una democrazia senza popolo? Incontro con Carlo Galli

una democrazia senza popolo? Incontro con Carlo Galli

Sabato scorso, 1 luglio, è stato a Ravenna Carlo Galli, invitato da Comitato in Difesa della Costituzione di Ravenna, il Coordinamento per la Democrazia costituzionale della provincia  di Ravenna e Libertà e Giustizia, circolo di Ravenna.

A partire dal libro di Carlo Galli “Democrazia senza Popolo”  l’incontro è stato in forma di Dialogo/seminario per  riflettere, approfondire e cercare chiavi di lettura che ci consentano di districarci, almeno con il pensiero – in questa fase -  nel difficilissimo  passaggio storico che stiamo vivendo.

Può esistere una democrazia senza popolo? Può esistere la politica senza cultura e senza pensiero che la sorregga? Quali sono le ragioni, lontane e vicine, della crisi della politica?


Appena è uscito l’ultimo libro di Carlo Galli – Democrazia senza popolo. Cronache dal Parlamento sulla crisi della politica italiana –, abbiamo pensato di incontrare Galli e di dialogare, in pubblico, con lui. Galli si è impegnato – con e come noi – senza posa, in occasione del referendum che abbiamo vinto il 4 dicembre scorso.

L’unica data possibile per Galli era sabato 1 luglio, mattina.

Panico. Chi ci raggiunge, il primo sabato di luglio? Non è meglio rimandare a ottobre? Invece, coraggiosamente, abbiamo pensato di concludere una intensa fase di lavoro civile – nelle ultime settimane, dopo le grandi fatiche referendarie, ci siamo mobilitati chiedendo una legge elettorale senza vizi di incostituzionalità – con un seminario di studio e approfondimento.

Raccogliere firme non basta. E’ necessario studiare, riflettere, per ripartire, a fine estate, avendo almeno più chiaro il contesto di una crisi della politica che sembra non finire mai.

Quindi, abbiamo scelto Galli e abbiamo rimandato il mare al giorno dopo.

Verrà chi verrà, abbiamo pensato.

E’ stata una bella sorpresa per le associazioni promotrici – Comitato in Difesa della Costituzione di Ravenna, Coordinamento per la Democrazia costituzionale della provincia di Ravenna, Libertà e Giustizia, circolo di Ravenna – vedere la partecipazione di circa 50 cittadine e cittadini. Importanti presenze dei Comitati di Faenza, Bagnacavallo, Forlì, oltre che di numerose e plurali presenze ravennati. Ci ha aiutato l’ospitalità della Biblioteca Oriani, nella luminosa e fresca Sala Spadolini. E la collaborazione con la libreria Feltrinelli. Sono stati venduti subito i 15 libri prenotati, ma ne avremmo venduti di più. Buon segno. Confermiamo. E’ un libro importante, un vero e proprio strumento di analisi politica. Legge il mondo e la storia in profondità, esamina la complessità, non indica scorciatoie rassicuranti. Non nasconde le difficoltà enormi che incontrerà chi non vuole arrendersi alla fine della politica.

Il seminario si è svolto con una introduzione di Galli, seguita da numerosi interventi brevi e domande da parte del pubblico, in due tornate e in tre ore di intenso lavoro. Altro che mordi e fuggi, tweetter, comparsate, spot, propaganda, pubblicità. La politica – l’incontro con Galli lo ha confermato – ha bisogno, come dell’aria per chi intende respirare, di incontri in presenza, di ragionamento, di studio, di confronto. E di un metodo: analisi, individuazione dei problemi nella loro complessità, ricerca di strumenti per affrontarli e per dare risposte, e conseguente organizzazione. Altro che politica liquida. Se vogliamo politicamente impegnarci, è il caso di reagire al liquido che il neoliberismo desidera nella società per meglio “imperare”, con nostre forme di politica e di impegno forti, permanenti, che assicurino la durata. Il neoliberismo non è liquido, è durissimo e intende durare all’infinito, senza darsi alcun limite.

Interessanti e stringenti gli esempi che intessono il discorso politico di Galli. Concetti resi vivi e chiari.

