Come si combatte il populismo? | Libertà e Giustizia

Come si combatte il populismo?

Come si combatte il populismo?

In una sua risposta (D 23 giugno) Lei individua, come uno degli elementi alla base della democrazia, la fraternità: valore laico, dall’ illuminismo in poi, sicché non vi è motivo di agganciare la democrazia a fedi religiose. Concordo in pieno, ma ritengo che quando si tocca questo tema bisogna sempre prevenire l’ accusa di “buonismo”: quella che ritiene che l’ appello ai valori sia un lusso che possono permettersi coloro che stanno bene, mentre il “popolo” che sta male ha esigenze immediate.

Indubbiamente, il consenso elettorale ai “populisti” pone un problema ai democratici. Ritengo, e presumo che Lei sia d’ accordo, che la questione è quella della ricerca di soluzioni a brevissimo termine, o invece durature: tutti gli studi, anche quelli di economisti “di destra”, mostrano che una società più equa, nella quale si siano ridotte le disuguaglianze (e nella quale, dal punto di vista istituzionale, il potere della maggioranza sia bilanciato dalla rigorosa tutela dei diritti delle minoranze) è anche più stabile e più vantaggiosa per tutti. Come far sì, allora, che il voto premi chi guarda più avanti, e non i demagoghi dell’ immediato?

Si tratta, in sintesi, di cultura; e non è un caso che tutte le analisi mostrino una correlazione tra successo dei demagoghi e basso livello di scolarità.

Ciò è vero pur non essendovi oggi, nel sistema di istruzione, uno spazio adeguato per l’”educazione civica”; vi è da augurarsi che in futuri accordi (non “contratti”) di governo vi fosse, da parte di altri protagonisti, un’ assoluta priorità per il tema complessivo della formazione, e in particolare per quella alla cittadinanza.

Giunio Luzzatto (luzzatto@unige.it)

Grazie per la sua lettera che mi trova d’ accordo riga dopo riga, soprattutto là dove indica come unico antidoto al populismo dei demagoghi la cultura e i livelli d’ istruzione e di scolarità. Solo che per elevare il livello culturale del nostro Paese, la cui popolazione, secondo la classifica stilata lo scorso anno dall’ Ocse, è all’ ultimo posto in Europa per la comprensione di un testo scritto, ci vuole molto tempo. E nel frattempo i demagoghi che ci governano possono portarci fuori dall’ Europa con le conseguenze catastrofiche che non è difficile immaginare, quando lo Stato non sarà più in grado di pagare pensioni e stipendi perché nessuno in Europa e nel mondo della finanza (additati come i peggiori nemici) sarà disposto ad acquistare i titoli del nostro debito pubblico con cui ci finanziamo per pagare appunto pensioni e stipendi.

Questo piccolo ragionamento non frena la protervia e gli insulti dei nostri demagoghi contro l’ Europa e la finanza. E il popolo, che deve trovare il capro espiatorio al proprio disagio, non indugia neppure un istante ad aderire a questa impostazione che ai suoi occhi appare di immediata evidenza, perché per coglierne le implicazioni, che in questo caso non sono difficili da individuare, ci vuole un minimo di istruzione e di cultura.

A questo proposito forse non è sufficiente, anche se assolutamente necessario, dare più spazio a lezioni di educazione civica. Quel che è necessario è rendersi conto che tutte le scuole secondarie, non solo i licei, ma anche le scuole professionali, sono tutte scuole di formazione, perché prima delle competenze, che si possono imparare anche dopo, all’ università, occorre formare l’ uomo, attraverso l’ educazione del sentimento, che è un fenomeno culturale e non naturale come l’ impulso e l’ emozione, la sensibilizzazione per la politica come governo della città, per non sentir più persone (studenti compresi) che dicono «di politica non me ne intendo», la condivisione di valori che una comunità adotta non perché li ritiene immutabili, eterni o scesi dal cielo, ma perché li considera i più idonei a ridurre la conflittualità e a salvaguardare l’ ambiente in cui si vive.

E tutto questo per evitare di oltrepassare quel limite oltre il quale si entra nel mondo della disumanità, come nel caso dei migranti lasciati in mezzo al mare stipati sulle navi che li hanno soccorsi, o come nel caso della disposizione di Trump che ha separato i bambini dai loro genitori.

Perché quando si oltrepassa questo limite allora tutto può accadere, anche le cose più terribili che noi europei abbiamo già sperimentato. Ma per questo occorre la scuola, tanta scuola, con classi che non superino i 12-15 studenti, per poterli non solo istruire, ma anche educare, con professori scelti anche per la loro capacità di comunicare, affascinare, trascinare perché, come dice Platone, si impara per imitazione, partecipazione, fascinazione.

E infine una scuola aperta oltre gli orari scolastici, come luogo di socializzazione per giovani che oggi non hanno altri luoghi che non siano i bar dove si beve e le discoteche dove sa dio (ma lo sappiamo anche noi) cosa succede.

 

La Repubblica D, sabato 28 luglio 2018

1 commento

  • Come non concordare coi professori sulla necessità di una “Rivoluzione Culturale” per battere populismo, disuguaglianze, iniquità e ogni altra disgraziata conseguenza?

    Ma per portare a termine quel tipo di Rivoluzione, occorre il tempo di generazioni, e occorrono governi che ad ogni legislatura confermino l’obiettivo investendo per il suo raggiungimento, le migliori persone per attitudine all’insegnamento formativo, e tutte le strutture e gli strumenti indispensabili ed opportuni, MIUR, radio e TV, editoria, risorse finanziarie…

    È potrà mai una politica espressa da varie conclamate mediocrità, porsi quell’obiettivo che equivarrebbe a rinnegare se stessi e decretare la propria fine? Lapalissiano che non lo potrà fare, e non lo farà mai!

    Lapalissiano che per avviare quella Rivoluzione, sia necessario riportare in Parlamento il rigore morale e culturale, le competenze e l’orientamento al bene comune indispensabili in quel luogo-istituzione da cui tutto discende. E penso, naturalmente, ai promotori del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale e altri loro assimilabili: Persone che si sono spese nelle piazze per mesi, non per tornaconto personale, ma per la Costituzione, supremo bene comune.

    E quale tattica-strategia per ottenere questo cambiamento virtuoso in competizione asperrima verso la mediocrità oppositiva dell’offerta politica attuale?

    Certo presentando ad ogni prossima futura occasione elettorale, una Lista Civica Nazionale per la Democrazia Costituzionale, tale da offrire finalmente alla Cittadinanza la possibilità di un voto entusiasta, e non solo mesto per il male minore, preparando il successo financo maggioritario, con l’esercizio degli artt 71 e 50 della Costituzione, per ottenere una nuova legge elettorale funzionale alla rappresentanza e alla governabilità, ed altre di larga attesa per accrescere l’interesse e la partecipazione.

    Una campagna da condurre con la coerente e fragorosa partecipazione dei denunciatori professionali che, dopo 30anni di successo e fama costruiti sulle disgrazie del Paese, vorranno spendersi per il loro superamento senza vergognose defezioni.

    Paolo Barbieri, socio circolo di La Spezia

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