Sinistra con vista sulla Costituzione (una volta era così)

Sinistra con vista sulla Costituzione (una volta era così)

Provo a dire una “cosa di sinistra” senza alcuna pretesa di poter – ma in realtà neppure volere – contribuire alla riflessione che forse dovrebbe aprirsi a proposito di quel luogo “dismesso” – appunto la sinistra senza alcuna altra specificazione (per non sembrare patetici oltre il sopportabile) – ancora qualche decennio fa vivacemente frequentato nello scenario politico italiano ed europeo il quale oggi si considera occupato da cangianti forze post-ideologiche ispirate a un pragmatismo indecifrabile.

La dico dunque solo per onestà intellettuale, quella che ciascuno deve almeno a se stesso e lo faccio nell’unica veste che mi consente di prendere la parola sul punto, cioè quella di costituzionalista a tempo pieno, che parte e ritorna al nostro dettato costituzionale e, più in generale, alle questioni che stanno “dentro” l’evoluzione del costituzionalismo europeo.

Constato allora, da subito, che la vigente Costituzione italiana – criticabile quanto si vuole – realizzerebbe – e non da sola nel panorama delle Costituzioni europee – quella forma di democrazia-sociale che costituisce un di più rispetto al liberalismo delle origini emerso a cavallo dei due conflitti mondiali (pur con tutte le specificità nazionali e le “cadute” che la storia ricorda sempre come moniti) riguardo alla promozione di indirizzi politici volti ad ottenere un riequilibrio sociale, economico e politico in favore di alcuni soggetti da aiutare come pure di certe formazioni sociali (espressamente evocate dall’art.2) da incoraggiare e tutelare.

Un riequilibrio necessitato dalle condizioni esistenziali di partenza che sfavoriscono, per come oggettivamente riscontrabile e a prescindere dalla volontà di ciascuno, persone e gruppi di individui che si trovano a vivere nello stesso luogo “degli altri”.

Da questo punto di vista è innegabile che la preoccupazione costituzionale sopra richiamata affinché si possa rendere la Comunità nazionale tendenzialmente più omogenea e, dunque, più giusta e meno conflittuale rappresenta un obiettivo al quale non dovrebbe poter sfuggire l’azione concreta di qualsiasi maggioranza di governo chiamata momentaneamente ad agire nell’ordinamento per effetto dell’orientamento espresso dal corpo elettorale.

Si può persino accettare la semplificazione secondo la quale la nostra Legge Fondamentale risente di accenti di “sinistra” che hanno contraddistinto le forze politiche di ispirazione marxista che, insieme ad altre di pari consistenza numerica ma certo maggiore incisività culturale nella società italiana del secondo dopoguerra, una volta sconfitto il nazifascismo hanno sicuramente contribuito ad approvarla.

Egualmente si può pensare legittimamente di spostare, da destra, il “baricentro” costituzionale, come si è progressivamente ed implacabilmente provato a fare almeno negli ultimi quarant’anni, passando dal riconoscimento e dalla garanzia dei “costosi” diritti sociali connessi all’attenzione verso la genuina rappresentanza politico-parlamentare, all’esaltazione dei classici (meno dispendiosi) diritti di libertà negativa accompagnata dalla promozione della cosiddetta governabilità del sistema politico (si ricerca qualcuno che possa decidere in fretta) a discapito della reale capacità rappresentativa dell’organo parlamentare (sebbene, almeno sino adesso, senza riuscire ad ottenere un mutamento del quadro ordinamentale anche per effetto della contrarietà manifestata dal corpo elettorale referendario nel 2006 e nel 2016).

In ogni caso, non volendosi disperdere l’inclinazione progressista che ho richiamato (e che in realtà è stata promossa e difesa non solo dalle forze politiche d’ispirazione marxista presenti all’Assemblea Costituente,  ma anche da una frazione tenace quantunque mai storicamente prevalente all’interno del cattolicesimo politico italiano), ciò che tuttavia mi pare debba rimanere “fermo” è la ricerca della “correzione in avanti” – il progresso si sarebbe detto una volta – delle condizioni sociali, economiche e politiche dei soggetti che hanno poco o addirittura niente per potere vivere con dignità (e così per pensare liberamente al proprio destino e perciò partecipare alla vita politica).

