101 pugnalate trafissero nel ’13 Prodi e il Pd. Oggi il conto a D’Alema e Renzi | Libertà e Giustizia

101 pugnalate trafissero nel ’13 Prodi e il Pd. Oggi il conto a D’Alema e Renzi

101 pugnalate trafissero nel ’13 Prodi e il Pd. Oggi il conto a D’Alema e Renzi

Il 19 aprile 2013 i franchi tiratori bruciarono il Professore e il futuro del partito. Oggi il conto è arrivato a Renzi e D’ Alema che, quel giorno, furono i primi sospettati.

Il destino era già scritto, sul numero civico: piazza Capranica 101. La sede del teatro Capranica in una piazza a due passi dal palazzo di Montecitorio, diventato una mattina di primavera di cinque anni fa il Teatro dei Veleni, il palcoscenico della grande congiura che ha dissolto il sogno di un grande partito di centrosinistra in grado di governare e di cambiare l’Italia, per mano di uomini e donne rimasti senza volto. Nessuno conosce i nomi dei 101 franchi tiratori che nel segreto dell’urna hanno eliminato Romano Prodi dalla corsa per il Quirinale e, ancor di più, hanno ucciso il Pd. E nessuno ha mai rivendicato il gesto. «Lei mi chiede come ho votato. Le rispondo: come mi ha permesso di fare la Costituzione. Che nome abbiamo scritto sulla scheda quel pomeriggio, mi creda, non si saprà mai…», mi disse uno dei principali indiziati a pochi mesi di distanza dall’evento. Aveva ragione.