Direi che questa è stata l’ indicazione. Studiare, comprendere, agire e durare. Mi sembra di riascoltare Gramsci. Non a caso Galli, oltre che accademico e parlamentare, è il presidente dell’Istituto Gramsci dell’Emilia Romagna. E di durare parla anche Rosi Braidotti, filosofa femminista, nel suo ultimo libro Per una politica affermativa. Itinerari etici. Sono sguardi diversi, quelli di Galli e Braidotti. Ma non divergono. Durare per resistere al neoliberismo individualista. Consiglio la lettura di questo libro – oltre a quello di Galli – a chi intende rafforzarsi per resistere .

In merito ai concetti emersi nel corso del seminario

Esiste la democrazia senza popolo? Certo, è quella che stiamo vivendo.

Non è la prima volta nella storia. I regimi totalitari conservavano le forme del regime precedente – Mussolini non abolì lo Statuto Albertino – e il leader carismatico agiva con il popolo, il SUO popolo, quello acclamante in piazza, e purificato, “disinfettato” dai diversi, in vari modi “fatti fuori”.

Oggi il neoliberismo cerca di costruire l’ideologia – con grande aiuto da parte di quasi tutti i media – di un popolo compatto, nel senso che tutt* abbiamo gli stessi interessi perché siamo nella stessa barca. In realtà, dice Galli, c’è chi comanda e chi è buttato fuori dalla barca. Non c’è alternativa all’attuale stato di cose, sostengono i neoliberisti, gli ordoliberisti, e forze sedicenti di sinistra. L’ideale politico dei neoliberisti – nella proposta di Michele Salvati, per esempio – è un paese governato escludendo le ali estreme dal dibattito pubblico e – simpatico commento di Galli – meglio ancora se le escludiamo dal Parlamento.

Ma sia nel passato che nel presente non tutte le ciambelle riescono con il buco. E’ in crescita un disagio maggioritario. Proteste crescenti. Disaffezione crescente. Sfiducia, astensionismo a livelli altissimi. Enormi contraddizioni crescono. Dove va a finire tutto questo? Nei 5 Stelle, solo apparentemente antisistema? I 5 Stelle sono nel sistema, ma studiano poco e la complessità non è pane per i loro denti. Sembra che tutto si riduca alla disonestà dei politici e agli stipendi dei parlamentari. Certo, partiti che non hanno impedito degenerazioni ed eccessi di privilegio nella società e nelle Istituzioni, hanno una bella responsabilità. Ricordo – sempre – l’unica voce lontana che si levò, alta e forte, quella di Enrico Berlinguer, quando indicò nella “questione morale” la più urgente questione politica nazionale, inascoltato anche dentro il proprio partito, figuriamoci fuori. Onestà e sobrietà sono condizioni necessarie, ma un programma politico, di destra o di sinistra che sia, non può non andare oltre. Anzi, deve andare oltre, se intende proporre una sua idea di società, e cercare di attuarla.

Non è escluso – anzi, è probabile – che il sistema neoliberista preferisca la destra a Corbyn, o tenti – e ha tentato, anche in Italia – di affidarsi a qualcosa che sia pallidamente di sinistra.

Non vi nascondo che ascoltare parole così nette da parte di un filosofo della politica, e parlamentare – come Galli è – che, per giunta, non nasconde di essere di sinistra, e che dice di non avere mai votato Pci, mi ha molto colpito. Non siamo più abituati, dal 1989 in avanti, a sentire parole e concetti di sinistra. Il fallimento del comunismo occidentale – su quello cinese non sono in grado di esprimermi – è stato devastante non tanto – o solo – per chi aveva fede comunista, ma per chi intendeva ereditare un programma politico che tenesse insieme libertà, diritti e giustizia sociale, quella disegnata dalla nostra Costituzione. Gli eredi “ufficiali”, insieme al comunismo hanno cominciato a buttare via ben altro. Quasi vergognosi di parlare di giustizia sociale, di uguaglianza, di dignità del lavoro. Parole comuniste, sovietiche? O parole costituzionali, concetti azionisti, cristiani, socialisti, dei quali i comunisti italiani – strana gente, poco rispondente, in realtà, ai canoni sovietici, e molto più “riformisti” di quanto loro stessi pensassero di sé – credevano di essere, per qualche decennio postbellico, i primi garanti?

