Usa: Trump e la palude da prosciugare

Usa: Trump e la palude da prosciugare

La frase che Donald Trump ama di più al mondo, quella che gli provoca un brivido caldo, è “Sei licenziato!”, l’espressione del suo potere di palazzinaro milionario e conduttore di un reality show che ruota appunto attorno alla selezione del personale. La versione politica di questo approccio alle relazioni sociali è stata la promessa fatta in campagna elettorale di “prosciugare la palude” di Washington, Drain the Swamp, nel senso di licenziare tutti i politici incompetenti e i lobbisti corrotti che da sempre nuotano nelle acque fangose della capitale americana.

Come tutti i neofiti che si avventurano in acque sconosciute, però, Trump aveva sottovalutato la pericolosità della fauna locale, che ha ben presto dimostrato di voler difendere il proprio ecosistema: i coccodrilli mordono. L’ultimo esempio è la questione delle rivelazioni di segreti di stato forniti da Israele alla delegazione russa con cui si è incontrato la settimana scorsa: Fbi e Cia, che nuotano nella palude da decenni hanno azzannato il megalomane presidente per la gioia dei media, pronti a trasformare il “comandante in capo” in “spia n. 1” dell’odiato Putin. A questo si sono aggiunte le rivelazioni del New York Times sul fatto che Trump avrebbe chiesto al direttore dell’Fbi James Comey di bloccare l’indagine sui rapporti del suo consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn con la Russia: intralcio alla giustizia, un reato da impeachment, anche se poi Flynn era stato costretto a dare le dimissioni.

Da buon cacciatore inesperto, Trump ha fatto alleanza con alcuni portatori indigeni (KellyAnn Conway, Sean Spicer, Rex Tillerson, una mezza dozzina di generali) per farsi aiutare nella conquista di Washington. Purtroppo le guide sono troppo poche, o non all’altezza del loro compito. Va detto che il loro lavoro è reso più complicato dall’abitudine di Trump di smentirli pochi minuti, o poche ore, dopo che si erano gettati nella mischia per difenderlo. Così, mentre lunedì il consigliere per la sicurezza nazionale H. R. McMaster aveva giurato che con i russi nulla era accaduto (“E’ falso, io ero nella stanza”) nella notte Trump ha fatto sapere, via Twitter, che effettivamente si riservava di condividere con Mosca le informazioni che riceve in quanto alleati nella lotta al terrorismo.

Anche questa settimana, quindi, è totalmente dominata dalle notizie sui rapporti di Trump con Mosca, dalle indagini sulle possibili interferenze del Cremlino prima e dopo la campagna elettorale, dall’ipotesi di impeachment del presidente perché al soldo del nemico benché in Congresso, per ora, non ci siano neppure lontanamente i voti necessari per rimuoverlo dalla carica (entrambe le camere hanno una maggioranza repubblicana). Washington rimane in uno stato di isteria più violento di quanto i più audaci sceneggiatori di thriller fantapolitici potrebbero immaginare, il che non facilita certo l’azione di governo: perfino il Richelieu del partito repubblicano, il capo dei senatori Mitch McConnell, ha fatto sapere che per il Senato sarebbe più facile lavorare se ci fossero “un po’ meno di drammi” alla Casa bianca. Come ha fatto saggiamente osservare l’economista Doug Henwood, se Trump fosse rimosso e il tranquillo vicepresidente Mike Pence prendesse il suo posto, l’intero programma dei repubblicani, reazionario e brutale, sarebbe attuato nel giro di tre settimane.

Trump sta pasticciando con i divieti di ingresso ai mussulmani, la sanità, le tasse, i bombardamenti in Siria e il nuovo flirt con la Cina per tenere sotto controllo la Corea del Nord: nonostante abbia riempito il suo governo di esperti banchieri e navigati generali la rotta nella palude appare incerta e nulla di ciò che aveva promesso in campagna elettorale è stato realizzato.

Il circo di Washington, però, fa felici i media (ogni giorno novità, sorprese, colpi di scena), gli apparati del Deep State (militari, spionaggio, industria degli armamenti) che difendono i loro lauti bilanci e soprattutto i democratici, che possono recitare la parte degli eroici difensori della democrazia americana quando in realtà non stanno facendo nulla. Il partito è a encefalogramma piatto, non ha proposte per difendere i lavoratori o la classe media, la sua unica preoccupazione è raccogliere fondi nella speranza di un’improbabile rivincita alle elezioni per il Congresso del novembre 2018.

Ovviamente, i cittadini percepiscono benissimo che quella che va in onda nell’era Trump è una gigantesca serie TV a grandezza naturale, che va in onda 24 ore su 24 con protagonisti imprevedibili e trame losche da scoprire ogni giorno. Quanto questo sia utile per rianimare la politica americana è però difficile da dire: secondo i sondaggi, per il momento chi ha votato Trump continua a sostenerlo e a guardare con ancora maggiore disgusto e diffidenza alla confusione della capitale.

il manifesto, 18 maggio 2017

(*) Fabrizio Tonello è docente della Scuola di Economia e Scienze politiche dell’Università di Padova e socio di Libertà e Giustizia.

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