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In queste settimane il Pd si dimena tra opposizione e irrilevanza, ma tutto è cominciato, anzi è finito, venerdì 19 aprile 2013, nel teatro Capranica, poco prima delle 9 del mattino, con l’applauso che dava il via libera del Pd alla candidatura di Prodi al Quirinale. Sembrava la conclusione di un incubo per Pier Luigi Bersani, cominciato con la non-vittoria alle elezioni e il primo exploit del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, l’umiliazione del colloquio in streaming con i grillini, lo scontro sotterraneo con il presidente Giorgio Napolitano, l’incarico di formare il governo sospeso, congelato, evaporato. E invece, in quella standing ovation, si erano mescolati odi, rivalità, ambizioni. Era un modo per nascondersi, non per rivelarsi.
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Quando arriva a proporre il nome di Prodi, Bersani è un segretario del Pd assediato, già sconfitto nel tentativo, il giorno prima, di eleggere il suo candidato al Quirinale: l’ex presidente del Senato Franco Marini, ex capo Cisl e democristiano, deciso nella casa a Testaccio del numero due del Pd Enrico Letta con lo zio di Enrico Gianni e Silvio Berlusconi. Una scelta che ha l’effetto di un detonatore nel Pd, come si capisce quando Bersani sale per la prima volta le scale del teatro Capranica, l’unica sala in grado di contenere i 400 grandi elettori del Pd più gli uomini di Nichi Vendola. Fuori, la piazza dove c’è l’antico seminario in cui hanno studiato tanti futuri papi è una bolgia. Manifestini strappati, contestatori che intonano “Addio Bersani bello”, sulle note di “Lugano addio”, segretari di circolo che strappano la tessera. Tutti urlano Rodotà, il giurista diventato candidato ufficiale di M5S. Dentro, tutto si frantuma.
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Bersani fa il nome di Marini, a capo chino, con la voce bassa. In molti parlano per dissentire. L’intervento più violento però arriva da Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze non fa parte dei grandi elettori, parla in tv, dileggia il candidato («ve lo immaginate Marini con Obama?») e annuncia che i suoi parlamentari non lo voteranno.
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Il giorno dopo in aula ognuno vota come gli pare, alla luce del sole. Marini cade malamente, Bersani deve cambiare nome. O votare per Rodotà, con Grillo e Vendola, oppure trovare un altro candidato, non più concordato con Berlusconi. Gli unici in grado di ricompattare le truppe sono i due cavalli di razza finora esclusi: Romano Prodi o Massimo D’Alema. Il cambio matura nelle prime ore del pomeriggio. Prodi è a Bamako, la capitale del Mali, per una conferenza internazionale dell’Onu.
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Bersani lo chiama per chiedergli la sua disponibilità a essere il candidato del Pd al Quirinale. In serata viene convocata una nuova assemblea al teatro Capranica, alle otto del mattino. I renziani, intanto, si muovono come le correnti dc di una volta, si riuniscono a Eataly, regno dell’imprenditore amico Oscar Farinetti, tra ascensori avveniristici e prosciutti appesi alle pareti, e lì Renzi annuncia il voto per Prodi.
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Nella notte ci sono altre consultazioni, tra l’ Italia, il Mali, la segreteria di Bersani, gli uomini di Prodi e lo staff di D’Alema. Quando i parlamentari arrivano alle otto del mattino del 19 aprile nel teatro Capranica il copione faticosamente messo a punto nella notte è stabilito nei dettagli. Ogni elettore potrà esprimere in segreto la sua preferenza, sono pronte quattrocento schede bianche.
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Bersani parlerà per candidare Prodi al Quirinale, non da segretario del partito, però, ma da parlamentare semplice. A quel punto si alzerà Anna Finocchiaro, per candidare D’Alema.
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Invece, colpo di scena. Come previsto, Bersani parla, ma fa una proposta secca: c’ è un solo candidato per il Quirinale, Prodi. La Finocchiaro tace e parte un lungo applauso. Delle quattrocento schede bianche non si ricorda più nessuno.
Sembra il richiamo all’unico nome che può salvare il Pd dall’auto-distruzione, e invece quell’assemblea che si alza in piedi per l’acclamazione è carica di doppi, tripli giochi.
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D’Alema in privato non ha dubbi: «C’è stato un colpo di mano». Il primo a capire che le cose non stanno andando bene è Prodi, che pure è distante migliaia di chilometri dall’Italia, ancora in Mali. «A Bamako non arrivavano le mail, ma il telefono funzionava. Dissi a Bersani che avrei preferito una votazione a scrutinio segreto, ma mi rassicurò: “Non c’è stato bisogno, al tuo nome è partita una standing ovation”. Feci cinque telefonate. Una a Rodotà, per un rapporto di amicizia personale. Poi con Marini e Monti. D’Alema mi freddò: “Bisognerebbe consultare almeno la direzione del partito”. Compresi il messaggio e chiamai mia moglie: “Flavia, oggi pomeriggio vai pure a quella riunione che hai, tanto non passa”. L’ ultima telefonata con Napolitano: anche lui aveva capito che la cosa era saltata».
