini | Libertà e Giustizia

Ci vuole orecchio per battere Salvini

Ci vuole orecchio per battere Salvini

Caro direttore, Roberto Saviano ha invitato a rompere il silenzio sulla politica e la retorica sostanzialmente fasciste di Matteo Salvini. Ho dedicato un piccolo libro (“Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’ Italia senza verità”, Edizioni del Gruppo Abele) al dovere di – sono parole di Bobbio – non lasciare il monopolio della verità a chi ha già il monopolio della forza: e lì ho indicato proprio in Saviano uno dei non molti intellettuali liberi, e disposti a schierarsi. Su Salvini, poi, ho preso la parola in ogni sede: scrivendo, tra l’altro, la prefazione al libro che Antonello Caporale e Paper First hanno dedicato al “ministro della paura”.

Ma rompere il silenzio non basta. Racconta Emilio Lussu di un comizio in cui, quando un ascoltatore reclamò: “voce!”, si sentì rispondere: “orecchio!”. Per battere questa destra orrenda serve più orecchio che voce. Ci vuole ascolto, per capire perché (oltre al tessuto ricco, e talvolta razzista, del Nord che da anni si riconosce nel potere della Lega) anche i poveri, gli ultimi, gli “scartati” (come li chiama papa Francesco) hanno votato in massa per le forze che si sono saldate in questo governo. E perché, nonostante tutto, continuano a sostenerle.

Se non lo capiamo, rischiamo di maledire un sintomo (Salvini) senza curare la malattia. È un problema di credibilità, certo: nessuna voce contro Salvini è sincera se non ha detto, o non dice, che Marco Minniti ha fatto di peggio, anche se lontano dalle telecamere. O se non dice che il Dario Nardella che si fa riprendere mentre spiana con le ruspe un campo rom a Firenze è un sintomo della stessa malattia. E così via. Ma c’ è qualcosa di terribilmente più profondo. Come si fa a chiedere agli italiani sommersi e sfruttati di stringersi intorno ai valori della Costituzione proprio mentre Sergio Mattarella, massimo garante della Carta e del suo primo articolo, si genuflette di fronte a un Sergio Marchionne? Questi è stato un formidabile campione della anti-costituzione materiale per cui lavoro e diritti non sono compatibili: se vuoi il primo, devi rinunciare ai secondi. Come si fa a non vedere che tra la canonizzazione di Marchionne e il consenso a Salvini c’è un nesso strettissimo?

Come possiamo pensare che gli italiani in difficoltà ascoltino i nostri appelli antifascisti se essi sono sostenuti dallo stesso establishment che esalta Marchionne, il quale non ha voluto restituire all’Italia, e a ciò che resta del suo stato sociale, nemmeno i soldi delle tasse sul proprio gigantesco patrimonio? Come sperare che vengano ascoltati giornali e partiti nei quali Marchionne è esaltato come un super-uomo, in vita e in morte lontano anni luce dai sotto-uomini che muoiono sul lavoro, il corpo oscenamente sfranto in pubblico, o affogano aggrappati al relitto di una barca, sotto l’occhio delle telecamere?
Tutto l’establishment che chiama al conflitto contro Salvini è quello che diceva e dice che non è possibile alcun conflitto sociale: che è invece lo strumento per creare giustizia sociale, ed è stato disinnescato proprio dal Partito Democratico e dai suoi sostenitori.

Quando Salvini dice “prima gli italiani”, nessuna risposta è credibile se non afferma la necessità di un conflitto invece “tra gli italiani”: tra i poveri e i ricchi, che “non vogliono le stesse cose” (Tony Judt).
Alla sinistra dei politici, professori, giornalisti paghi di appartenere alla ristretta cerchia dei salvati, disinteressati a cambiare il mondo e capaci solo di parlare di “austerità” e “responsabilità”, è subentrata una destra con una visione terribile e propagandistica, sanguinosa e fasulla. Salvini sa benissimo che non potrà cambiare in meglio la vita degli italiani: ed è per questo che accende la miccia della caccia al nero.

Ma nessuna risposta capace di erodere questo disperato consenso può fermarsi alla proclamazione delle ragioni dell’umanità.
Carlo Smuraglia ha di recente ricordato che “ben pochi giovani sarebbero stati disposti a prendere le armi e a cacciare i fascisti solo per tornare allo Statuto albertino: quello in cui il sovrano concedeva, di sua iniziativa, i diritti al popolo”. Ebbene, davvero pensiamo di convincere gli italiani a una nuova (e ovviamente diversa) resistenza, solo per tornare all’Italia del Pd (e che sia il Pd di Renzi o Zingaretti davvero poco cambia), dell’inutile e distruttivo Tav, del Jobs Act, e di tutto il resto?
Bisogna saper vedere, e saper dire, che Salvini è il sintomo terribile, e finale, della malattia che ha devastato questo Paese anche “grazie” a ciò che chiamavamo “sinistra”. Bisogna saper indicare un’altra strada per costruire giustizia, eguaglianza, inclusione.

