M5S, dal movimento di tutti al partito di qualcuno

M5S, dal movimento di tutti al partito di qualcuno

«Tra i frutti della risposta emotiva al declino della democrazia dei partiti vi è il Vaffa Day, il movimento dei cittadini al quale Beppe Grillo ha dato voce – gentismo invece che partitismo»


La democrazia senza partiti e contro i partiti è stata negli ultimi tre decenni la risposta, non soltanto emotiva, alla caduta della democrazia dei partiti nella polvere della corruzione, portata in tribunale per aver mercanteggiato con i soldi pubblici il sostegno di privati potenti e gruppi di potere. I partiti hanno gestito le istituzioni e la macchina elettorale, come si supponeva che dovessero fare — ma lo hanno fatto non per perseguire obiettivi di interesse generale e tra loro alternanti, ma per mantenere la posizione dentro le istituzioni. Tra i frutti della risposta emotiva al declino della democrazia dei partiti vi è il Vaffa Day, il movimento dei cittadini al quale Beppe Grillo ha dato voce – gentismo invece che partitismo.

Ma la ruggine contro la democrazia dei partiti precede di molto il fatidico 1992. Nasce insieme alla repubblica dei partiti, in Assemblea Costituente c’erano anche i rappresentanti dell’Uomo Qualunque, il movimento-partito di Guglielmo Giannini, anch’ esso con un’ideologica gentista e anti-partitista, liberale e anti-statalista, orientata a destra. Molte pulsioni dell’ uomoqualunquismo sono ricomparsi nel Vaffa Day. Ma l’antipartitismo ebbe anche propaggini più a sinistra; per esempio con una visione comunitaria di democrazia che doveva unire competenza e partecipazione, creare un ordine sociale strutturato per gruppi di funzioni complementari invece che per individui. Simile a questo fu il sogno di Adriano Olivetti di una “democrazia senza partiti”, dal quale emerse il co-fondatore del M5S, Gianroberto Casaleggio.

La sua impronta sul movimento è ben espressa nel volume pubblicato insieme a Beppe Grillo, Siamo in guerra, dove si profetizza una visione di “mondo nuovo” fatto di connettività, senza partiti e possibilmente senza istituzioni statali perché senza un “dentro” e un “fuori”. La totalità della Rete come preambolo di una società totale tecnocratica e senza più parzialità partigiane: il mito di una società coesa e integrata per autonoma cogestione — un mito libertario e tuttavia non individualista; organico ma senza gerarchie. Questo doveva essere il progetto del non-partito M5S.

Scriveva Norberto Bobbio che i critici della rappresentanza politica sono anche critici della democrazia dei partiti. Il loro sogno è di avere una rappresentanza diretta o una delega con mandato imperativo (come propose appunto Grillo nel 2013, quando il suo gruppo portò un esercito di rappresentanti in Parlamento), così da togliere libertà agli eletti e superare la detestata divisione “dentro/fuori”. Ma quale sarebbe l’esito di questo mito totalizzante? L’esito sarebbe una democrazia di partiti personali, ammoniva Bobbio, in cui i signori Bianchi o Rossi chiedono voti in nome di quel che dicono e sono. Votandoli, tuttavia, si finirà per dar vita veramente a un Parlamento di plenipotenziari che faranno quel che vorranno poiché loro saranno il partito, decidendo senza limiti l’azione legislativa e di governo. Al di fuori di una piccola città-Stato, la democrazia senza partiti è un tremendo sistema di potere che possiamo chiamare “rappresentativo patrimoniale”, un termine che è un ossimoro, poiché la rappresentanza moderna è stata la pietra tombale del patrimonialismo.

Eppure, la storia è capace di darci ossimori e sorprese. E a leggere Supernova di Nicola Biondo e Marco Canestrari si ha il timore di trovarsi di fronte a una forma di potere davvero inedita e molto inquietante. Il libro parla del M5S nell’ età di Luigi Di Maio come la chiusura del cerchio: la trasformazione da puro movimento anti-partito a movimento di qualcuno, del leader designato Di Maio. “A quel punto il Movimento non sarà altro che lui”. Proprio come aveva paventato Bobbio riflettendo sull’ ondata di anti- partitismo, allora solo all’ inizio.

La transizione assai veloce dal “movimento di tutti” al “partito di qualcuno”, dal gentismo al personalismo senza contrappesi (poiché la Rete stessa è stata esautorata) ci conferma la grande diffidenza che dobbiamo nutrire nei confronti della propaganda anti-partitica. I partiti- associazione, con statuti pubblici (possibilmente attenti a trovare contrappesi al potere del leader nel potere degli iscritti e di organi collegiali di discussione e decisione), sono una garanzia e un baluardo contro i partiti- di-qualcuno, anche quando il qualcuno non è un ricco uomo d’affari. Quel che appare dalle trasformazioni del M5S è che il “capitale” del consenso-via-audience può generare una versione post- moderna di patrimonialismo: dove il patrimonio è l’assenza di struttura e la presenza differita via Rete di un pubblico indefinito.

La Repubblica, 10 settembre 2017


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