Meno male che c’è l’art. 67

Meno male che c’è l’art. 67

Si dice spesso che la prima parte della Costituzione non si tocca, mentre la seconda si può cambiare. Vero, ma non è tutto. Troppo spesso chi ripete che “la prima parte non si tocca” lo fa perché la ritiene sostanzialmente innocua, l’ enunciazione di un dover essere senza precettività e senza scadenze temporali. Dunque lasciamo così, per esempio, il diritto al lavoro (art. 4), ma senza far nulla per attuarlo. Ma anche sulla seconda parte c’è un equivoco di fondo. Si può cambiare, è vero (lo dice la stessa Carta: art. 138), ma non all’ ammasso e alla rinfusa, come nei due tentativi falliti di Berlusconi e di Renzi, che pretendevano di modificare un terzo degli articoli in un sol colpo. E nemmeno cambiando un singolo articolo estirpato a viva forza dal contesto, come con vasta connivenza fece Monti sul pareggio di bilancio (art. 81). Ma non sarebbe il caso di misurare la Costituzione col metro di quel che accade in questi giorni sulla scena politica?

Propongo due soli punti: la personalizzazione della politica e la centralità del Parlamento. Il partito-persona, entrato in scena con Berlusconi, ha contagiato un po’ tutti: abbiamo visto sulla scheda i nomi non solo di “Berlusconi presidente” (peraltro ineleggibile), ma anche di Pietro Grasso (LeU), Giorgia Meloni (FdI), “Salvini premier” (Lega), Emma Bonino (+Eu), Beatrice Lorenzin (Cp). Il nome di Renzi non c’ era, ma tutti sapevano che il Pd era diventato PdR(enzi); mentre il M5S non solo ha designato Di Maio come premier, ma ha perfino confezionato una lista di ministri al completo, come fosse sicuro del 51%. Questa personalizzazione della politica, in cui tutti imitano Berlusconi anche mentre lo coprono di insulti, non fa bene alla democrazia. E non è prevista dalla Costituzione, che prescrive al contrario la centralità del Parlamento (artt. 55-82), e affida al Presidente della Repubblica la nomina del presidente del Consiglio (art. 92). Lo stesso art. 92 prescrive che l’ elenco dei ministri va compilato solo dopo che sia stato nominato il presidente del Consiglio incaricato. Infine, l’art. 49 prevede che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Articolo accusato talora di reticenza, ma che visto nel suo contesto (artt. 48-54) dice una cosa fondamentale, spesso disattesa: i partiti devono funzionare “con metodo democratico”.

La scelta dunque è chiara: se ci piace la personalizzazione della politica, ringraziamo Berlusconi. Se preferiamo partiti più democratici al loro interno, che riflettano quel che i cittadini esprimono nelle urne (specialmente se con una legge elettorale assai migliore di questa), lasciamo perdere i nomi nei simboli di partito o negli analoghi vaticini precoci di possibili premier. Se l’alta personalizzazione che abbiamo sperimentato con Berlusconi e Renzi non ci piace, scegliamo la Costituzione.

Secondo punto, la centralità del Parlamento. La situazione di stallo in cui è precipitato il Paese (con la complicità dello stolto Rosatellum) non consente nessuna soluzione che non passi attraverso una qualche alleanza fra le tendenze politiche rappresentate in Parlamento. È naturale che il negoziato si svolga fra apparati di partito (sperabilmente consultando le rispettive basi elettorali), foss’ anche solo per sperimentare un governo di scopo. Ma se questo non dovesse bastare, si aprirebbero tre strade, tutte difficilissime. Primo, un veloce ma rovinoso ritorno alle urne. Secondo, la nomina di un presidente incaricato ( M5S o destra), che provi a costruire una maggioranza anche risicata attraendo voti da altri schieramenti, si spera sulla base di idee e programmi e non di campagne acquisti. Terzo, la nomina a presidente del Consiglio incaricato di un “papa straniero”, una personalità estranea ai partiti ma di riconosciuta competenza e onestà. Anche in questo caso, il malcapitato dovrebbe cercarsi sulla base di un programma i voti per sopravvivere, pescandoli all’ interno dei vari schieramenti. Queste ultime due ipotesi non sono campate in aria: le spaccature interne agli schieramenti (come le destre) e ai partiti (come Pd e M5S ) sono evidenti, e il prolungarsi dello stallo non farà che accentuarle, con le reciproche scomuniche, le scissioni, gli insulti del caso. Ma rispetto a ipotesi come queste, che cosa dice la Costituzione?

Il punto cardine è l’art. 67, secondo il quale “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Principio rafforzato dall’ art. 71, secondo cui l’ iniziativa delle leggi può venire dal Governo, ma anche da “ciascun membro delle Camere”, oltre che dal popolo: non è previsto che le proposte di legge partano dai partiti come tali né dai rispettivi gruppi parlamentari. “Senza vincolo di mandato” vuol dire con piena libertà di giudizio e responsabilità personale di ciascun parlamentare. Norma che non piace ai partiti, specialmente se soggetti ad alta personalizzazione: e infatti nell’ abortita riforma Renzi-Boschi l’ art. 67 fu smembrato e disfatto. Ma su questo punto la convergenza fra partiti è ampia: anche il M5S ha manifestato l’ intenzione di cambiare questo (e solo questo?) articolo della Costituzione. In altri termini, ogni leader preferisce che i “suoi” facciano blocco, legati da una ferrea disciplina di partito; e ciò a costo di ignorare l’ art. 67, se proprio non è possibile cambiarlo.

E nessuno sembra accorgersi che il principio di responsabilità individuale dei parlamentari dell’ art. 67 potrebbe essere l’ estrema zattera di salvataggio di questa legislatura. Anziché adottare una disciplina di partito in cui qualcun altro pensi per loro, deputati e senatori che rappresentino davvero la Nazione dovrebbero, se le circostanze lo richiederanno, mirare assai più in alto. Pieno rispetto della legalità costituzionale (incluso l’ art. 67) e piena libertà di coscienza potrebbero essere i presupposti necessari per ridisegnare la mappa delle priorità politiche del Paese. Spesso accusata di essere “vecchia”, la Costituzione è assai migliore dei suoi nemici. È più democratica, perché è contro la personalizzazione della politica; ed è più flessibile, perché prescrive ai parlamentari la massima libertà di coscienza.

Il Fatto Quotidiano, 21 marzo 2018

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