Macerata tra razzismo e solidarietà umana

Macerata tra razzismo e solidarietà umana

Un’ istantanea  ha consegnato  alla storia  l’immagine  della giovane  di Macerata, quasi coetanea della vittima, che, china sul selciato, in attesa dei primi soccorsi, appresta   aiuto e conforto a  Wilson Kofi, il ventenne  nigeriano, colpito nella schiena da un proiettile,  ad opera di  Luca Traini, il razzista della Lega Nord, passato anch’egli alla storia, perché,   dopo essersi avvolto nella nostra bandiera, ha sparato da un auto in corsa contro sei nigeriani, tra cui una  ragazza,  per caso incrociati lungo la via del centro cittadino, scelta come scenario del suo gesto.

Ancora una volta, come nel passato il bambino ebreo, che alza le mani nel ghetto di Varsavia,  sotto il fucile nazista- l’immagine è riuscita a fissare nel tempo il messaggio di solidarietà umana che quel gesto esprime, facendo piazza pulita non solo della prodezza  del razzista, ma anche  del consenso,  espresso a volte senza pudori e  più spesso in maniera  ambigua, da  parte della società civile e di molte forze politiche.

L’episodio di Macerata merita  una riflessione molto attenta, ben diversa dalle “sparate” del Salvini di turno e dalle reticenze delle forze politiche, anche progressiste. Esso -come ricorda la significativa ricerca di Tahar Ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia,  Bompiani, 2010 -  esprime un razzismo di tipo nuovo, che sfrutta le paure create dal c.d. “terrorismo islamico”, sviluppatosi nel quartieri bassi delle nostre metropoli , e dalla trasformazione dei paesi europei, compreso il nostro, in società multiculturali, inevitabili cause di tensioni. Questo razzismo è, per storia oltre che per contenuti, diverso  dal razzismo cristiano, celebrato dallo stesso Dante (Par., VII, 42 ss.),  presente in Lutero e nell’intera Controriforma, giustificato dalla condanna degli Ebrei come “popolo deicida”.

Esso si differenzia notevolmente- ed è bene ribadirlo in questa occasione-  anche   dal razzismo nazifascista, basato sulla purezza biologica della .cd. “razza ariana”; slogan, al quale si collegarono alcuni illustri accademici, in prima fila il nostro Nicola Pende, per ipotizzare l’esistenza di una presunta  “razza italiana” da proteggere nella sua ipotetica purezza, ispirando così le  vergognose leggi razziali del 1938.  E’ appena il caso di ricordare che, se l’idea di razza è un pregiudizio privo di ogni validità scientifica, l’dea di una “razza italiana” è più di una barzelletta, dato che, sulla nostra penisola, posta al centro del Mediterraneo, i popoli più diversi e le culture più disparate si sono scontrati, confrontati  e compenetrati tra loro. Ricordava, proprio in quel tempo il nostro poeta Trilussa, in una nota sua poesia, “Questione de razza”, che “..l’azzioni bone e belle/vengheno su der core/sotto qualunque pelle”.

Macerata non si può spiegare solo come il gesto di uno psicopatico. Quel gesto, da non confondere con il  razzismo dei fascisti storici,  ha riscosso un consenso politico significativo, che emerge dalle dichiarazioni esplicite di molti intervistati dai mezzi di comunicazione di massa e dalle numerose scritte, apparse sui muri delle nostre città, inneggianti  al razzista  della Lega Nord come ad un “eroe”, tanto da consigliare, in maniera trasversale, alle diverse forze politiche una prudenza, che si traduce per lo più in reticenza.

Compito delle istituzioni e dei mezzi di comunicazione di massa, che con esse interagiscono, è  quello di un’estrema chiarezza sia nell’informare correttamente l’opinione pubblica su ciò che sta avvenendo in Italia e nel mondo, sia nel prendere concrete iniziative, che possano rendere governabile un “meticciato universale” da vivere senza ipocrisie, risolvendone gli inevitabili conflitti, nei limiti, in cui ciò è consentito, senza le facili  scorciatoie  della pura demagogia.

Quanto alla corretta informazione, non bisogna nascondere che a trasformare l’Italia e gli altri paesi europei in società multiculturali, con i conseguenti conflitti alle stesse connessi, è stata ed è una migrazione di popoli senza precedenti nella storia, che ha creato più di quaranta milioni di moderni schiavi, diffusi, non solo in Africa, ma in tutto il mondo, Europa compresa.

Quanto alle concrete iniziative da prendere per tentare di governare questo fenomeno, ben diciannove associazioni, tra cui le Acli, l’Azione Cattolica, i Comboniani e la Comunità di S. Egidio, il prossimo venti febbraio, presentano a Milano un appello ai candidati delle prossime elezioni politiche, affinché facciano propria un’agenda, che va dalla riforma della legge sulla cittadinanza, all’introduzione di nuove modalità di ingresso in Italia, all’abrogazione del reato di clandestinità, e ad altre misure concrete, idonee ad incanalare il dibattito su un corretto confronto e non sulla demagogia dei tanti “sovranismi”.

In Italia non  vi è posto né per rappresaglie assurde né per discriminazioni razziali. L’etica  collettiva ed i precetti giuridici, nel condannare chiaramente ogni forma di razzismo,  ci impongono di tenere insieme principio di accoglienza e principio di sicurezza, cioè di non gettare a mare, ma di  aprire le nostre porte a chi arriva nel nostro paese per sopravvivere e, nello stesso tempo, di salvaguardare quel bene comune, quale la sicurezza, che è il presupposto per un corretto rapporto reciproco tra le persone.

A Macerata, purtroppo, diversamente dalla giovane donna, che ha soccorso il coetaneo nigeriano, molti, in nome di una mostruosa mistificazione della sicurezza, hanno rimproverato al  razzista, avvolto nel nostro tricolore, di  aver messo in pericolo la vita dei passanti bianchi  e non di aver fatto il tiro al bersaglio, in nome soltanto del colore della pelle,  su ignare persone, che nulla hanno a che fare con i presunti  autori di un delitto,  ancora  nemmeno accertato nella  sua esatta dinamica e da punire solo con l’intervento dello Stato, nel rispetto della più rigorosa legalità.

(*) L’autore, già docente di Diritto privato nella Facoltà di Giurisprudenza di Bari fino al 2015, è avvocato cassazionista dal ’76 ed è vicino al Circolo di Bari di Libertà e Giustizia.

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