L’Italia ha ancora qualcosa da dire, diceva Calamandrei. Noi pure

L’Italia ha ancora qualcosa da dire, diceva Calamandrei. Noi pure

Cari amici,

durante questa lunghissima, faticosa – ma bellissima – campagna referendaria, ho citato spesso il titolo del discorso con cui Piero Calamandrei riaprì l’università di Firenze nel settembre del 1944: «L’Italia ha ancora qualcosa da dire».

Ebbene, il 4 dicembre l’Italia l’ha detto: il popolo sovrano ha preso la parola e, dicendo No, ha rinnovato a gran voce il suo sì alla nostra amata Costituzione.

Il risultato straordinario del voto si spiega sia con l’attaccamento per le nostre libertà democratiche, sia con la sofferenza per il nostro inesorabile allontanamento da un grado seppur minimo di giustizia sociale.

A dire no alla riduzione della democrazia sono stati soprattutto coloro che patiscono sulla propria pelle l’aumento inesorabile della diseguaglianza.

E, allora, quel No del 4 dicembre è anche un potentissimo Sì all’attuazione – finalmente – dei principi fondamentali della Costituzione. È quello che Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Nadia Urbinati, Paul Ginsborg, Lorenza Carlassare, Francesco Pallante, tutti i membri degli organi direttivi, e soprattutto tutte le socie e i soci di Libertà e Giustizia hanno instancabilmente detto per mesi e mesi: permettetemi di ringraziarli tutti.

Libertà e Giustizia, che qua rappresento come suo vicepresidente, pensa che sarebbe un errore sciogliere ora i Comitati del No.

La ragione è semplice: abbiamo costruito un luogo di dibattito politico che prima non esisteva.

Ha scritto Nadia Urbinati che «nella vittoria del No è stata espressa un’esigenza: quella di avere luoghi e forme di partecipazione. La cittadinanza referendaria ha messo in luce, quindi, anche il vuoto della politica partitica, l’agonia dei partiti-organizzazione del consenso e della partecipazione. È questo l’aspetto forse più dirompente: la debolezza dei partiti e insieme il bisogno di forme di aggregazione, con l’esito che, dopo la vittoria del 4 dicembre resta un senso di vuoto in molti di coloro che hanno dato tutto il tempo libero e la passione nei lunghi mesi di campagna referendaria».

Noi, il popolo della Costituzione, non abbiamo voglia di tornare a casa e metterci davanti alla televisione: vogliamo ancora impegnarci, in prima persona, in un contatto diretto e vitale con la comunità.

In un’azione popolare per l’attuazione della Costituzione.

La grave crisi dei partiti ha decimato i luoghi in cui ciò può avvenire: e la battaglia referendaria ne ha invece aperti molti.

È giusto e saggio che questa possibilità continui ad esistere: anche perché è evidente che la scrittura della legge elettorale fa parte integrante della battaglia del No, e sarà necessario vegliare perché l’eredità morale del 4 dicembre non venga tradita.

D’altra parte, Libertà e Giustizia mette in guardia dalla tentazione di trasformare questi nostri Comitati in partiti, in movimenti o anche solo in liste elettorali.

Naturalmente niente vieta (anzi, personalmente lo spero) che moltissimi cittadini che si sono impegnati nella campagna decidano di candidarsi alle prossime elezioni politiche, sia nei partiti e movimenti esistenti, sia immaginandone di nuovi.

Ciò che invece non può avvenire è trasformare direttamente i Comitati per il No alla riforma Renzi-Boschi in soggetti elettorali: questo non solo sarebbe comunque assai difficile (per la varietà estrema dei nostri orientamenti politici), ma getterebbe retrospettivamente una luce infelice su una battaglia che invece è stata limpidissima, e senza secondi fini.

Era l’idea di Renzi, quella di combattere contro un partito o un’alleanza politica, ed era un’idea sbagliata.

I 19 milioni di cittadini che hanno difeso la Costituzione e hanno chiesto di non cambiarla si dividerebbero subito tra tanti modi diversi, e anche opposti, per attuarla. La Costituzione (come la nazione) è di tutti, guai a farla diventare di una parte (anche questo un errore di Giorgio Napolitano, e Renzi). Questo sarebbe un tradimento dello spirito del 4 dicembre.

Io personalmente, e Libertà e Giustizia, approviamo dunque l’ordine del giorno di questa assemblea.

