Molestie, abusi e discriminazioni: il Manifesto di Venezia per la parità di genere nell’informazione | Libertà e Giustizia

Molestie, abusi e discriminazioni: il Manifesto di Venezia per la parità di genere nell’informazione

Molestie, abusi e discriminazioni: il Manifesto di Venezia per la parità di genere nell’informazione

“Contro ogni forma di violenza e discriminazione attraverso parole e immagini”. Così è stato presentato il Manifesto di Venezia, voluto e sostenuto dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, dall’associazione Giulia Giornaliste e dall’Usigrai. La data prescelta per tenerlo a battesimo, il 25 novembre scorso, è stata quella della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Il luogo, il teatro La Fenice di Venezia.

Non si tratta di una ‘coda’ del caso Weinstein e successivi mea culpa, come si potrebbe pensare in un primo momento. “E’ un documento meditato a lungo e scritto con convinzione da diversi soggetti. Ci abbiamo lavorato per mesi dallo scorso luglio”. Lo spiega Marina Cosi, la presidente di Giulia Giornaliste e consigliera nazionale della Fnsi. “Vuole essere infatti un impegno per giornaliste e giornalisti a comportarsi il più correttamente possibile. Sarà tanto più importante quanto maggiore sarà il numero di coloro che lo avranno sottoscritto”.

“Sistematica, trasversale, specifica, culturalmente radicata, un fenomeno endemico: i dati lo confermano in ogni Paese, Italia compresa -si legge nel Manifesto- La violenza di genere è una violazione dei diritti umani tra le più diffuse al mondo: lo dichiara la Convenzione di Istanbul, approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa nel 2011 e recepita dall’Italia nel 2013, che condanna «ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica» e riconosce come il raggiungimento dell’uguaglianza sia un elemento chiave per prevenire la violenza”.

Di certo non è un problema solo di donne e non solo alle donne spetta occuparsene, discuterne, trovare soluzioni. “Un Paese minato da una continua e persistente violazione dei diritti umani non può considerarsi ‘civile’ -prosegue il documento- Impegno comune deve essere eliminare ogni radice culturale fonte di disparità, stereotipi e pregiudizi che producono un’asimmetria di genere nel godimento dei diritti reali”.

La Convenzione di Istanbul, insiste sulla prevenzione e sull’educazione. Chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale e assegna all’informazione un ruolo specifico richiamandola alle proprie responsabilità (articolo 17).

Il diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso. “Ogni giornalista è tenuto al ‘rispetto della verità sostanziale dei fatti’. Non deve cadere in morbose descrizioni o indulgere in dettagli superflui, violando norme deontologiche e trasformando l’informazione in sensazionalismo”.

“Noi, giornaliste e giornalisti firmatari del Manifesto, ci impegniamo per un’informazione attenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere e delle sue implicazioni culturali, sociali, giuridiche. La descrizione della realtà nel suo complesso, al di fuori di stereotipi e pregiudizi, è il primo passo per un profondo cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità”.

Seguono, in 10 punti, le norme a cui uniformarsi: inserire nella formazione deontologica quella su un linguaggio appropriato anche nei casi di violenza su donne e minori; adottare un comportamento professionale consapevole per evitare stereotipi di genere con attenzione a contenuti e alle immagini divulgate; usare un linguaggio declinato al femminile per ruoli professionali e cariche istituzionali ricoperti da donne; attuare la “par condicio di genere” nei talk show e nei programmi d’informazione, ampliando quanto già raccomandato dall’Agcom.

E’ preferibile utilizzare il termine specifico “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne in quanto donne; sottrarsi a strumentalizzazione per evitare “violenze di serie A e B”; illuminare tutti i casi di violenza, anche i più trascurati; mettere in risalto le storie positive di donne che hanno avuto il coraggio di sottrarsi e dare la parola anche a chi opera a loro sostegno; evitare ogni forma di sfruttamento a fini ‘commerciali’ (più copie, più clic, maggiori ascolti) della violenza sulle donne.

Per un uso corretto e consapevole del linguaggio, non scegliere espressioni che, anche involontariamente, risultino irrispettose, denigratorie o svalutative dell’identità femminile; meglio rifuggire da termini fuorvianti: “amore”, “raptus”, “follia”, “gelosia” e “passione” spesso vengono accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento; no all’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna un “richiamo sessuale” e un “oggetto del desiderio”.

E’ auspicabile non suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via. Una raccomandazione, infine, anche su aspetti meno evidenti, come raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece da chi la violenza la subisce.

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