L’età degli algoritmi/Social e politica, amici nemici | Libertà e Giustizia

L’età degli algoritmi/Social e politica, amici nemici

L’età degli algoritmi/Social e politica, amici nemici

E’ stato presentato nei giorni scorsi a Roma, presso la Fondazione Lelio Basso, un’importante ricerca su “Persuasori social trasparenza e democrazia nelle campagne elettorali digitali”, curata da Nexa Center for Internet & Society del Politecnico di Torino, dal Centro per la riforma dello stato e dalla Fondazione P&R.

Il comitato di indirizzo del progetto è costituito da Juan Carlos De Martin, Giulio De Petra e Roberto Polillo, mentre il laboratorio ha avuto come coordinatori Fabio Chiusi, Antonio Santangelo e Francesco Marchianò. Il documento tratteggia, sulla scorta di contributi forniti dagli stakeholder (le parti interessate) e attraverso interviste individuali, effettuate dal team del progetto (Punto Zero), le novità delle campagne elettorali dell’era digitale, l’età “post-mediatica”. Vale a dire quella seguita alla stagione della comunicazione tradizionale, quando una politica più forte si rifletteva nel cuore dei mezzi analogici, determinati nel tempo e nello spazio, unidirezionali e rivolti a pubblici “generalisti”.

La rivoluzione “fredda” della rete e della connessione permanente ha radicalmente cambiato l’ordine degli addendi. Dal consumo massificato, alla persuasione personalizzata. I cittadini diventano veri e propri corpi di sperimentazione di forme invasive di manipolazione, rese possibili dalla scia di tracce che ognuno di noi -come l’assassino per Agatha Christie- rilascia continuamente, formando un profilo da fantascienza. Noi non conosciamo lo specchio digitale che ci riguarda, ma Facebook, Google o Amazon invece sì.

La personalizzazione ha cambiato di segno: da tecnica di marketing commerciale, utile per venderci alla pubblicità, la rete si è trasformata in un ‘incubatore’ di stili e di attitudini, di flussi di opinioni: in questo caso a volte politica-propaganda allo stato puro.

Il caso di Cambridge Analytica è noto e lo stesso proprietario di Facebook, che ha venduto (zitto zitto) milioni di dati dei propri utenti alla società di consulenza, è stato costretto -almeno in apparenza- ad abbassare un po’ la cresta. Ma, annota il rapporto, ben prima che scoppiasse lo scandalo, il direttore della campagna digitale di Trump, Brad Pascale, si vantava di produrre 50-60 mila varianti di messaggi pubblicitari sui social. In molti casi studiate sulla base delle caratteristiche “dedicate”, in altri volte ad incrementare il non-voto laddove l’orientamento fosse a favore dei democratici.

Le tattiche di manipolazione e disinformazione hanno avuto un ruolo nelle elezioni di almeno 17 paesi nel mondo, scrive il rapporto citando Freedom House. E poi, senza dietrologismi, si intravvede un certo lavorio degli ambienti del Cremlino. E pure dell’ex consigliere della Casa Bianca Bannon, del resto assai prolifico di esternazioni.

La vittoria di 5Stelle e Lega era annunciata. L’utilizzo delle fake news (al di là dell’impatto reale, sopravvalutato) è potenziato dalla “dark ads”, la pubblicità oscura, ovvero quella che vedono solo i diretti interessati. Così, il fenomeno dei social non va associato frettolosamente alle culture populiste.

Il merito del progetto è di indurre alla riflessione scientifica, non accedendo agli estremi delle tifoserie dei “bot” e delle tastiere “virali”. Infine, alcune ipotesi di lavoro. Servono pure in Italia (il mondo si muove!) tutele democratiche, a cominciare da aggiornate normative antitrust, tese a mettere limiti all’ascesa degli Over The Top; ad aggiornare la legislazione sulla par condicio elettorale (qui il rapporto è troppo incerto e vago); ad imporre la trasparenza nell’età degli algoritmi.

il manifesto, 6 giugno 2018

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