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Alle tre del pomeriggio, quando gli elettori rientrano in aula per votare, piazza Montecitorio è occupata. Ci sono i grillini che invocano il nome del giurista come allo stadio: Ro-do-tà. Ci sono i parlamentari del Pdl che hanno deciso di non partecipare al voto per il nuovo Presidente. Non ne hanno neppure bisogno per vincere, sono più informati di Bersani sul Pd, sanno già come andrà a finire. Subito prima del voto, due uomini trafelati nel corridoio dietro l’aula di Montecitorio sbattono uno contro l’altro. Il primo è Ugo Sposetti, l’ultimo tesoriere della Quercia: «Non possiamo votare per Prodi con metà del Parlamento fuori in piazza!», impreca. «Dobbiamo prendere tempo e votare scheda bianca».
«È tutto finito», gli sussurra pallido il numero due del Pd, il futuro premier Enrico Letta.
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Lo spoglio comincia alle 18.30, le prime schede sono per Prodi, poi il Professore rallenta la corsa. La presidente della Camera Laura Boldrini legge lentamente, grave come una Cassandra. Prodi si ferma a 395, lontanissimo dal quorum, con 101 voti in meno rispetto ai 496 previsti. Alle 19 è già tutto finito, il delitto è terminato, i parlamentari del Pdl rientrati in aula si godono la scena, fuori il Pd va a pezzi.
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«È stato Renzi. È un megalomane: ha candidato Prodi e poi ha ordinato ai suoi di pugnalarlo per uccidere il Pd!». Minuti di follia: in mezzo ai marmi di Montecitorio i grandi elettori si gettano il corpo (morto) del partito addosso. «È stato Renzi», urla Andrea Orlando, uno dei giovani turchi, la corrente di sinistra del partito ostile al rottamatore di Firenze. Ce l’ha con il sindaco che dieci minuti dopo il risultato ufficiale ha chiamato i cronisti a Palazzo Vecchio e ha dettato: «La candidatura Prodi non esiste più». Orlando diventerà ministro della Giustizia di Renzi e poi suo oppositore. L’ex popolare Lapo Pistelli impreca: «Questa non è più politica, è un videogame. Mi è venuta voglia di mollare». Lascerà il Pd, entrerà ai vertici dell’Eni. Giuseppe Fioroni e Stefano Esposito sono stati previdenti, mostrano a tutti una foto: la scheda con il nome di Prodi.
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Il Professore a Bamako è già stato informato: la France Presse batte la notizia, alla conferenza gli fanno segno con il pollice, su e poi giù. C’è un altro dolore che tormenta l’ex premier: ha appena appreso che l’amico di una vita Angelo Rovati non ce l’ha fatta. «Dopo il voto Bersani mi ha richiamato, invitandomi a non mollare. Pensai che i 101 voti mancanti avrebbero creato una band-wagon all’inverso. E poi in realtà, gli oppositori nel Pd erano più di 101: forse 117, 120.
Così ho rinunciato».
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Quel 19 aprile di cinque anni fa è stato l’8 settembre del Pd. La notte del tutti a casa, la morte della patria democratica. Dirigenti in fuga, diserzioni, il Pd terra di conquista di potenze straniere. Quando tornarono nel teatro di piazza Capranica, al numero civico 101, non c’ era più nessuna contestazione, solo un silenzio allibito. Uno su quattro di loro, vecchie volpi e giovani virgulti, rottamatori e rottamandi.
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La carica dei Centouno, suona disneyano, ma fu un altro film: il giorno dello sciacallo. Mai un segreto così ampio è stato così ben custodito, circondato da un’omertà collettiva, osservato e tutelato da tutti. Di certo nessun interesse a scoprirlo ha mostrato il nuovo padrone del Pd dopo Bersani, Matteo Renzi.
E quando è toccato a lui decidere il nome del successore di Napolitano nel 2015 ha fatto di tutto per affossare la possibilità che tornasse Prodi. È stato quel voto di cinque anni a determinare la prima rielezione di un presidente della Repubblica, Napolitano, e il governo delle larghe intese Pd-Berlusconi presieduto da Enrico Letta. E poi la fine della segreteria Bersani e l’avvento di Renzi alla guida del Pd e del governo e tutte le lacerazioni, fino a oggi.
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In quel voto a tradimento si è mescolato chi voleva regolare vecchi conti e chi doveva eliminare Prodi per stroncare Bersani e costruire un nuovo potere, fondato sul comando del giovane Principe di Rignano e del suo Giglio Magico. Forse questi mondi, destinati a odio perenne, il mondo dalemiano e il mondo renziano, nei 101 si incontrarono, in una comune concezione della politica. E per questo, forse, oggi hanno perso entrambi.
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Il segreto di quella giornata di cinque anni fa è la lettera rubata di Edgar Allan Poe, davanti a tutti. E nessuno ha mai rivelato l’identità dei 101 perché i 101 non sono mai esistiti. O meglio, coincidono con la natura del Partito democratico, per come è nato e cresciuto e tramontato. Sono stati loro, i 101, l’ autobiografia di un partito mai nato.

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la Repubblica, 16 aprile 2018

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