La politica non tocchi le intercettazioni, il giudice vigili sulla privacy

La politica non tocchi le intercettazioni, il giudice vigili sulla privacy

Roma. «Bisogna usare solo le intercettazioni rilevanti ed è compito del magistrato selezionarle senza interferenze come vuole la sua autonomia». Stefano Rodotà risponde al procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e ricorda che «chi ha ruoli pubblici gode di una privacy ridotta».

Pignatone dice che bisogna tenere insieme quattro diritti: fare le indagini, difendersi, garantire una buona informazione, tutelare la privacy. È possibile?
«Non so se lo sia. Ma è corretto il modo in cui identifica gli interessi e dice che sono “tutti” di rilievo costituzionale. Quindi nessuno è superiore agli altri. Chi vuole farne prevalere uno, all’ opposto, cita solo quello, screditando l’ altro, mentre Pignatone giustamente li mette tutti sullo stesso piano».

È realistico pensare di farli coesistere?
«Questa necessaria coesistenza pone certamente un vincolo.
Gli interessi possono essere in conflitto. E la prevalenza dell’ uno o dell’ altro dev’ essere argomentata ».

Il procuratore cita una sua circolare per utilizzare cum grano salis le intercettazioni negli atti. Non è già una censura, ai tempi di Berlusconi l’ avremmo chiamata un bavaglio?
«Nel Codice deontologico per i giornalisti – un testo che qualsiasi magistrato può applicare trattandosi di una norma giuridica vincolante e che feci approvare quand’ ero Garante della privacy – all’ articolo 6, è scritto che “la sfera privata delle persone note, o che esercitano funzioni pubbliche, dev’ essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sulla loro vita pubblica”.
Tecnicamente si chiama “minore aspettativa di privacy”».

Non c’ è il rischio che i magistrati utilizzino sempre di meno le intercettazioni temendo le fughe di notizie?
«Bisogna usare solo le intercettazioni rilevanti. Da Garante, in più di un’ occasione, mi sono trovato a sottolineare che erano state messe in circolazione notizie non rilevanti e che portavano un pregiudizio all’ interessato».

Quindi tocca al magistrato decidere cosa tenere segreto?
«Certo, tocca a lui fare la selezione, che comporta anche il rischio, per caso o per scelta, di omettere informazioni significative o rivelarne alcune non rilevanti per le indagini. Un esempio? Faccio un’ indagine su un soggetto, poi trovo che costui esce dove ci sono i trans, se metto anche questo nel fascicolo c’ è il concreto rischio che tutto finisca sui giornali».

Per lei questa selezione è giusta? Non è un bavaglio?
«Il bavaglio non stava e non sta qui. Il punto è valutare l’ interesse alla conoscenza di quelle informazioni. Il conflitto nasce se una persona nota chiede di tenere riservate delle notizie che invece l’ opinione pubblica vuole conoscere per controllare chi fa un attività pubblica. Ma se le notizie sono “del tutto e assolutamente irrilevanti” non devono diventare pubbliche».
Pignatone però responsabilizza i giornali che dovrebbero scegliere «nella loro libertà e responsabilità».
«L’ osservazione è legittima, ma i due mestieri, il magistrato e il giornalista, sono diversi. Non si può dire che il primo deve seguire le regole del secondo, né l’ opposto ».

Facciamo un esempio. Un signore non indagato finisce in un’ intercettazione, e poi sui giornali. Ma quella telefonata è importante nella ricostruzione del fatto. Si potrebbe non usarla?
«Se il giornalista accerta che un signore con un ruolo pubblico ha incontrato un mafioso, per il magistrato ai fini dell’ indagine può essere irrilevante, ma per il giornalista, in quanto interlocutore dell’ opinione pubblica, sarà della massima rilevanza».
Però il rischio, in futuro, è che questa intercettazione venga messa da parte perché penalmente inutile.
«Può essere una perdita, è un dato obiettivo, ma la selezione delle informazioni spetta ai magistrati, i quali in passato hanno inserito nei fascicoli anche materiale del tutto irrilevante, come i fatti personali. Il giornalista, se ne viene in possesso, non può che pubblicarlo».

Il governo si occuperà a breve di intercettazioni. Se fosse un obbligo, o comunque un invito, a usarle il meno possibile?
«Messa così sarebbe un’ interferenza del potere legislativo sull’ autonomia della magistratura. Che mina la storica distinzione tra i poteri, il primo non può stabilire come il secondo può utilizzare il materiale raccolto. Non si può intaccare l’autonomia della magistratura. È un punto essenziale ».

È d’ accordo sull’ipotesi di punire con una pena più severa, oltre 3 anni, il pubblico ufficiale che rivela notizie segrete?
«Tutto è possibile se il legislatore lo vuole, ma non so se i problemi nascano effettivamente dall’ inadeguatezza della sanzione. Affidarsi sempre e soltanto ad essa non è detto che dia risultati e non possa interferire sui diritti delle persone».

Si riconosce nell’espressione “gogna mediatica”?
«Non mi piace, come tutte quelle enfatiche, che rischiano di distogliere l’ attenzione dal fatto concreto. Ma è gogna mediatica se io fotografo il politico con il mafioso al bar? Basta leggere l’ articolo 54 della Costituzione che al primo comma dice “tutti devono rispettare le leggi”, ma al secondo aggiunge “i cittadini a cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”.
Quando si dice “quel tizio non ha commesso un reato, perché mai dovrebbe dimettersi?” bisognerebbe andare a rileggersi quest’ articolo e capire che, anche senza sanzioni, l’ uomo pubblico è tenuto a comportarsi “con disciplina e onore”. In altri paesi quest’ uomo abbandona subito il suo ruolo».

La Repubblica, 4 aprile 2017

 

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