Il conflitto tra uomo forte e istituzioni

Il conflitto tra uomo forte e istituzioni

L’attivismo della presidenza Trump non dà tregua ai cittadini che lo criticano, agli opinionisti che lo analizzano e, ora in maniera esplicita, a uno dei poteri dello Stato: i giudici che impugnano le direttive bonapartiste della Casa Bianca contro la libertà di ingresso nel Paese di una specifica categoria di persone, identificate ex ante e senza alcuna evidenza come potenzialmente terroriste. È dal 2001 che gli Stati Uniti non subiscono attentati organizzati da gruppi terroristici stranieri, eppure Trump adotta politiche da stato permanente di emergenza che fanno quasi impallidire quelle del suo predecessore repubblicano George W. Bush.

In seguito al provvedimento noto come “Muslim Ban” che chiude le frontiere alle persone provenienti da sette Paesi musulmani, sono stati sospesi migliaia di visti per gli Stati Uniti, creando caos per le compagnie aeree e le dogane. Pochi giorni fa il giudice federale di Seattle, James Robart, ha bloccato il decreto di Trump, e il Dipartimento di Stato ha annunciato l’annullamento della revoca provvisoria dei visti.

Davvero un punto di svolta il conflitto tra potere centrale e giudici degli Stati, poiché dai tempi di Ronald Reagan i repubblicani parteggiavano per le politiche decentrate degli Stati contro il governo centrale – Trump rovescia questa tradizione.

E dagli Stati parte la lotta contro il suo decisionismo. Il ricorso della Casa Bianca contro la decisione del giudice Robart non ha sortito effetto: la Corte di Appello del Nono Circuito ha deciso di non dar corso alla richiesta di Trump in attesa di ricevere la documentazione per la decisione finale. Per ora quindi il potere giudiziario ha prevalso sul potere del presidente e la previsione è che se ne occuperà infine la Corte Suprema. La reazione di Trump alla resistenza istituzionale ha provocato un terremoto: ha offeso i giudici che lo ostacolano chiamandoli «sedicenti giudici»; ha infranto la regola aurea del rispetto delle istituzioni. Lottare nell’arena politica senza trascinare nella lotta le istituzioni: questo è il patto costituzionale che tiene insieme gli Stati Uniti e che ha fatto scuola nel mondo politico moderno.

La cronaca di questi giorni è un vero e proprio libro di testo nel quale le categorie politiche prendono corpo: Trump sfida la “democrazia madisoniana” nel nome della “democrazia populista”. Molti analisti scrivono senza remore che questo presidente plebiscitario fa riemergere lo “spirito tirannico” per neutralizzare il quale la Costituzione degli Stati Uniti è stata concepita nel 1787. Dall’altra parte, l’argomento populista è che il leader eletto debba mettere in atto le sue promesse che sono la volontà del popolo; questa è la ragione per la quale il potere populista non ama coalizioni né alleanze, che sono un freno, e vince più facilmente nei sistemi presidenziali che in quelli parlamentari; e questa è anche la ragione per la quale la volontà populista è insofferente verso la divisione dei poteri.

Ciò a cui assistiamo è l’inasprirsi del conflitto tra i poteri dello Stato in risposta al conflitto aperto tra due principi che, dal tempo della fondazione degli Stati Uniti, coesistono: la presidential leadership e la institutional leadership.

In questa battaglia si materializza la lotta classica tra il principio costituzionale o anti-tirannico e il principio dell’ Uomo forte al governo. Dunque, da un lato, la “democrazia madisoniana” idealizzata da chi considera illiberale ogni tentativo di semplificare e concentrare il potere, non importa se guadagnato con il consenso elettorale; dall’altro la presidential leadership, idealizzata da chi considera anti-democratico il controllo istituzionale della volontà popolare impersonata dal presidente.

Con la fine dei regimi totalitari, il plebiscitarismo è apparso a molti un relitto del passato. Sull’onda del successo di opinione di Obama, alcuni studiosi come Eric A. Posner e Adrian Vermeule hanno provato a riabilitare la democrazia plebiscitaria sostenendo che «l’occhio del pubblico» riesce a limitare il potere politico meglio (e più democraticamente) del meccanismo istituzionale. Ma Trump costringe gli indulgenti del populismo a moderare la loro astratta certezza che la leadership che si alimenta del plebiscito dell’ audience sia davvero sicura per la libertà e i diritti. L’attrazione per l’ Uomo forte, sulla quale in Europa e in Italia opinionisti e media indugiano con troppa leggerezza, è preoccupante e si può facilmente caricare di significati nazionalisti e illiberali.

Repubblica, 7 Febbraio 2017

1 commento

  • Gentile Signora Urbinati,
    la leggo sempre con grande interesse, ed ora – non a caso – lei tocca il tema del conflitto tra ‘uomo forte’ e istituzioni, tema che è riverberato anche da noi attraverso la domanda
    “chi ha bisogno di un uomo forte?” (vedasi vari talkshow e numerosi articoli di quotidiani).
    Mi si è allora posta urgentemente la domanda: “E se avessimo bisogno invece di uomini
    grandi, anzi di ‘grandi uomini’? Ho tenuto per me questo interrogativo, fino a quando domenica 12 febbraio ho trovato su Il SOle24ore il commento di Armando Torno ad un
    saggio di Alain Deneault, dal titolo “La mediocrazia all’assalto del potere”. Finalmente non mi sono più sentita sola. Qual è il suo pensiero? Grazie
    Giuliana Peroglio

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