Trattativa Stato-mafia, l’ora di Mancino

Trattativa Stato-mafia, l’ora di Mancino

Palermo. “Sono accusato di falsa testimonianza, sono diventato l’emblema del processo Stato-mafia. Ma io ho sempre lottato la mafia, sono stato sempre contro l’attenuazione del carcere duro ai boss”. L’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino affida il suo ultimo appello ai giudici del processo “Trattativa Stato-mafia”, che questa mattina si sono riuniti in camera di consiglio, per la decisione finale. A giudizio, ci sono uomini delle istituzioni e boss di Cosa nostra, accusati dalla procura di Palermo di aver intrattenuto un dialogo segreto durante la stagione delle bombe mafiose del 1992-1993.

Ad accusare Mancino è stato Claudio Martelli: “Mi lamentai con il ministro dell’Interno del comportamento del Ros”, mise a verbale l’ex ministro della Giustizia davanti ai giudici di Palermo. “Mi sembrava singolare che i carabinieri volessero fare affidamento su Vito Ciancimino”. Martelli ha affermato senza mezzi termini di aver chiesto conto e ragione a Mancino dei colloqui riservati fra gli ufficiali del Ros e l’ex sindaco mafioso di Palermo, nell’estate del 1992. Mancino ha sempre negato quell’incontro. E lo ribadisce anche oggi: “Non ho mai parlato del Ros e di Ciancimino con Claudio Martelli. Ho sofferto per tutto questo periodo, e soffro ancora, non ho mai commesso il reato di falsa testimonianza”.

Poi, l’ex ministro dell’Interno cita le parole di Totò Riina: “Nelle intercettazioni in carcere diceva di me: Ma che vogliono sperimentare… Mancino, un nemico numero uno, nemico della mafia”. E ribadisce: “Con le telefonate all’allora consigliere giuridico del presidente della Repubblica, Loris D’Ambrosio, non volevo assolutamente interferire sull’attività dei magistrati di Palermo – è uno dei punti centrali della difesa di Mancino – Chiedevo il coordinamento, non l’avocazione”.  Anche se oggi ammette: “A posteriori, dichiaro che era preferibile non telefonare”.

Nell’appello finale, c’è anche spazio per i ricordi del primo luglio 1992: “Quel giorno, appena eletto ministro dell’Interno, il capo della polizia mi disse che il dottore Borsellino voleva salutarmi. Ci fu solo una stretta di mano, solo quella – dice Mancino – nessun dialogo, lo ha detto anche il giudice Aliquò, che era presente. Tutto il resto è una grande congettura”.

Nessun intervento finale da parte della procura, in aula ci sono i pubblici ministeri Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi, quest’ultimo dice: “Abbiamo deciso di non fornire repliche. Ci sono state tuttavia espressioni estreme e inopportunamente polemiche da parte delle difese che hanno travalicato la dialettica processuale. Questa dialettica non ci appartiene e la respingiamo”. L’avvocato Basilio Milio, legale del generale Mario Mori, dice: “Se così sono state percepite quelle parole, me ne scuso”, Nessun’altra replica.

Ora, il collegio presieduto da Alfredo Montalto è in camera di consiglio, nell’aula bunker del carcere di Pagliarelli. Non ci sono previsioni sulla data della sentenza. Una sola certezza, al momento della lettura del dispositivo saranni presenti anche i pubblici ministeri Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, che ormai da qualche mese sono stati trasferiti alla procura nazionale antimafia.

la Repubblica, 16 aprile 2018

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