I primi anni del necessario ripensamento della sinistra si sono intrecciati con Tangentopoli. Tangentopoli ha fatto bene alla politica? Avrebbe potuto farlo, se nei partiti ci fosse stata cultura diffusa, onestà intellettuale, talenti politici, dirigenti all’altezza di un compito storico urgente e difficile. Dirigenti? Da quanto tempo i politici di professione avevano smesso di studiare ed erano stati scelti con criteri di altro genere, come fedeltà, obbedienza, spirito gregario, eccetera? Molto severo, in merito, il giudizio di Galli, nel libro e a viva voce. Interessante, inoltre, un confronto che si è sviluppato nel corso del seminario. C’è stata una sinistra che ha reagito a Tangentopoli costeggiando o non reagendo a pulsioni giustizialiste. Volere giustizia, volere la Magistratura autonoma, è giustizialismo? Evidentemente no. Ma è indubbio che allora molta opinione pubblica, di fronte allo scempio venuto alla luce – corruzione, magistratura addomesticata, partiti pigliatutto – non reagì con calma ed equilibrio politico. Ci fu furore, a volte scomposto. Non si pensò a sufficienza che nei partiti e nelle Istituzioni in realtà e da tempo si rispecchiava una società non certamente in buona salute, e quasi mai innocente. Anzi. Berlinguer docet. Deve stupirci che una parte consistente di opinione pubblica non sia stata equilibrata? E che abbia votato sì a un referendum che aboliva i contributi statali ai partiti? Mi stupisce di più che, soprattutto dalla fine degli anni Novanta in avanti, molta sinistra abbia fatto – dice Galli – scelte “ciniche” di imitazione di politiche di destra.

Strane e imprevedibili sono le strade della storia. Che il 1989 fosse prevedibile, anzi certo, ci era chiaro. Non sapevamo il quando. Ma che dopo l’89, quasi scomparisse o, dove esisteva, diventasse del tutto ininfluente una sinistra colta, radicale, costituzionale, e sul campo prevalessero forze di “sinistra” “pentite” del comunismo, ma prive di proprio autonomo pensiero critico, non nascondo che tutto questo – allora – mi ha dolorosamente sorpreso. Ascoltare Galli, e dialogare con lui, mi ha fatto ripensare ai decenni passati, e alle tante derive o occasioni perdute.

La prima deriva. Deficit di cultura e di studio. Quante e quanti – a partire dagli anni Ottanta – abitano il Parlamento conoscendo poco o nulla della storia italiana? Un buon numero. E in assenza di idee proprie, scatta un pensiero semplice e, tutto sommato, bolscevico. Ciò che importa è prendere il potere. In realtà, la parola usata è più raffinata, e con una sua nobiltà. L’importante è governare. Sono d’accordo. Ma chi, perché, a quali condizioni? Con quali idee, programmi, e con quali donne e uomini politici? Su questo versante, per ora, le idee e i programmi politici sono carenti, contraddittori. Più avanzati, anche se spesso timidamente, sui diritti civili, ma fermi sulla grande questione del lavoro e della dignità di chi lavora.

Con il rischio che continui una democrazia senza popolo, e una sinistra senza popolo. Ma per quanto tempo può durare questo paradosso?

Fino ad oggi, in realtà – a volte penso miracolosamente -, buona parte del popolo italiano ha salvato la Costituzione nel 2006 e nel 2016. Lillipuziani hanno fermato il gigante neoliberista che diceva che le Costituzioni europee sono troppo di sinistra, troppo antifasciste. Inoltre, sempre i lillipuziani hanno disarticolato, con ricorsi alla Corte, il Porcellum e l’Italicum. Senza risorse, senza sedi, senza media.

Questi lillipuziani sono stati bravi. Ma la politica ha bisogno – sono molto d’accordo con Galli – sia di una società civile attenta, critica, diffidente di ciò che viene loro mediaticamente “narrato”, e continuamente attiva, che di partiti degni di questo nome, che esprimano rappresentanti che facciano il loro dovere con “disciplina e onore” ( art.54 della Costituzione). Chissà, forse erano moralisti anche le Madri e i Padri Costituenti? O queste donne e questi uomini, sopravvissuti al ferro e al fuoco, avevano concluso che solo una certa politica – onesta e insieme intelligente – potesse fondare la Repubblica?