Solo, sul piano formale, consigliamo di non parlare di ‘movimento’, e nemmeno di associazione: crediamo che parole come ‘rete’, ‘coordinamento’, ‘forum’ potrebbe dar meglio l’idea di un soggetto plurale e aperto. Di un luogo. Un luogo dove lavorare intensamente e insieme, nel rispetto delle identità di ciascuno: singoli e associazioni.

Quanto alle tante proposte di cambiamento della Costituzione, ci permettiamo di dire che imboccando questa strada rischiamo di contraddire, disperdere, mortificare l’eredità politica del 4 dicembre.

Non perché, ovviamente, non sia possibile immaginare singoli, puntuali modifiche della Carta.

Ma perché – lo abbiamo ripetuto per mesi – ora è il momento di attuarla, non di cambiarla, la Costituzione!

Libertà e Giustizia propone di concentrarci invece sulla legge elettorale. Vogliamo una legge che dia corpo reale alla rappresentanza e rispetti l’eguaglianza di tutti i voti: sostanzialmente una legge dagli effetti più il più possibile proporzionali, che superi la logica dei premi di maggioranza, prevedendo – semmai – una ragionevole soglia di sbarramento.

In ogni caso, si tratta di vegliare perché non venga tradito lo spirito della Costituzione.

In un secondo momento, quello della campagna elettorale per le politiche, Libertà e Giustizia propone che questo nostro coordinamento chieda con la massima determinazione e con la massima visibilità mediatica alle varie forze in campo di impegnarsi a cambiare l’articolo 138 in un senso che metta al riparo la Costituzione da nuovi tentativi di modifica a maggioranza, o di estesi stravolgimenti.

Una buona base di partenza è la proposta di legge 2115 del 1995, ispirata da Leopoldo Elia, e firmata allora, da Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella (oltre che, mi piace dirlo, dalla nostra Sandra Bonsanti).

Insomma: dovremmo chiedere che il prossimo Parlamento impedisca che il Paese venga trascinato ancora una volta in un dramma costituzionale come quelli del 2006 e del 2016. Impariamo, una buona volta, dagli errori!

Accanto a questo impegno, ne potremo chiedere altri, legati all’attuazione della Costituzione.

A partire, naturalmente, dai referendum sul lavoro promossi dalla CGIL: chiediamo con forza che non vengano sottratti al voto popolare. E Libertà e Giustizia sarà in prima linea nella campagna del Sì.

Lo ripeto: non si tratta di fare della Carta un programma politico (perché è proprio sulle diverse vie per attuarla che deve svolgersi il

libero gioco politico), ma vorremmo poter segnalare ai nostri concittadini i nomi e i simboli di chi ha invece in mente di stravolgerla, o di negarne anche una sia pur minima attuazione.

Pensiamo, per esempio, a tradurre in pratica il fondamento sul lavoro della nostra Repubblica: il lavoro, che solo può ridare dignità a milioni di italiani, e di nuovi italiani giunti sulle nostre coste. Pensiamo alla necessità di far sì che il sistema tributario torni a informarsi a «criteri di progressività» (art. 53), o alla questione del rapporto tra la nostra Costituzione e i Trattati europei, che non di rado da essa divergono anche molto significativamente.

Ma ancor più che i temi, le istanze, le strategie crediamo che l’eredità del 4 dicembre più carica di futuro siamo noi stessi: noi qua oggi a Roma, ma soprattutto noi che siamo giorno attivi sul nostro territorio. E lasciatemi dire che sarebbe un grave errore introdurre tra noi un nuovo centralismo romano: la nostra forza è il coordinamento dei nostri mille comitati territoriali.

È questo che davvero manca alla politica italiana: un nuovo popolo, un nuovo ceto politico, una nuova classe dirigente.

E questo è ancora più importante che fondare una nuova forza politica. E certo è più importante che trovare nuovi leaders.

È il sangue che serve a resuscitare un corpo morto.

È quel ricambio radicale e capillare che può spazzar vie le stanchezze, le usure, i ripiegamenti di una scena politica la cui anagrafe conosciamo a memoria.

È questa la vera novità.

È certo importante decidere come organizzarci: ma la vera rivoluzione è questo nostro impegno.

L’impegno di tante persone che, prima di questa campagna referendaria, non facevano politica, e che ora non vogliono smettere di farla.

Io spero che sia da qui che possano emergere idee, forze, persone capaci di cambiare questo nostro Paese.

La sovranità appartiene al popolo. Era da tanto tempo che non era così vero.

Viva la Costituzione, viva la Repubblica!

(*) Testo dell’intervento in occasione dell’Assemblea Nazionale del Comitato per il No nel Referendum Costituzionale e del Comitato contro Italicum, Roma 21 gennaio 2017.

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