La cortina fumogena di Trump

La cortina fumogena di Trump

Donald l’aveva scritto nove giorni fa, il 23 gennaio: “Busy week planned with focus on jobs and national security”. Ed è stata veramente una settimana affaccendatissima: se non per il lavoro, certamente per l’immigrazione, travestita da “sicurezza nazionale”. Il divieto di ingresso ai cittadini di sette paesi islamici, e il blocco temporaneo degli ingressi di tutti i rifugiati dal Medio Oriente, hanno provocato reazioni mai viste negli Stati Uniti: in cinquanta città si sono viste folle assediare gli aereoporti per dare il benvenuto ai musulmani in arrivo, aiutarli per quanto possibile, fornire assistenza legale. E questo è stato solo l’inizio.

Quattro giudici federali hanno bloccato parti del decreto, anche se non è chiaro se l’amministrazione rispetti le loro sentenze. Poi vari senatori, decine di governi stranieri, un gruppo di premi Nobel e una robusta rappresentanza delle aziende high-tech hanno protestato. Google, Apple e Amazon sono state fondate da immigrati o figli di immigrati, come pure eBay, Tesla, e centinaia di altre aziende californiane.

Ma lo spettacolo era solo al primo atto: nel weekend il capo di gabinetto di Trump, Reince Priebus, ha assicurato che il provvedimento non riguardava gli stranieri con un permesso di soggiorno regolare, ma invece sembra che molti di loro siano stati respinti alla frontiera, o addirittura alla partenza. Intanto, uno dei veri proprietari del partito repubblicano, l’arcimiliardario Charles Koch, che finanzia con decine di milioni di dollari non solo i candidati ma anche una rete di associazioni e centri studi ultraconservatori, ha detto che il decreto presidenziale era “un approccio sbagliato”.

E, per la gioia dei giornalisti memori dello scandalo Watergate che portò alle dimissioni di Nixon, Trump ha inoltre licenziato in tronco il procuratore generale ad interim, Sally Yates, che aveva ordinato agli avvocati dell’amministrazione di non difendere davanti ai giudici federali chiamati in causa il decreto presidenziale. Si aspetta che entri in carica il nuovo procuratore generale, Jeff Sessions, che attende il voto favorevole del Senato.

Sui media, la parola più frequente che compare nelle cronache degli ultimi quattro giorni è “caos” ma le valutazioni implicite in questo giudizio sono affrettate. I giornalisti palesemente non si sono accorti che Trump governa con l’occhio alla sua base di 63 milioni di elettori, non guardando alla burocrazia, al Congresso, ai governi stranieri e i suoi sostenitori lo hanno votato esattamente per questo: seminare la confusione, la paura, il panico, nell’odiata capitale. L’America dimenticata che lo ha votato vuole la sua rivincita sull’establishment.

Trump ha messo insieme un governo fatto di lobbisti e di militari, ma con il decreto ha creato una cortina fumogena impenetrabile attorno al problema dei rifugiati, mantenendo la promessa elettorale di vietare l’ingresso negli Stati Uniti a tutti i musulmani. Lunedì ha twittato: “This was a big part of my campaign”.

Un divieto su basi puramente religiose non avrebbe retto il vaglio di costituzionalità e quindi è stato più o meno mascherato da provedimento che riguarda i paesi dove c’è una presenza del terrorismo islamico. Naturalmente anche questo è una menzogna: l’importante era creare lo scandalo, il polverone, dividere gli Stati Uniti fra autentici patrioti e “amici dei terroristi”, una categoria che ovviamente comprende i giornali di opposizione, le organizzazioni per i diritti civili e, a questo punto, l’intera California.

Il decreto era vago e questo faceva parte del gioco: Trump vuole creare il massimo di confusione in scena per nascondere a dei mass media piuttosto lenti e ingenui ciò che avviene dietro le quinte. Nel retroscena, infatti, i problemi si accumulano: solo la lista dei conflitti di interesse del presidente, e dei suoi legami finanziari con paesi stranieri, basterebbe per metterlo in stato d’accusa.

Se questa tecnica di creare conflitti a ripetizione per nascendere i temi imbarazzanti vi suona familiare è perché Silvio Berlusconi l’aveva usata per anni, con dichiarazioni stravaganti (“Mussolini non ha ucciso nessuno”) il cui unico scopo era dominare i telegiornali della sera. Trump ha senza dubbio superato il maestro, come si conviene a chi sta nel cuore dell’impero e non nella sua periferia.

La sua tattica avrà quindi successo, almeno per qualche tempo: la vera domanda, in queste ore, è per quanto tempo durerà il suo matrimonio di interesse con il partito repubblicano. Per il momento, la maggioranza di deputati e senatori sembra disposta a inghiottire qualsiasi rospo pur di consolidare il proprio potere e attuare il programma di riduzione delle tasse e cancellazione del welfare. Trump, oggi, sembra preso dalla vertigine del condottiero che grida: “Molti nemici, molto onore”, ma tra qualche mese potrebbe scoprire che le sue armate si sono sciolte come la neve sulle cupole del Cremlino in primavera.

(*) L’autore è docente di Scienza Politica all’Università di Padova e socio di LeG.

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