Ddl Intercettazioni, Fidarsi dei giudici mai?

Ddl Intercettazioni, Fidarsi dei giudici mai?

Polemiche, strumentalizzazioni, sospetti. Sono, da anni, le reazioni a ogni progetto di riforma delle intercettazioni. E non hanno risparmiato neppure la bozza “senza padri” di decreto legislativo, trapelata all’inizio di settembre da via Arenula. Un “ballon d’ essai”, o meglio una “prova di riforma”, che ha subito diviso. Con alcuni pronti a sbandierare la rivincita del “processo penale” sul “processo mediatico”. E altri, a denunciare l’ennesimo “favore ai potenti”. Prudentemente il Guardasigilli ha annunciato correzioni di rotta. Ma nella ricerca di soluzioni condivise, resta sul tappeto una questione di fondo. Ossia, se oggi l’ equilibrio nel rapporto tra indagini, sfera privata e informazione sia solo un problema di leggi. O non piuttosto di professionalità e deontologia di magistrati, polizia giudiziaria e giornalisti. Posto che mezzi di ‘captzione’ ad alto tasso tecnologico restano irrinunciabili nel contrasto a quella criminalità che condiziona l’ economia e le istituzioni del nostro paese. Come la cronaca quotidiana dimostra.

Non è ammissibile la “pesca a strascico nelle vite degli altri”. È il mantra della legge delega n.103 del 2017, architrave della riforma. La privacy delle comunicazioni può sacrificarsi solo per contrastare e reprimere gravi reati. La discrezione è d’obbligo per colloqui che contengono dati sensibili (es. salute, affetti, intimità) o che coinvolgono persone estranee ai fatti per cui si procede.

Dunque, i magistrati sono i primi “guardiani della riservatezza”. Svolgono un ruolo di garanzia. Che si esprime nella selezione e nella ponderata esposizione dei soli dialoghi rilevanti nel processo. Quelli da inserire nelle richieste di sequestro o di arresto, nei decreti, nelle ordinanze. Che, poi, possono finire sui giornali e in tv.

 

Ma vi è diffidenza proprio verso i magistrati. Si temono “selezioni incaute”; eccessi di “taglia e incolla”. Da qui la previsione, nella citata bozza di decreto, di vietare di “virgolettare” persino i brani rilevanti. Una soluzione irragionevole per il processo, che porterebbe a motivare le decisioni con “riassunti” di dialoghi già eloquenti, aprendo la strada a contenziosi infiniti sulla interpretazione della fonte. Una soluzione che trascura gli anticorpi sviluppati dal circuito giudiziario per evitare le gogne mediatiche. Infatti, le circolari di molte procure vietano alla polizia giudiziaria persino di trascrivere i colloqui non rilevanti, impedendone così la pubblicazione. E il Csm, nel 2016, ha tradotto quei modelli in linee-guida per l’ attività di giudici e pubblici ministeri, con chiari riflessi sulle loro responsabilità professionali e disciplinari.

Certo, la nuova sfida sono le “intercettazioni informatiche”. Virus, quali il trojan horse, inoculati in tablet, smatphone, o computer portatili, vantano notevoli potenzialità investigative. Sono meno vulnerabili ai “rilevatori” della loro presenza, rispetto ai metodi tradizionali di captazione. E per questo, risultano decisivi nel contrasto alle forme più sofisticate di criminalità che ben conoscono le tecnologie. Ma i virus perquisiscono integralmente l’ hard disk e fungono, al contempo, da “cimice” e telecamera permanente. Così mettono ai “raggi x” la vita quotidiana delle persone, fornendo quantità mostruose di dati riservati. Non solo sull’”intercettato”. Ma su tutti i soggetti che entrano nel suo raggio d’azione, in luoghi pubblici o privati, per i motivi più disparati.

La Cassazione (a sezioni unite), nel 2016, ha riconosciuto la legittimità dei virus informatici per indagini su terrorismo, mafia e associazioni per delinquere di vario tipo. Così ha permesso di svelare anche i “sistemi corruttivi” di alta caratura istituzionale, in sintonia con la legge delega che promuove “la semplificazione delle condizioni per l’impiego delle intercettazioni nei procedimenti per i più gravi reati dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione”. Eppure, la “bozza di decreto legislativo” parrebbe, incomprensibilmente, vietare i trojan anche nelle indagini sulle organizzazioni dedite alla corruzione, nota emergenza del nostro Paese.

Piuttosto una riforma dovrebbe favorire la “messa in sicurezza” dei dati personali inutili al processo. Sono tanti quando si indaga coi virus. E allora servono regole chiare su programmi informatici da utilizzare, modalità e tempi di attivazione del comando “da remoto”, soggetti abilitati a tali operazioni, circolazione e destinazione dei file registrati, meccanismi di disattivazione del trojan. Resta però decisivo il senso di responsabilità dei soggetti istituzionali che operano sul campo. Così come la costante e leale collaborazione tra procure e polizia giudiziaria, sin dalla fase delle registrazioni. D’altronde, anche lievi smagliature nel “filtro” possono travolgere la vita delle persone. E legittimerebbero la messa in discussione di strumenti decisivi anche nel contrasto a quegli “onnivori comitati d’ affari” che “inquinano le fondamenta del vivere civile”.

Il Fatto Quotidiano, 4 ottobre 2017

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