Rompiamo il silenzio con tutta la forza che abbiamo, d’accordo: ma, per capire cosa davvero dobbiamo dire, bisogna prima saper ascoltare il Paese. Mai come oggi “ci vuole orecchio”.

 

Il Fatto Quotidiano, 31 luglio 2018

6 commenti

  • Ma perchè ogni volta che leggo qualcosa di questi ‘intellettuali’ di sx la domanda è sempre la stessa… “ma che ha detto? Boh!”. Ricordo una frase del compianto Sergio Ricossa:
    “Gli intellettuali di sinistra amano il popolo come astrazione, lo detestano come insieme di persone vive e cioè rumorose, sudate, invadenti, volgari. Il popolo vivo sembra sopportabile solo se lo si guarda dall’alto di un palco ben isolato ed elevato. Irreggimentare il popolo, metterlo in fila, comandarlo, tutelarlo anche, ma come si tutelano i minori, finalmente farsi applaudire dal popolo: ecco le seduzioni di chi sta a sinistra”.

  • Bellissime tesi le sue e quelle di Saviano! Ma troppo alte, troppo lontane dalla realtà terrena, e lassù l’ascolto è rarefatto, se è vero che l’OCSE ci pone in fondo alla classifica europea per la % di analfabeti funzionali e di ritorno.

    Ottime condivisibili teorie che paiono ignorare che il problema immigrazione chiude le porte e spinge al potere le destre in tutta Europa, mentre spaventa i nostri 5 milioni di poveri e il doppio che sta per diventarlo, come pure, a torto o ragione, i 3 milioni di disoccupati. Ed è il prof Prodi, che non guarda alle prossime elezioni, che già nell’aprile 14 titolava sul Messaggero: “Un salvagente per l’Africa, altrimenti l’immigrazione ci travolgerà!” E pochi mesi fa: “Senza un piano Marshall per l’Africa un’immane tragedia umana sarà inevitabile!” Che non è lo slogan di Salvini…

    E Marchionne ha fatto solo la sua parte in un contesto di economia capitalidtica con un’azienda “tecnicamente fallita”. E l’elusione fiscale è una prassi che chi sa e può pratica da sempre, anche se ai generosi può non piacere. Il criminale è il capitaismo non Marchionne.

    E’ quasi certo che sia io a sbagliare tutto, ma i fatti si dice abbiano la testa dura.

    Ossequi.

    Paolo Barbierin socio circolo La Spezia

  • Premetto, il 04 marzo ho votato Liberi e Uguali . Ma lei Montanari , per giustificare il suo voto a M5S , continua a dare addosso al PD ? Cioè, come fanno tutti i bambini, continua a dare la colpa agli altri delle sue sciocchezze ? Ma non sarebbe ora che diventasse grande e si assumesse le sue responsabilità ? Lei , con il suo voto, ha contribuito alla nascita del governo gialloverde . Salvini non è ”sostanzialmente fascista” è semplicemente un fascista, come lo è una gran parte del M5S .
    Saluti
    Mauro Rossetti

  • Il Prof. Montanari intende sostituire alla lotta tra nazioni la lotta tra classi. E mette stupidaggini come la TAV o il Jobs Act (prodotti di una sinistra che a lui non piace) sullo stesso livello di idee come il diritto degli individui a farsi giustizia da sé, o l’implicita compensazione tra aggressioni agli immigrati e crimini commessi dagli immigrati (promosse dalla Lega) che, se accettate, ci riporterebbero indietro di 3000 anni.

    La prima proposta è stata già sperimentata nella storia e non mi pare che sia andata molto bene. La seconda posizione, che considero folle, è una delle ragioni per cui non esiste (in Italia) una società civile in grado di opporsi alle derive totalitarie. Sul fermare il dittatore siamo d’accordo, ma a quanto fissare l’aliquota IRPEF? Il dibattito è aperto e appassionato. Nel frattempo il dittatore avanza.

  • Tutti, alle volte, diciamo sciocchezze, alcuni più spesso di altri.
    Nel citarlo, Valter (suo commento del 1° agosto) è riuscito nell’ardua impresa di citare una delle poche sciocchezze scritte da Sergio Ricossa, uomo di cultura, economista e profondo conoscitore della storia delle dottrine economiche – quando l’economia era ancora una scienza sociale e non già la scienza (sic) della finanza predatoria.

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