La Rai, per Renzi una delle peggiori sconfitte sul campo 

La Rai, per Renzi una delle peggiori sconfitte sul campo 

Dopo aver fatto fuoco e fiamme, a costo di prendere a calci quarant’anni di giurisprudenza costituzionale, per piantare la bandiera del governo sul tetto di viale Mazzini, la mente si è offuscata. Avuta la Ferrari, il conduttore è uscito di strada alla prima curva. Dopo essere stato insignito del ruolo di amministratore delegato con pieni poteri, Antonio Campo Dall’Orto ha avuto la sfiducia. Una batosta cocente per un modo farisaico di intendere il rapporto con l’azienda, dopo la propaganda manipolatoria sul “fuori i partiti”, bugia stratosferica.

Ora è il turno di Mario Orfeo, navigato e capace direttore di testate come “Il mattino” e “Il messaggero”, nonché del Tg2 e -da ultimo- del Tg1. Auguri di buon lavoro, ovviamente. Non è bello che la nomina sia stata anticipata da un tweet di Gasparri, incontenibile senza neppure la prudenza dell’età. Tuttavia, un punto va chiarito. Il dibattito e i commenti hanno messo in luce il rischio che un’informazione già filogovernativa possa diventare un megafono puro e semplice in questa interminabile campagna elettorale.
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Al riguardo, se non abbiamo perso qualche puntata, va rimarcato il silenzio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che pure avrebbe il compito di vigilare sulla par condicio sostanziale anche nei periodi più lontani dal voto. Tra l’altro, siamo in corso di elezioni amministrative, cui tutti assegnano una forte valenza generale ed è legittimo chiedere all’Agcom come stanno le cose. Insomma, l’argomento del pluralismo è sacrosanto e chissà che proprio l’indiziato numero uno non voglia sparigliare e stupire. La speranza è sempre l’ultima a morire e ci si attacca pure ai sogni.
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Però c’è dell’altro. Le culture liberiste hanno rotto l’anima sulla specificità dell’impresa, sul valore dei mercati, sulla “visione del brand”. Appunto. Il prossimo 28 giugno dovranno essere presentati i palinsesti, vale a dire il cuore stesso di un broadcaster. A che punto è il servizio pubblico, la cui fisionomia –al di là delle discussioni ontologiche astratte sempre alla moda, specie per chi vuole ridurre e tagliare- si definisce in base ai programmi?
A simili interrogativi è augurabile che risponda l’Ad, cui la legge ha voluto dare la funzione di “supermanager”, non di superdirettore delle news. Non solo.
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Perché si possa riavviare la macchina è indispensabile che si vari, dopo la Convenzione con lo Stato, il Contratto di servizio. Avrà una durata quinquennale e va preceduto dalle “Linee guida” scritte d’intesa dal Ministero e dall’Autorità. E’ pure opportuno ricordare che l’ultimo testo risale al periodo 2010/2012 e oggi un vero aggiornamento è visibilmente la priorità.
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Inoltre, vi è la necessità di risolvere la delicata questione del tetto dei compensi per artisti e protagonisti dello spettacolo. Anche qui, un memento per i liberisti della domenica. O si introduce una regola generale, o bloccare unilateralmente la Rai significa fare obiettivamente un favore ai concorrenti.
Insomma, le spericolate manovre sul servizio pubblico hanno già determinato i presupposti di una crisi profonda e la legislatura potrebbe chiudersi con un altro bel “regalo”. E’ un disastro annunciato, che invita a promuovere una vera resilienza, in attesa di tempi diversi.
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PS. Il pasticciaccio dei diritti televisivi del calcio imporrebbe un intervento da parte delle autorità competenti. E’ uno scandalo. E la Rai come intende muoversi?
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il manifesto, 14 giugno 2017 

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