Davigo, Il governo vuole scegliersi i giudici: noi non cederemo

Davigo, Il governo vuole scegliersi i giudici: noi non cederemo

“Non voglio essere ricordato come il presidente dell’Associazione nazionale magistrati che ha abdicato sulla difesa dell’indipendenza della magistratura. Signor ministro, spero che lei non voglia essere ricordato come quello che l’ha violata!”. Le parole di Piercamillo Davigo -ieri a Milano all’inaugurazione dell’anno giudiziario- sono l’ultimo capitolo di un confronto, che è ormai scontro, tra le toghe e il governo.


Dottor Davigo, il ministro Orlando le ha risposto: si chiede perché l’Anm non ha protestato quando si decise di portare l’età pensionabile da 70 a 75 anni.

Fanno finta di non capire. Noi non abbiamo obiettato sul provvedimento, ma sul fatto che in un secondo momento è stata introdotta una proroga per i magistrati degli uffici direttivi e poi per altri 18 magistrati. Questo non è accettabile, perché dà la possibilità al governo di decidere chi fa il giudice, chi rimane in servizio e chi no. Può darsi anche che i prorogati siano i migliori, ma se passa il principio domani potrebbero essere i peggiori.


Vi accusano di corporativismo.

Se in un Paese non sono liberi i magistrati non è libero nessuno, la nostra indipendenza serve a garantire la libertà dei cittadini.


In passato il giochino del pensionamento – anticipato o posticipato – è stato utilizzato più volte dai governi perché incideva su processi politicamente rilevanti.

Può anche essere che quelle norme fossero strumentali, ma non era mai accaduto che ci fossero eccezioni, la norma valeva per tutti.


La tensione tra toghe e governo ci riporta agli anni di Berlusconi, in cui lo scontro era quotidiano e molto esplicito. Ora i toni sono diversi. Anche la sostanza?

Oggi protestiamo contro un provvedimento che riteniamo contrario alla Costituzione, al diritto comunitario e al diritto del Consiglio d’Europa. Le ragioni sono irrilevanti. Non ci sono governi amici o nemici. Non possiamo tollerare che vengano violati i principi costituzionali.


Criticare i magistrati è uno sport in voga tra i politici. Poi però lasciano che siate voi a dire l’ultima parola con una condanna o un’assoluzione su questo o quel caso. E perfino in tema di legge elettorale. La supplenza di funzioni ormai non solo è accettata, ma perfino invocata.

Le questioni sono distinte: la Consulta è un organo di garanzia sovraordinato ai poteri dello Stato; la magistratura è uno dei tre poteri. Quanto alla legge elettorale, la cosa grave è che per la seconda volta il Parlamento non si sia posto il problema della sua costituzionalità. O non conoscono la Carta o non se curano: non so quale delle due ipotesi sia più augurabile. Sulla politica che aspetta le sentenze, l’eterno dibattito garantismo-giustizialismo, ripeto ciò dico da decenni: si tratta di dimensioni del tutto autonome. La magistratura accerta che un fatto costituisca o meno un reato; la politica deve fare valutazioni proprie.


I 5Stelle si sono dotati di un codice di autoregolamentazione: l’avviso di garanzia non è di per sé motivo di dimissioni. D’accordo?

Infatti non significa di per sé niente: il più delle volte l’avviso di garanzia, come l’iscrizione nel registro degli indagati, è un atto dovuto. La politica deve fare valutazioni altre: spesso basta il modo in cui gli indagati si difendono per capire che uno deve lasciare le sue funzioni pubbliche.


Il primo presidente della Cassazione Canzio ha detto: “Merita di essere presa in seria considerazione la proposta di aprire significative finestre di controllo giurisdizionale nelle indagini”.

Ma che vuol dire “aprire finestre sulle indagini”? Quasi tutti gli atti del pm che abbiano rilevanza in termini di diritti sono sottoposti al vaglio del giudice.


Canzio ha anche detto che le indagini sono “già di per sé troppo lunghe” e ha criticato le “distorsioni del processo mediatico” favorite anche dalla “spiccata autoreferenzialità” di taluni pm.

In realtà un termine per le indagini esiste solo in Italia. La durata delle indagini rileva se ci sono atti invasivi. Intendo: che fastidio può avere un indagato se il pubblico ministero sente dei testimoni? Il processo non dovrebbe mai essere mediatico. Ma la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha detto che i giornalisti in un sistema democratico svolgono una funzione essenziale e non è possibile censurare la libera informazione. Si potrebbe pensare di proibire ai giornali e alle televisioni di parlare dei processi in corso, come accade in Inghilterra, se i processi avessero tempi brevissimi.


E sull’autoreferenzialità?

Non so cosa vuol dire: il giudice è sottoposto solo alla legge. Se s’intende protagonismo allora rispondo che quando un magistrato abusa del suo potere per farsi pubblicità, esistono le sanzioni sia penali, che disciplinari. Protagonismo può anche voler dire che a un magistrato capiti la disgrazia d’imbattersi in un indagato che fa notizia: ma quando, sulle gazzette locali, vediamo la foto del pescatore col luccio di 11 chili, è il pescatore che cerca notorietà o il luccio che è grosso?


Lei sembra molto preoccupato: l’indipendenza della magistratura è a rischio?

Sì, se passa questo principio per cui gli esecutivi scelgono i giudici siamo davanti a un vulnus costituzionale inaudito. La protesta è stata deliberata all’unanimità dal Consiglio direttivo dell’Anm: l’indipendenza della magistratura non è negoziabile e non è disponibile. È una cosa –sia chiaro a chi governa- che l’Anm non accetterà mai.

Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2017

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