Sono i politici che insegnano ai ragazzi a fare i bulli | Libertà e Giustizia

Sono i politici che insegnano ai ragazzi a fare i bulli

Sono i politici che insegnano ai ragazzi a fare i bulli

Tutto sbagliato. Partendo dal caso avvenuto a Lucca dove uno studente ha minacciato fisicamente in classe il docente in una scena registrata dai compagni con il telefonino si è scatenata una lunga polemica su una frase di Michele Serra: “Il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole, è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza”. Ne sono seguiti fiumi di inchiostro sul fatto se sia vero che nei licei ci sono i bravi ragazzi e negli istituti tecnici i piccoli delinquenti. Serra è stato accusato di essere “classista”, ha risposto, Stefano Feltri lo ha difeso, il dibattito sembra non avere fine.

Purtroppo è tutto sbagliato.

In primo luogo, se nei licei c’è maggiore “padronanza dei gesti e delle parole” è perché ai figli di famiglie benestanti viene insegnato fin dall’asilo che essere educati con gli insegnanti fa parte delle tecniche per avere successo nella vita, per andare all’università all’estero e poi lavorare a Google, a Wall Street, alla City di Londra. È ciò che il sociologo francese Pierre Bourdieu chiamava habitus, cioè l’insieme di regole introiettate nel ceto sociale di provenienza. Naturalmente ci sono le eccezioni: Lapo Elkann, il rampollo della dinastia Agnelli che finisce sui giornali per droga, danni e aggressioni un giorno sì e uno no, è l’eccezione che conferma la regola. Senza contare il fatto che  nei licei-bene i figli dei ricchi non hanno bisogno di minacciare il professore per avere un 6: mandano direttamente l’avvocato di papà.

In secondo luogo, i bambini e i ragazzi di oggi sono cresciuti a pane, Nutella e televisione. La principale fonte di ispirazione per i comportamenti da adottare non è la famiglia, non è la chiesa, non è la scuola: è la televisione. E cosa vediamo in televisione? Vediamo politici che dicono cose di questo tipo: “Non comprerò più niente da Ikea e invito tutti a fare lo stesso! Siccome mi sono rimasti dei loro fazzolettini in casa, mi ci pulisco il sedere e li rimando usati ai capi dell’azienda. Così forse li mangeranno” (Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato, 2016). “Ciampi e Prodi, vaffanculo! [...] [Gli italiani] hanno fatto un referendum [sull’euro]? Ma che cazzo dici? Ciampi e Prodi, vaffanculo!” (Vittorio Sgarbi, ex sottosegretario alla Cultura, 2014). E ancora: “Amo gli animali, orsi e lupi com’è noto, ma quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare, anche se non dico che lo sia, alle sembianze di orango” (Roberto Calderoli, attuale vicepresidente del Senato, 2013). Il riferimento era al ministro Cécile Kyenge, di origine africana, ma le spiegazioni sulle ragioni delle frasi pronunciate sono superflue, è il linguaggio, lo stile, che conta. Si potrebbero riempire intere biblioteche con le dichiarazioni violente, volgari e razziste di Gasparri, Calderoli e Sgarbi, in televisione praticamente tutti i giorni.

Sono forse eccezioni? Mentre l’attuale leader della Lega, e candidato alla presidenza del Consiglio, Matteo Salvini, non ha dubbi sul fatto che “Con gli immigrati è in corso un’operazione di sostituzione etnica coordinata dall’Europa… il popolo padano è vittima di pulizia etnica!” Beppe Grillo è stato l’autore di un tweet in cui roditori, rifiuti e immigrati venivano piazzati sullo stesso piano: “Elezioni per Roma il prima possibile! Prima che Roma venga sommersa dai topi, dalla spazzatura e dai clandestini”. E l’Oscar per le migliaia di frasi insultanti va naturalmente a Silvio Berlusconi, tre volte presidente del Consiglio che, non contento di aver definito la magistratura “il cancro del Paese”, nel 2011 disse al Corriere della sera: “Me ne vado da questo Paese di merda!”.

Ci stupiamo della violenza verbale dei quindicenni di Lucca che dicono al docente: ”Inginocchiati”? Forse avranno sentito l’ex deputato Mario Adinolfi, che non molto tempo fa, in una polemica sulle coppie omosessuali, diceva: “Hitler almeno i disabili li eliminava gratis”. Oppure il deputato Antonio Razzi che ammoniva con tono minaccioso: “Ora sto producendo magliette con la scritta Te lo dico da amico: fatti li cazzi tuoi”.

La crisi della scuola viene da lontano e nasce dal ruolo assunto dalla televisione commerciale come prima, se non unica “agenzia di socializzazione” dei giovani. È stata la televisione a permettere l’ascesa di un’intera generazione di “politici” che hanno costruito la loro carriera sugli insulti, le volgarità, la violenza verbale e, soprattutto, la guerra contro la cultura. È stato un ministro della repubblica, Giulio Tremonti, a dire più volte “Con la cultura non si mangia!”: perché mai gli adolescenti dovrebbero sentire la passione dello studio e il rispetto per i professori che sono malpagati, e quindi dei “perdenti” nella scala di valori creata da politici, calciatori e veline?

 L’organizzazione tradizionale della scuola pubblica era fondata sulla promessa di un futuro migliore per chi raggiunge livelli educativi più elevati: il compenso per chi si sacrificava faticando sui libri era l’ascesa sociale, come ha perfettamente illustrato lo scrittore Frank McCourt in questa scenetta ambientata in una scuola superiore di New York negli anni Sessanta: “Augie in classe era un rompiscatole, rispondeva male, dava fastidio alle femmine. Chiamai la madre. Il giorno dopo si spalanca la porta e un uomo con una maglietta nera e i muscoli di un sollevatore di pesi grida: Ehi Augie, vie’ qua. (…) Solleva Augie a mezz’aria, lo prende e lo sbatte ripetutamente contro il muro ‘E te l’avevo detto –bam- di non scocciare mai –bam- al professore –bam. Se te sento n’altra volta –bam- che scocci al professore –bam- te stacco quella testa di cazzo che c’hai –bam- e te la ficco in culo –bam. Hai capito –bam-?’ Poi si rivolge alla classe: “Sto professore sta qua a impararvi a voi. Se non gli date retta gnente diploma. E senza gnente diploma finite al porto a fa’ un lavoraccio senza futuro. Mica ve fate un bel servizzio se non gli date retta al professore. Capito ch’ho detto? Capito ch’ho detto o siete tutti deficienti? O c’è qualcuno più tosto che vo’ dddire qualcheccosa?”.

Il portuale di New York degli anni Sessanta aveva fiducia nella scuola. Nell’Italia del 2018 ministri, parlamentari, giornalisti e personaggi televisivi ripetono quotidianamente che non serve a nulla. Dovremmo stupirci non del caso di Lucca, ma del fatto che le aggressioni ai professori siano casi isolati e non realtà quotidiana in ogni scuola.

 

Il Bo online, Giornale dell’Università degli Studi di Padova, 2 maggio 2018

 

(*) L’autore è docente di Scienza Politica all’Università di Padova e socio di LeG.

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