Un Maestro di vita. E di regole

Un Maestro di vita. E di regole

Ricordo un incontro a Torino. Non moltissimi anni fa. Un convegno filosofico. Portavo le mie tesi su Personhood e Personality, l’idea che ciascuno “impersona” quella natura ragionevole che fa di noi dei soggetti morali e di diritto, individuandola irrepetibilmente, essenzialmente – non si può esser uno senza esser unico e di un’unicità intrinseca, qualitativa, perché in ogni momento costitutiva di un punto di vista incomparabile – un’unicità di monade, ricca in potenza quanto l’universo che riflette.

Così che il fondamento universalistico dei diritti – la pari dignità delle persone appunto, la loro “eguaglianza” – è in ciascuno di noi anche il fondamento del dovuto a ciascuno, e questo dovuto è la sua diversità, la sua vocazione, la sua propria e irriducibile identità personale e morale, la radice del pluralismo potenzialmente conflittuale di cui è cornice e vincolo l’insieme dei diritti umani, universali. Non ero mai riuscita a impressionare nessuno con questi – invero – truismi, almeno per la loro parte visibile, perché il loro fondamento è tutt’altro che ovvio. Con mia grata sorpresa, Stefano Rodotà si mostrò talmente gentile e interessato che non resistetti alla tentazione di invitarlo sui due piedi a far parte del nostro modesto Centro di Ricerca in Fenomenologia e Scienze della Persona (http://www.unisr.it/filosofia/ricerca/centri-di-ricerca/persona/).

Quello che mi lasciò basita è che accettò subito ringraziandomi, come se fosse un grande onore! E di lì a poco sostenne con vigore una delle iniziative del nostro Phenomenology Lab a difesa dei valori della nostra Costituzione da uno degli attacchi ricorrenti che ha subito dalla sua nascita: quella volta l’aggressione era connessa alle polemiche sui diritti civili relativi al fine vita. Era il 2009 e ricevemmo 11.533 visite, fu il nostro record di popolarità.

Non mancai da allora di studiare i suoi libri per le nostre ricerche sull’esperienza dei valori: ad esempio Diritti e libertà nella storia d’Italia, Donzelli, Roma 2011, o i lavori della Commissione sui Beni Pubblici da lui presieduta, che diede luogo a Invertire la rotta. Idee per una riforma della proprietà pubblica, il Mulino, Bologna 2007 e a I beni pubblici: dal governo democratico dell’economia alla riforma del codice civile, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 2010; o ancora, La vita e le regole, Feltrinelli 2006, con l’importantissima riflessione sulla nascita di un nuovo paradigma politico: “dallo stato di diritto allo stato costituzionale dei diritti” cui dà luogo la costituzionalizzazione dei diritti umani nelle democrazie post-belliche.

Quattro anni dopo, nel 2013, fu al centro dell’ultima grande speranza di rinnovamento civile e morale di una nazione sull’orlo del tracollo – quando il suo nome fu proposto per la Presidenza della Repubblica, e molti di noi sentirono letteralmente rinascere, per un attimo, una fiducia nella sostanziale redimibilità delle nostre istituzioni, che troppi anni di conflitti di interesse e abusi e soprusi e condoni e perdoni e svendita di risorse e dignità pubbliche in cambio di consensi avevano ridotto allo scarso prestigio e alla poca fiducia di cui continuano a godere. Rodotà ci regalò qualche ora di sognata felicità civile, prima che un guizzo di pugnali e mandolini, all’italiana, decidesse la storia di questi anni, con la solita cerimonia di cannoni e campane, bandiere e campanellino, giuramenti e sorrisi in Parlamento – con conformismo e cinismo a far da cagnolini d’onore.

Ma quella grande speranza che il volto pensoso di Rodotà aveva acceso nel cuore di tanti basta a dare la misura di un uomo, e della gratitudine che gli dobbiamo come italiani. Forse la si può dire con le parole di Montale: “non è lume di chiesa o di officina/ che alimenti/chierico rosso, o nero./Solo quest’iride posso/lasciarti a testimonianza/d’una fede che fu combattuta, /d’una speranza che bruciò più lenta/di un duro ceppo nel focolare”.

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