Essere ‘sovrani’ in una Repubblica democratica

Essere ‘sovrani’ in una Repubblica democratica

In questi nostri  tempi così poveri di politica e così ricchi  di demagogia, la Costituzione è sempre più spesso oggetto di strumentalizzazioni ed estrapolazioni di comodo.

E’ ciò che capita, per esempio, con il concetto di  ‘sovranità popolare’ di cui le forze  populiste enfatizzano la centralità omettendo, però, di precisare ciò che la Costituzione dice con molta chiarezza: e che, cioè, la sovranità va esercitata “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Forme e limiti pubblici, come è giusto che avvenga in una Repubblica democratica. Dove a nessuno -né al ‘demos‘ né tanto meno al singolo ‘civis’- può  essere consentito di privatizzare ciò che è per sua natura pubblico: in primis, ovviamente, le Istituzioni.

Tutti, invece, dovremmo avvertire il dovere civico di  collaborare alla gestione democratica della cosa pubblica. In che modo? Intanto adempiendo ai “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” di cui parla l’art.2 e, poi, impegnandoci attivamente -da ‘persone umane‘ pienamente sviluppate-  a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” di cui parla il secondo comma dell’ art.3.

Un popolo che invece interpreti la sua sovranità in chiave privatistica, come l’esercizio di un diritto di proprietà (esclusivo ed escludente)  sulla ‘res-pubblica‘ e non si adoperi, quotidianamente, perché tutti siano messi in condizione di effettiva libertà ed effettiva eguaglianza (conditio sine qua non per poter ‘partecipare effettivamente all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese), non è -a mio avviso- un popolo in sintonia con il modello di democrazia disegnato nella nostra Carta.

Dobbiamo, quindi, avere l’onestà intellettuale e civica di definire questo genere di popolo -fatto, appunto,  di  spettatori deleganti tanto inclini all’indignazione quanto gretti e provinciali nel difendere il loro  ‘particulare‘-  un popolo anti-costituzionale. E’ questo il popolo dei  populismi, delle propagande demagogiche, delle scorciatoie plebiscitarie, dei voti utili, del civismo anti-partitico, del primato della mitizzata  governabilità (che vive perfettamente a suo agio  nel deserto e nell’afonìa della politica) sulla ormai negletta rappresentatività (che, invece, muore se non è alimentata da una costante, attiva, responsabile e organizzata partecipazione dei rappresentati).

E’ un popolo che, anche oggi, voterebbe in massa a favore della liberazione di Barabba. E non perché Barabba simboleggia il male, ma perché l’alternativa offerta -duemila anni fa come oggi- è troppo scomoda e impopolare. Implicando, come implica, una  partecipazione effettiva, cioè un coinvolgimento totale della propria persona, dei propri ideali, della propria libertà di giudizio, della storia e dei progetti. Qualcosa, insomma, di ben diverso dalla pancia, dall’ istinto, dal bisogno materiale da soddisfare a qualunque costo. Anche a costo della libertà. Anche provocando crescenti disuguaglianze.

 .

(*) L’autore è socio del Circolo LeG di Napoli.

1 commento

  • Illustre De Stefanis,
    L’onestà intellettuale ci obbliga a capire che questo popolo non è “colpevole di anticostituzionalità”, ma solo vittima di strategie lucide che lo hanno indotto ad un pesante regresso culturale e quimdi incapace di analisi e sintesi autonome, fino a diventare “spettatori deleganti tanto inclini all’indignazione quanto gretti e provinciali nel difendere il loro ‘particulare”. Le ricordo a tal proposito, che il compianto prof. De Mauro, ci assegnava un analfabetismo funzionale all’80% e che l’OCSE in questa classifica europea ci pone al 3°ultimo posto…

    Trovo che gretti e provinciali siano quegli “strateghi” che disegnano percorsi senza tenere minimamente conto di questo dato oggettivo, ineludibile e determinante, visto che in democrazia al momento del voto, uno vale uno davvero. Strateghi che tengono conto solo del proprio pensiero come fosse un’entità assoluta alla quale tutti debbano uniformarsi…altrimenti sarebbero “gretti e provinciali”.

    Visto che il popolo non si può cambiare…

    Paolo Barbieri, circolo di La Spezia

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