In Rai non va in onda la trasparenza

In Rai non va in onda la trasparenza

“È forse giunto il momento per riconsiderare il servizio pubblico non come una semplice azienda per produrre pubblicità e profitto (), quanto piuttosto come una risorsa e un investimento da affiancare ad altre risorse dello Stato: la scuola e la ricerca” (da Televisione di Carlo Freccero – Bollati e Boringhieri, 2013 – pagg. 144-145) Èlastricata di belle parole e buone intenzioni – come la proverbiale via dell’ inferno – l’ intervista programmatica rilasciata nei giorni scorsi a Repubblica dal direttore generale della Rai, Mario Orfeo. Nel vocabolario del dg manca però una password, una parola-chiave: trasparenza. E di riflesso, le sue intenzioni non contengono un progetto di rinnovamento effettivo del servizio pubblico, da incardinare proprio su questo principio basilare se si vuole ricostruire un rapporto di fiducia con il pubblico dei telespettatori.

“Così cambierà la Rai”, annuncia con una certa enfasi Orfeo nella sua gattopardesca intervista. E spiega: “Nuovi canali e meno testate, ma serve certezza sulle risorse”. Fra i nuovi canali, il direttore generale ne menziona uno in lingua inglese che “parlerà dell’ Italia al mondo”: insomma un made in Italy televisivo, affidato magari alla regia gastronomica di Oscar Farinetti.

Il dg non cita invece le testate (giornalistiche) di cui intende fare a meno, forse per non urtare troppo la suscettibilità del sindacato interno. Quanto alle news, a quell’ informazione che rappresenta il core business dell’ azienda, gli basta l’ autoreferenzialità per ricordare che sia il presidente Monica Maggioni sia lo stesso direttore generale sono giornalisti e “hanno guidato più testate del servizio pubblico”: come se, oltre all’ informazione quotidiana dei telegiornali, non esistesse quella culturale, scientifica, ambientale, insomma civile, da coltivare in tutto il palinsesto.

Ma il vero obiettivo di Orfeo, in questa fumosa intervista a un giornale-amico, non è quello di parlare dei canali, delle testate e men che meno dei contenuti; bensì di battere cassa, chiedere “certezza sulle risorse” e dunque altri soldi al governo che l’ ha nominato, fotocopia di quello precedente che aveva inserito il canone nella bolletta elettrica per combattere l’ evasione. È vero che buona parte di questo prelievo forzoso viene destinato in realtà ad altri scopi. Ma allora vuol dire che gli italiani vengono turlupinati due volte: una prima volta quando sono costretti a pagare l’ abbonamento alla Rai per finanziare un servizio pubblico degno di questo nome; una seconda volta quando non riescono a ottenerlo. Hanno ragione, perciò, i promotori dell’ Associazione “Rai bene comune” a reclamare massima trasparenza e controllo della spesa nei bilanci della società. Con un esposto inviato alla Procura di Roma e all’ Autorità anti-corruzione, chiedono conto innanzitutto dell’ utilizzo di circa 170 professionisti esterni – conduttori, registi, autori, scenografi – impiegati in varie trasmissioni al posto del personale interno. E poi, sollecitano una serie di chiarimenti su quel “buco nero” di compensi, contratti di collaborazione, appalti esterni, sperperi e sprechi per i quali poi il direttore generale mendica “certezza sulle risorse” dal governo.

Sì, la Rai farà pure bene ad aprire un nuovo canale in inglese per promuovere l’ immagine dell’ Italia nel mondo. Ma farebbe ancora meglio a difenderla con un’ informazione completa e pluralista, magari prendendo esempio dalla mitica Bbc, senza buttare fumo (di Londra) negli occhi dei telespettatori. Fino a quando non metterà in onda la trasparenza, il Palazzo di Viale Mazzini resterà un carrozzone di Stato con i vetri opachi e i conti oscuri.

 

Il Fatto Quotidiano, 2 settembre

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