Amici suoi

Amici suoi

Quello di ieri era cominciato come il solito, tranquillo giorno di ordinaria follia. I giornaloni sprizzavano altro sdegno contro il magistrato Michele Emiliano che osa candidarsi alle primarie Pd senza gettare quella brutta toga né vergognarsi degli sms che gli inviava Luca Lotti per raccomandargli Carlo Russo, compare di babbo Renzi (lo scandalo è riceverli, gli sms, non inviarli). Poi, purtroppo, a turbare la quiete prima della tempesta, è giunta la notizia dell’ arresto di Romeo (Alfredo, quello che finanziava Renzi, non Salvatore, quello che non finanziava la Raggi) e delle perquisizioni chez Russo. E tutti quelli che avevano ignorato, nascosto, minimizzato l’indagine svelata il 22 dicembre dal Fatto sulle tangenti alla Consip (e non solo) per truccare il più grande appalto d’ Europa e sulle soffiate che l’ hanno guastata sul più bello, hanno dovuto parlarne con appena due mesi di ritardo. La storia i nostri fortunati lettori la conoscono bene. L’anno scorso, indagando sui lavori all’ ospedale Cardarelli di Napoli, i pm s’ imbattono nei traffici dell’ imprenditore Romeo per agguantare la fetta più grossa di una mega-commessa Consip da 2,7 miliardi. E scoprono che a introdurlo ai vertici della società del Tesoro che fa gli acquisti per la PA è stato un giovane carneade di Scandicci, Russo, presunto imprenditore farmaceutico che fa coppia fissa con un vecchietto di Rignano sull’ Arno dal cognome impegnativo: Tiziano Renzi, babbo del premier Matteo.

I due “facilitatori” del Giglio Magico si aggiungono al consulente fisso di Romeo, Italo Bocchino, ex deputato finiano con entrature politiche a destra e nei servizi segreti (era membro del Copasir). Le tecniche d’ indagine antimafia – microspie ambientali e Trojan nei cellulari – vengono applicate alle mazzette: l’ idea è dei carabinieri del Noe comandati fino a pochi mesi prima dal capitano Ultimo, poi trasferito altrove contro la sua volontà dal comandante Tullio Del Sette. Già a settembre Romeo sa da fonti istituzionali dell’indagine e persino del Trojan nel suo iPhone: parla solo a quattr’occhi e non fa nomi, che scrive su pizzini che poi butta nella spazzatura. Non sa ancora che i militari pedinano pure la sua monnezza e recuperano tutto in discarica. Ma a fine novembre viene informato anche di questo: gli inquirenti han trovato un suo pizzino con nomi e cifre. Il primo nome è quello del dirigente Consip Marco Gasparri, che lui tiene a libro paga (100 mila euro in tre anni, ora confessati da Gasparri e sequestrati dai giudici) perché sa come si scrivono le offerte tecniche alle gare per vincerle (“il prototipatore”).

A Gasparri, Romeo propone di concordare una versione di comodo per sviare i sospetti dei magistrati. Un giorno Gasparri gli domanda: “Ma chi è che ti aiuta?”. Romeo: “Sono arrivato molto in alto”. G: “In alto quanto? Ma chi è, il Papa? Un contatto in Vaticano?”. R: “Meglio”. G: “Ma chi è, Renzi?”. E Romeo zitto. Ma le altre sigle e tariffe sui pizzini sono eloquenti: “30.000 per mese” a “T.” (per i pm, Tiziano Renzi), “5.000 ogni 2 mesi” a “C.R.” (Carlo Russo). Scrive anche di “due incontri tenuti da T.” con “L.” (l’allora sottosegretario Lotti, secondo gli inquirenti) e con “M.” (Luigi Marroni, ad di Consip). Ma, prima degli eventuali versamenti, ecco una seconda fuga di notizie su indagini e cimici negli uffici Consip, che Marroni davanti ai pm attribuirà a quattro amici di Matteo Renzi: il comandante dell’ Arma Del Sette avverte il presidente Consip Ferrara; Lotti, Saltalamacchia (comandante dei Carabinieri in Toscana) e Vannoni (presidente di Publiacqua a Firenze) avvertono lui, Marroni. Questi fa bonificare gli uffici e rimuovere le cimici. Così quei lauti stipendi in nero che – secondo la Procura di Roma – “Tiziano Renzi e Russo si facevano promettere” restano sulla carta. Anche babbo Renzi e Russo sanno dell’ indagine, infatti si muovono con prudenze e accorgimenti da banditi braccati (lo scopre La Verità a novembre: terrorizzato, Tiziano smette di frequentare il bar del paese e si nasconde nel bosco per incontrare gli amici fidati). Il governo Gentiloni, anzi il ministro Orlando, si rimangia l’ impegno sottoscritto con l’ Anm dal governo Renzi, anzi dal ministro Orlando, per prorogare di un anno i capi degli uffici giudiziari prepensionati: così il procuratore di Napoli Colangelo, che coordina l’ indagine prima che passi in parte a Roma, viene spedito anzitempo ai giardinetti.

Ora per la fuga di notizie (favoreggiamento e rivelazione di segreti) sono indagati Lotti, Del Sette, Saltalamacchia e Vannoni. Per le tangenti Consip invece è in carcere Romeo (corruzione) e sono indagati Gasparri (corruzione), babbo Renzi e Russo (traffico di influenze illecite, cioè mediazione di tangenti). La storia non si fa con i se, ma la politica forse sì. Chi mai darebbe retta a un tal Tiziano, se non fosse il padre di Matteo Renzi? E chi si filerebbe un tal Russo, se non fosse pappa e ciccia con i genitori di Matteo? E quanti dei personaggi succitati sarebbero in gattabuia a tener compagnia a Romeo, senza le soffiate di quattro amici di Matteo svelate sotto giuramento dall’ amico Marroni e in parte confermate sotto giuramento dall’ amico Vannoni? E Matteo conferma o smentisce che anche lui sapeva dell’ inchiesta, come ha giurato l’ amico Vannoni ai pm? E, se non smentisce e non querela, ci dice chi gliene parlò? E a quale titolo?
Viene in mente l’ immortale risposta di un altro fiorentino illustre, il Sassaroli di Amici miei, all’ architetto Melandri che gli chiede la mano di sua moglie: “È tutta una catena di affetti che né io né lei possiamo spezzare”. E in cima, anche se tutti lo nascondono, c’è Matteo Renzi. Tirare la catena per credere.

Il Fatto Quotidiano, 02 Marzo 2017

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