Scuola/lavoro, un’alternanza irrisolta | Libertà e Giustizia

Scuola/lavoro, un’alternanza irrisolta

Scuola/lavoro, un’alternanza irrisolta

Se allargo lo sguardo al mondo, e in particolare al mondo scolastico in cui opero, allora c’è poco da stare allegri. La situazione si va facendo sempre più pesante e sgradevole. Soprattutto a causa della devastante ASL (è tutto un parlare per sigle, questa indica la cosiddetta “Alternanza Scuola-Lavoro”). Comunque, tra POF, PTOF, PON, PDP, RAV, BES, DSA, CM, DPR, non si sa se ridere o piangere. Ci vorrebbe un Mikhail Bulgakov per trattare adeguatamente questo strano mondo.

Il duro dato di fatto è che l’ASL è un obbligo, per giunta assai pesante in termini di tempo. È stato imposto in maniera piuttosto improvvisata, e poi è toccato alle singole scuole arrangiarsi, costrette ad inventarsi le soluzioni più varie. Ad esempio, la ‘simulazione di impresa’. Insomma, facciamo finta che mettiamo in piedi un’azienda e che … Tanto varrebbe far giocare gli studenti a Monopoli. Oppure, prendendo in parola un certo ministro, facciamoli giocare a calcetto che è preferibile a qualunque curriculum 

Oppure, visto che si dà corso a desideri e immaginazioni, si potrebbe già contare nel monte orario della ASL il tempo impiegato dai bambini delle elementari per scrivere i temini dedicati a “cosa  vorresti fare da grande?”, “cosa sogni di diventare?”.

E che dire della valutazione di tutto ciò? Come si può valutare seriamente l’ASL e da parte di chi? (visto che gli insegnanti vedono gli studenti quando sono in classe, ma quando sono in classe non lavorano, e quando sono in luoghi di lavoro, gli insegnanti non li vedono) e con quali criteri? Resta che la valutazione, in una scuola, non può che essere scolastica però, in questo caso, dovrebbe riguardare qualcosa di altro. E allora? Tale esperienza dovrà avere un ruolo persino nell’Esame di Stato ed essere nuovamente valutata in quella sede.

Infine, viene da osservare: o incontra direttamente il lavoro e allora lo studente dovrebbe essere pagato (ma questo non è previsto; il che è inquietante: forse si vogliono abituare i giovani a lavorare senza essere stipendiati?), oppure il vero lavoro è solo intravisto di lontano, e allora non ha senso parlare di Alternanza tra Scuola e Lavoro.

Quello che si nota, anche e soprattutto a livello di dichiarazioni, è una ossessiva ricerca dell’utile. Sia chiaro, niente di male nel cercare l’utile, purché però non diventi l’unico criterio sempre e comunque, persino a scuola che – se ha ancora un senso – dovrebbe avere ben altri intenti. Non solo, scendendo provvisoriamente sul bruto terreno utilitario, viene da chiedersi: a cosa sarà servito ad un futuro medico o ingegnere o architetto o scienziato aver trascorso qualche giornata in una farmacia, o essere stato in tribunale solo a far delle fotocopie?

L’unilateralità dell’utile, che è riduttiva e mutilante, può anche diventare controproducente. Andrebbe, invece, saggiamente riconosciuta l’utilità dell’inutile (per citare il titolo di un recente libro-manifesto di Nuccio Ordine).

La formazione liceale tradizionale aveva (per fortuna in parte ha ancora) il pregio di essere ampia, generale, basata sui fondamenti dei saperi, il più possibile completa, tendenzialmente onnilaterale.

Gli specialismi precoci possono essere estremamente dannosi. Infatti, anche tralasciando discorsi pedagogici elevati, proprio avendo presente il problematico mercato del lavoro presente e tenendo conto della tanto sbandierata flessibilità, solo chi ha avuto una preparazione il più possibile completa sarà meglio attrezzato ad affrontare le sfide, a dispiegare una adeguata elasticità mentale e comportamentale, mentre chi è stato precocemente instradato e specializzato in una sola o poche direzioni, nel malaugurato ma sempre possibile caso di riconversione lavorativa, si troverà fatalmente a mal partito.

Inoltre, ormai dalla fine del secolo scorso abbiamo a che fare con criteri da ragionieri e temo che ci siamo assuefatti. Eppure, anche il linguaggio è determinante. Ora, il parlare e soprattutto il dover fare i conti con crediti debiti è indice di un ben preciso orientamento sin troppo eloquente ma ancor più deprimente per chi vorrebbe insegnare.  Di nuovo: nulla da eccepire sulla ragioneria in quanto tale Tuttavia, se si deve amministrare un’azienda va benissimo, se si opera in una scuola molto meno.

Come accennavo, enorme è il tempo che con la cosiddetta Alternanza è sottratto alle normali attività di studio. Tuttavia, i programmi restano gli stessi quanto a dimensioni o, peggio,  si ampliano ma il tempo è sempre meno. Ed è ovvio che in questo modo non si può operare dignitosamente. La cultura, anzi la Bildung, ha bisogno di tempo, della giusta lentezza, di pazienza. In questo discorso non c’entrano nulla gli scrupoli formali sul rispetto dei programmi.

Il guaio è che, se si fa in fretta, se si tira via, se si è costretti a tirar via, a procedere in modo superficiale e sbrigativo, per la minor quantità di tempo a disposizione, allora ne risentirà molto di più la qualità dell’insegnamentoIl problema è quindi di sostanza, non certo di forma. Temo che l’ASL stia dando il colpo di grazia ad un sistema già traballante, che pure conserva ancora qualcosa di valido. E non lo dico certo per interesse pro domo mea, tutt’altro.

Ormai molti sono i miei ex studenti in giro per il mondo o che sono stati all’estero. Ebbene, più sono lontani e più ci sono stati a lungo, più riconoscono la validità del sistema liceale italiano (o quel che ne resta) proprio per quella preparazione ampia, variegata, non immediatamente utile, non direttamente ed esclusivamente orientata ad un lavoro. Ma ‘noi’ (in realtà ‘loro’) tendiamo sempre ad importare dall’estero qualsiasi cosa, soprattutto le cose più assurde.

 

Ad esempio l’avvio della sperimentazione del liceo breve, quando invece, semmai, la sua durata sarebbe da portare a sei anni… Non vorrei esagerare, perché di certo non rischiamo la vita, o non ancora, ma come insegnanti ci sembra  di essere dei combattenti di una guerra di trincea, in prima linea, solo che il nemico più pericoloso è nei centri di comando, soprattutto quelli più alti. Comunque, per quel che posso, cerco di resistere e di darmi il più possibile da fare.

(*) Mazzucca, professore di Storia e Filosofia al liceo scientifico A. Oriani di Ravenna, ha scritto vari saggi ed è coautore (con L. Neri e F. Paris) di un libro di testo di filosofia: Storia della filosofia, Alice, Bologna 2009, 3 voll. di manuale e 3 voll. di antologia.

www.phenomenologylab.eu, 19 gennaio 2018

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