Stefano Rodotà: il teatro è la polis

Stefano Rodotà: il teatro è la polis

Stefano Rodotà conosceva il Diritto ma anche il suo rovescio, l’ordinare e il precipitarsi. La ragionevole follia.

Attraversava con l’innocenza di un fanciullo i rischi della convivenza e della modernità, senza mai averne paura. La vita prima delle regole, appunto.
Quando tutto sembrava nebbia e palude, il suo sguardo acutissimo e sorridente sapeva sempre illuminare una rotta, un compito. La sobrietà era uno dei suoi tratti identitari più riconoscibili.

Vinceva il tempo, gli anni, attraversava le generazioni, sorprendeva per il suo essere spesso il più giovane di tutti, anche quando stava in mezzo ai ragazzi.
Il più bello dei frammenti di Eraclito dice: «La vita è un fanciullo che gioca, che sposta i pezzi sulla scacchiera. Il Regno di un fanciullo». Non si potrebbe dir meglio. Stefano sapeva giocare con il diritto con la massima serietà con cui giocano i fanciulli.

La mia passione per il diritto e per la libertà delle regole – quella dei miei primi studi universitari e la passione divenuta presto totalizzante per il mio lavoro in teatro vissuto come uno dei pochi luoghi in cui sia possibile sperimentare un processo di conoscenza che passi attraverso l’Esperienza viva dei corpi, hanno trovato presto in Stefano Rodotà un punto di riferimento prezioso e per molti aspetti imprescindibile. Un maestro che negli anni sarebbe diventato un compagno gentile a cui rivolgere sempre più spesso lo sguardo.

Perché Stefano aveva un modo tutto suo di essere maestro.
Annullava le distanze. Stava idealmente ai miei occhi in un punto altissimo in termini di autorevolezza eppure sempre vicinissimo, mai distante, dal punto di vista umano.
Avevo scelto lui a diciotto anni per il mio primo voto, indipendente e di Sinistra.

Più di vent’anni dopo quel mio primo voto iniziai a spedirgli regolarmente gli inviti per i miei spettacoli a cui non mancava mai. Perché Stefano, come sua moglie Carla, amava il teatro. Lo riconosceva. L’esperienza teatrale era per lui, per loro, fonte viva di riflessione.

Condividevamo l’idea che i teatri dovessero essere piazze aperte sulla città. Non luoghi chiusi, monumenti, spesso nel nostro Paese bellissimi ma inerti. Ma luogo di incontro, di riflessione, di sovvertimento temporaneo dell’ ordine e degli sguardi.

D’altra parte nel cerchio magico del teatro, in quel tempo sospeso, accadono anche cose terribili, corto circuiti psichici, catarsi come dicevano i greci, che devono servire, finito quel tempo, a ripensare – in un modo prima imprevisto – a un nuovo ordine possibile. Per la Comunità. E questo corrispondeva al suo sguardo.
Stefano sapeva che il teatro era nato come momento centrale dell’esperienza della polis. Un luogo di conoscenza e dunque una necessità primaria dei cittadini prima ancora che degli artisti.

Condividevamo l’idea che il teatro fosse anche paradigma di un’idea inclusiva di società e di lotta contro ogni genere di discriminazione.
Ci ritrovavamo in un pensiero a cui io sono molto legato e che non mi abbandona mai nel mio lavoro. Che il teatro, la musica, il cinema, la letteratura, l’arte in generale non possano vivere nell’aberrazione del cosiddetto tempo libero in cui la rivoluzione industriale le ha relegate da secoli, spaccando per sempre in due il tempo dell’esperienza quotidiana. Come se esistesse davvero un tempo delle cose serie – quello della produzione e del consumo – e un tempo libero in cui si va quando si è terminato di fare le cose serie.

Ma che sia necessario battersi ogni giorno per ricordare innanzitutto a noi stessi – che ogni forma di espressione artistica con cui entriamo in contatto fa parte solo del tempo unico della nostra vita. Che ha bisogno di libertà, di fantasia, di disordine, di poesia e di bellezza quanto di regole indispensabili alla sopravvivenza del consorzio sociale. Tutte le zone dell’ io devono essere costantemente nutrite, compreso il sogno, via regia per l’inconscio.

Se devo pensare a una cosa in cui Stefano era davvero maestro, forse il più bravo di tutti, era questa. Spingersi nell’ambito dello studio e della sapienza giuridica fino al punto estremo in cui era possibile tradurre concretamente lo slancio dell’utopia nel massimo risultato storicamente possibile in quel momento. Il risultato ottenuto in termini di allargamento dei diritti sarebbe diventato il punto di partenza per la battaglia successiva. Perché Stefano sapeva che la nostra esistenza ha bisogno tanto dello slancio indispensabile dell’utopia come momento di incoscienza cinetica quanto dell’immediata traduzione – successiva, concreta e cosciente – di quello slancio iniziale in ciò che è possibile fare, una volta attutita la forza del salto. Ci vuole pazienza, coraggio e luce negli occhi. 

E ciò che rendeva davvero unico questo modello di prassi politica e culturale è che sapeva fare tutto questo tenendo lontana qualsiasi forma di narcisismo, con quella semplicità seria e sorridente che costituiva uno dei suoi tratti umani più affascinanti. La sua partecipazione fondamentale all’esperienza del Teatro Valle, immediatamente successiva alla vittoria del referendum sull’acqua, è stata parte naturale di questo sguardo. Il teatro Valle diventò in quegli anni, allo stesso tempo, il luogo d’incontro che ospitò i lavori di una nuova Costituente sui Beni comuni e oggetto stesso di quello studio giuridico.

Il modello innovativo di gestione del teatro a cui Stefano Rodotà aveva dedicato tanto lavoro, che culminò nella presentazione dello Statuto della Fondazione Teatro Valle Bene Comune, è una delle tante pagine a cui lo smarrimento progressivo della sinistra non seppe far altro che dedicare uno sguardo infastidito e distratto. Ci vorrebbe molto tempo per raccontare in maniera minimamente esaustiva il complesso di quell’esperienza, urgente e vitalissima pur all’interno delle sue naturali contraddizioni. 

L’occupazione durò per la cronaca tre anni e due mesi. Sono passati tre anni e tre mesi dalla fine di quell’esperienza e la chiusura assordante di quel teatro, al di la di ogni vuota promessa, vale più di qualunque altra parola.

(*) L’intervento di Gifuni è stato pronunciato il 28 novembre a Montecitorio per l’incontro dedicato a Stefano Rodotà nella Sala della Regina. Tra i presenti Sandra Bonsanti.

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