Democrazia rappresentativa e partecipata, società politica e civile

Democrazia rappresentativa e partecipata, società politica e civile

La prima osservazione da fare riguarda la portata storica della vittoria del ‘NO’ nel referendum. Nessuno l’aspettava, le risorse disponibili alle due parti erano talmente disuguali da vanificare qualsiasi idea di una tranquilla competizione ‘democratica’, e nondimeno il ‘NO’ ha ottenuto una vittoria schiacciante. Nella storia della Repubblica bisogna tornare ai tempi del referendum sul divorzio del 1974 per trovare un risultato così eclatante.

Adesso la nostra associazione, insieme a tante altre, è chiamata a non disperdere la carica di entusiasmo che la campagna referendaria ha sprigionata. In questa delicata congiuntura le possibilità sono molte ma molte sono anche le difficoltà e insidie. Una delle insidie è la tentazione di costituirci in organizzazione politica o ‘partitino’. Sarebbe un grave errore. Libertà e Giustizia si distingue per la sua storia come associazione della società civile, per la qualità dei suoi interventi, per il pluralismo e autonomia dei suoi circoli. Collabora con altre associazioni, con i partiti o movimenti politici, ma non ne fa parte.

Il tempo costituisce una seconda insidia. L’esperienza insegna che con il passare del tempo l’entusiasmo iniziale cede il passo a una partecipazione prima intermittente, poi litigiosa e alla fine inesistenti. Questo è un fatto fisiologico dei movimenti sociali e costituisce uno dei processi più desolanti per le loro attiviste e i loro attivisti.

Si può limitarne i danni, almeno in parte, rendendo più attraente la nostra offerta. Bisogna mantenere la tassa d’iscrizione per i giovani a livelli puramente simbolici e soprattutto di riflettere nei circoli sulla natura dell’accoglienza ai nuovi interessati. Ciò significa sviluppare la capacità di ascoltare, non solo parlare, e di non presentarsi come un gruppo chiuso, fossilizzato nelle sue pratiche. Il nostro amore per la politica dovrebbe passare attraverso l’autogoverno e l’individuazione di certe passioni positive e ricorrenti, come la mitezza, la speranza e l’indignazione. Allo stesso tempo bisogna riconoscere esplicitamente la forza delle passioni negative quali l’invidia e il narcisismo, la prevalenza dei quali ha costituito troppe volte il bacio della morte delle associazioni della società civile. Vale la pena ricordare che ogni educazione politica è anche un’educazione sentimentale.

Due proposte di azione immediate, altamente condivisibili, sono emerse in questi giorni. La prima sottolinea la necessità di passare dalla difesa della Costituzione alla sua attuazione. Nelle parole di Zagrebelsky bisogna applicare la Costituzione ‘nelle molte parti che sono state trascurate e che toccano le condizioni della vita di tanta parte dei nostri concittadini che chiedono giustizia e solidarietà’. In particolare viene a chiedere: sarebbe possibile connettere una lotta per l’attuazione degli articoli sul lavoro nella Costituzione con la prospettiva dei referendum proposti dalla CGIL, in modo che il testo della Costituzione possa servire di nuovo come forza mobilitante?

La seconda proposta che bene combacia con la prima riguarda la ripresa con forza da parte di Libertà e Giustizia della tradizione di educazione civica che le corrisponde – non solo riguardante la Costituzione ma anche le grandi questioni politiche e culturali del momento. Molte persone di valore sono state ‘re-attivate’ in queste settimane, altre sono arrivate per la prima volta. Possiamo pensare di aprire una nuova stagione di ‘scuole di LeG’?

Un’ultima osservazione, più teorica e personale. In tutti questi anni vissuti in Italia ho osservato un assoluto rifiuto da parte della società politica ad aprirsi in modo convincente alla società civile. Ricordo tutt’ora l’autunno dei girotondi del 2002 e il rifiuto totale (e anche l’incapacità) dei DS di coinvolgere decine di migliaia di cittadini, più che volenterosi, in un progetto politico. Nello stesso arco di tempo c’è stato un silenzio pressoché totale da parte dei ceti politici sul ruolo che la democrazia partecipata dovrebbe giocare, insieme a quella rappresentativa, in una democrazia moderna. Renzi e i suoi compagni (ma non solo loro) fanno tanti discorsi sulla partecipazione dal basso (al Leopoldo, nelle assemblee cittadine, ecc.), ma la verità dei rapporti parla chiaramente di una partecipazione fasulla dove sono ancora una volta i politici, e soprattutto il loro capo, a decidere. Neanche il modello di organizzazione vigente nel Movimento Cinque Stelle risulta più convincente, basato com’è su un capo carismatico con poteri enormi, una versione della democrazia on line altamente mistificante e una fioritura preoccupante di fazioni.

Società politica, società civile; democrazia rappresentativa, democrazia partecipata. Un quadrilatero teorico formidabile, da esaminare lato per lato, angolo per angolo. Come s’intrecciano questi elementi e come dovrebbero intrecciarsi nel futuro? Piccole domande, mirate a tenere le amiche e gli amici di LeG sveglie la notte.

18 Dicembre 2016

(*) Il professor Ginsborg fa parte del Consiglio di Presidenza di LeG

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