La politica ha necessità di campagne, di movimenti – i girotondi sono stati, almeno quelli da me vissuti, un importante movimento che ha cercato, senza trovarla, l’interlocuzione con i partiti, e non ha avuto caratteri giustizialisti -, di azioni referendarie, ma necessita anche di forze politiche che permangono, si strutturano, organizzano la propria costante durata e presenza. Su questo Galli insiste molto, ed è convincente. Alcuni dei caratteri dei partiti del Novecento – organizzazione, permanenza – vanno sicuramente conservati. Ma l’autoreferenzialità, la presunzione di rappresentare “tutto”, la generalizzata incultura, la separatezza – da quanto tempo sono diventati ceto separato? – a cui sono arrivati quasi tutti i partiti – tutti? – non può non essere superato, se si vuole dare ossigeno alla politica.

Una nostra – di movimenti e associazioni – consapevolezza va però irrobustita. La società civile può accorgersi di “narrazioni” falsificatrici della realtà solo se sa affrontare la realtà con strumenti – studio, analisi, confronto calmo e riflessivo – che sappiano riconoscere la complessità crescente di tutto ciò che ci circonda. Non è facile. Sofferenze sociali, spesso acute e non di rado estreme, possono dare ossigeno alla paura, alle semplificazioni, allo sconforto, alla rinuncia. Dovremmo resistere a queste tentazioni.

La democrazia può essere senza popolo anche a seguito di un popolo che rinuncia alla partecipazione. Chi vorrà candidarsi a qualunque cosa, se c’è la quasi certezza che vince solo chi ha solidi – poteri vari – appoggi e grandi risorse economiche? Anche di questo abbiamo parlato con Galli. E di primarie meno convincenti di quando, negli anni Novanta, abbiamo avuto la speranza che fossero ossigeno buono per la partecipazione.

Una grande filosofa del secolo scorso, Hannah Arendt, che vide nel totalitarismo un male grandissimo, non nascose però la sua diffidenza, lei cittadina diventata con orgoglio statunitense, nei confronti delle libere istituzioni americane. Se può candidarsi solo chi ha grandi risorse? Se i candidati hanno risorse del tutto diseguali per farsi conoscere, siamo ancora in democrazia? Se solo chi ha grandi risorse può avere giornali, televisioni, eccetera, possiamo dire che la democrazia gode di buona salute? Galli si sofferma molto su questo aspetto cruciale. Prima di diventare parlamentare e prima di lasciare il gruppo Pd, Galli era frequentemente invitato a scrivere su quotidiani di rilevanza nazionale e a comparite in tv. Ora, nulla. Siamo ancora in democrazia?

Democrazia senza popolo e democrazia con uomini e donne libere tacitate.

E’ democrazia? Ne dubitiamo. Perlomeno, non è la democrazia pensata e scritta dopo la seconda guerra mondiale. Sappiamo, per esperienza storica, che il corso della storia non procede sempre nella stessa direzione. Non è ancora chiaro se siamo in una “fermata” che si prolunga da molto tempo, o se la direzione si è del tutto invertita.

Ma, oltre a salvare la Costituzione, qualcosa d’altro dovrà pure accadere. Penso, spero.

Non è un caso che fin dall’inizio ci sia stata una sinistra – temporibus illis – che alla Costituzione teneva molto. Nella Costituzione il motore è/era il lavoro, e nella Costituzione si disegnava un paese dove il capitalismo non era onnipotente. Esiste ancora questa sinistra?

Esiste, soprattutto nella cultura e in numerose coscienze. Riusciranno di nuovo i lillipuziani a compiere una grande e duratura impresa? Con i tempi storici che ci vorranno, probabilmente non brevi.

Di nuovo – in questo anno gramsciano – rivolgiamo il pensiero all’intellettuale collettivo.

Nel 1937 furono spente le voci dei fratelli Rosselli e di Gramsci.

Penso che è dal loro pensiero, dal loro coraggio, dalla dignità e forza con cui affrontarono tempi molto bui, che dovremmo ripartire.

Salviamolacostituzione.ra.it, 1 Luglio 2017

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