Una correzione progressista, quella invocata, se non assicurata in tempo di risorse scarse almeno da stimolare da parte degli organi di governo che dovrebbero potere essere in grado di chiedere, a chi ha sacche di ricchezza dalle quali attingere, di farsi carico della riduzione delle diseguaglianze e non solo attraverso la progressività tributaria richiesta dall’art.53 ma persino accettando (o anche subendo) una ragionevole compressione, almeno temporanea, delle stesse “prestazioni pubbliche” di cui pure si avrebbe diritto.

Discorsi di sinistra – mi rendo conto – inattuali, votati alla sconfitta elettorale e in realtà soppiantati da altro tipo di preoccupazioni: il “problema” resta sempre l’abnorme debito pubblico già accumulato e il Pil che non cresce abbastanza, semmai ciò che si chiede è la detassazione per le nostre imprese costrette a fare conti con meccanismi concorrenziali e altre linee di pensiero note e ben propagandate nei sempre più frequenti “tg economia”.

Credo peraltro sia inevitabile, per restare a sinistra e magari sperare in un domani di tornare ad influenzare concretamente la politica nazionale e in ogni caso almeno per presidiare i confini di un territorio abbandonato, che altrimenti nessuno più si ricorderà che esiste ancora, che l’impegno per ridurre le diseguaglianze (qui il tema trattato riguarda solo quelle prevalentemente di natura economica) dovrebbe interessare non solo la politica nazionale, ma anche quella da invocare senza sceneggiate ma fermamente sul piano europeo (se non ora, qui e adesso, almeno domani o non appena possibile).

Se si scruta l’orizzonte più largo, da sinistra, la condizione esistenziale delle persone che fatalmente incrociamo, magari al largo delle nostre coste, non è elemento che può lasciare indifferenti. Anche solo pensare, per mera convenienza egoistica di quanti ritengono di stare bene e che comunque ritengono si starebbe meglio senza “contagio” esterno, di distinguere “noi” dagli “altri”, quali sono gli stranieri extracomunitari che aspirano a venire a “casa nostra” (certo anche nella comune casa europea) così da poter godere dell’ “effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana” (art.10, primo comma).

Tutto ciò significa, nei fatti, abdicare e clamorosamente disattendere un punto di svolta a cui il nostro ordinamento è approdato con ritardo e fatica partendo, da sinistra, dalla consapevolezza di dover supportare le persone più colpite dal disagio economico e sociale, così da integrarle al meglio nella vita comunitaria.

Oggi proprio la modernità ci dovrebbe indurre a pensare che la vita comunitaria degli uomini si svolge in campo aperto, nel mondo, certo con tanti rischi ma egualmente innumerevoli vantaggi particolarmente goduti da chi è nelle condizioni di fare circolare e moltiplicare capitali cospicui.

Ed allora credo sia più che mai opportuno continuare a lasciarsi alle spalle politiche nazionalistiche e regressive quanto al riconoscimento dei fondamentali diritti altrui (il primo dei quali è il sopravvivere decorosamente) già tragicamente e direttamente sperimentate dai nostri Padri le quali, come è noto, hanno fatto sprofondare, non solo la nostra Penisola e l’Europa, nel buio pesto della ragione non consentendo più, ad un certo punto, di vedere uomini che esistono e respirano accanto ad altri uomini e anzi esaltando la contrapposizione tra “noi” e gli “altri”, i nostri nemici da conquistare e, se necessario e utile alla “causa”, annientare.

Ed allora, in definitiva, chiudere o anche socchiudere la “finestra sul mondo” che la nostra Costituzione ha profeticamente aperto, collocandola nei suoi principi fondamentali (art.10 e 11), non sarebbe una cosa da immaginare, in verità né da sinistra né da destra.

 

(*) L’autore è professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Brescia.

 

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