Come funziona il modello tedesco?

Come funziona il modello tedesco?

1. – Poiché, a quanto è dato capire, la discussione sul sistema elettorale sembra stia convergendo verso il sistema in vigore in Germania, può essere utile provare a tracciarne le linee fondamentali.

Anzitutto, va subito precisato che in Germania, la legge elettorale serve a eleggere solo la Camera (Bundestag), non anche il Senato (Bundesrat). Quest’ultimo è, infatti, composto da delegati dei governi degli Stati federati (Lander), in numero proporzionale alla popolazione.

In Italia, occorrerà invece predisporre due leggi elettorali, una per la Camera, l’altra per il Senato, tenendo conto della complicazione derivante dal fatto che solo per il Senato la Costituzione prevede che tale ramo del parlamento sia «eletto a base regionale» (art. 57, co. 1, Cost.).

 2. – Il sistema elettorale tedesco è un sistema proporzionale.

Accedono al Bundestag i partiti che ottengono, su scala nazionale, almeno il 5% dei voti. Solitamente raggiungono questa soglia 4-5 partiti: i democristiani (Cdu-Csu), i socialdemocratici (Spd), i liberali (Fdp), gli ecologisti (Grune), la sinistra (Linke); alle prossime elezioni potrebbe avere qualche chance anche la destra populista (Afd).

La composizione proporzionale del Bundestag – la sola Camera che vota la fiducia e la sfiducia (costruttiva: per far cadere un governo bisogna nel contempo farne nascere uno nuovo che lo sostituisca) – fa sì che, nel dopoguerra, quasi sempre la Germania sia stata retta da un governo di coalizione.

Al momento delle elezioni, l’elettore esprime due voti su un’unica scheda.

A stabilire la distribuzione dei 598 seggi di cui, come minimo, si compone il Bundestag è il secondo voto (Zweitstimme), quello con cui l’elettore sceglie il partito per il quale intende votare: ogni partito che supera la soglia di sbarramento si vedrà, infatti, attribuire un numero di seggi proporzionale alla percentuale di voti ricevuti: se ha ottenuto il 30% dei voti, avrà il 30% dei seggi (circa 180).

Il primo voto (Erststimme) serve invece a scegliere una parte dei nomi dei candidati da eleggere. Gli altri sono tratti da liste bloccate (Landeslisten) presentate in ogni Stato federato (Land), secondo l’ordine di inserimento nella lista. Per l’espressione del voto maggioritario, il territorio tedesco viene diviso in 299 collegi uninominali (Wahlkreise), nei quali ciascun partito presenta un proprio candidato. Vince il collegio il candidato che ottiene più voti (anche se non raggiunge la maggioranza assoluta: l’elezione è a turno unico).

È ammesso il voto disgiunto, vale a dire attribuire il secondo voto a un partito e il primo al candidato di un altro partito.

 3. – Per l’assegnazione dei seggi all’esito delle elezioni, occorre mettere a confronto i risultati dei due voti, per verificare se un partito ha ottenuto con il secondo voto un numero di seggi inferiore, pari o superiore al numero di collegi vinti con il primo voto.

Si immagini che un partito abbia ottenuto il 30% dei secondi voti: come già detto, avrà diritto a circa 180 seggi (il 30% del totale dei seggi in palio, pari a 598). Se con il primo voto ha conquistato 180 collegi, ecco individuati i suoi eletti. Se invece con il primo voto ha conquistato un numero di collegi inferiore ai seggi a cui ha diritto in base al secondo voto, allora gli eletti ulteriori saranno scelti sulla base delle liste di candidati presentata nei Lander, secondo l’ordine di inserimento. Per esempio: se il partito in questione ha conquistato 60 collegi con il primo voto, i restanti 120 eletti – dei 180 conquistati con il secondo voto – saranno tratti dalle liste bloccate.

Potrebbe, però, anche accadere che un partito conquisti con il secondo voto meno seggi di quanti collegi riesce a vincere con il primo voto. Per esempio: un partito che ottiene il 20% dei secondi voti avrebbe diritto a circa 120 seggi (il 20% del totale dei seggi in palio, pari a 598), ma se ha conquistato 121 collegi uninominali con il primo voto, allora ha diritto a tenerli tutti e 121. Questo seggio in più è definito mandato in eccedenza o soprannumerario. In tal modo, però, si altererebbe la composizione proporzionale del Bundestag emersa dal secondo voto, dunque diventa necessario aumentare proporzionalmente anche i seggi attribuiti agli altri partiti (per esempio, se un altro partito aveva ottenuto il 40% dei secondi voti, pari a circa 240 deputati, salirà a 242). In tal modo, poiché l’operazione di riequilibrio va fatta per tutti i collegi uninominali eccedenti conquistati da tutti i partiti, il numero dei componenti il Bundestag può aumentare significativamente: attualmente i deputati sono 630.

Va, infine, aggiunta l’ipotesi di un partito che ottenga meno del 5% dei secondi voti, ma conquisti almeno 3 collegi uninominali con il primo voto. In tal caso, il partito accederà comunque al Bundestag, con un numero di seggi pari alla percentuale di secondi voti ottenuta.

 4. – Il principale problema derivante dal “recepimento” in Italia del modello tedesco riguarda i mandati soprannumerari, dal momento che da noi, a differenza che in Germania, il numero dei componenti di Camera e Senato è fissato nella Costituzione. Dunque, non si possono aumentare deputati e senatori in base all’esito delle elezioni. Occorrerà, pertanto, trovare il modo di “assorbire” le eventuali eccedenze, decidendo se far prevalere il voto di collegio sulla ripartizione proporzionale (come vorrebbe il Pd) o, come pare più probabile, il contrario (come vorrebbe Forza Italia e, di fatto, il M5S: in tal caso i mandati soprannumerari andrebbero perduti). Una soluzione alternativa potrebbe essere quella di ridurre il numero dei collegi uninominali a meno della metà dei seggi da assegnare, per ridurre, se non proprio azzerare, il rischio che si verifichi tale eventualità.

A ridurre il rischio dei mandati in eccedenza contribuirà, comunque, la circostanza che da noi non troverà spazio l’ipotesi del voto disgiunto, con la conseguenza che il voto dato al candidato nel collegio uninominale si estenderà al partito che lo ha presentato. Così vogliono i partiti più grandi (Pd, M5S, Forza Italia), per limitare il rischio di dispersione dei voti verso i partiti minori.

Insomma: sotto entrambi i profili, è probabile che – se verrà davvero adottato il modello vigente in Germania – l’elettore italiano avrà una facoltà di scelta dei candidati inferiore rispetto a quella del suo collega tedesco.

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