LA POLITICA E L’ETICA PERDUTA

LA POLITICA E L’ETICA PERDUTA

Mai nella storia della Repubblica vi era stata pari attenzione dei cittadini per la Costituzione, per la sua funzione, per il modo in cui incide sul confronto politico e le dinamiche sociali. I cittadini ne erano stati lontani, non l’ avevano sentita come cosa propria. Nell’ ultimo periodo, invece, si sono moltiplicate le occasioni in cui proprio il riferimento forte alla Costituzione è stato utilizzato per determinare la prevalenza tra gli interessi in conflitto.

Dobbiamo ricordare che nell’ articolo 54 della Costituzione sono scritte le parole “disciplina e onore”, vincolando ad esse il comportamento dei «cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche». I costituenti erano consapevoli del fatto che il ricorso al diritto non consente di economizzare l’ etica. Non si affidarono soltanto al rigore delle regole formali, ma alla costruzione di un ambiente civile all’ interno del quale potessero essere esercitate le “virtù repubblicane”. Colti e lungimiranti, guardavano alla storia e al futuro. Non avevano solo memoria del fascismo. Rivolgevano lo sguardo ad un passato più lontano, anch’ esso inquietante: agli anni del “mostruoso connubio” tra politica e amministrazione denunciato da Silvio Spaventa.
Così la questione “morale” si presenta come vera e ineludibile questione “politica”. Lo aveva messo in evidenza in passato Enrico Berlinguer. L’ intransigenza morale può non piacere, ma la sua ripulsa non può divenire la via che conduce a girare la testa di fronte a fatti di corruzione anche gravi. Altrimenti la caduta dell’ etica pubblica diviene un potente incentivo al diffondersi dell’ illegalità e a una sua legittimazione sociale.
In questi anni il degrado politico e civile è aumentato. È cresciuto il livello della corruzione, in troppi casi la reazione ai comportamenti devianti non è stata adeguata alla loro gravità.
Tra i diversi soggetti che istituzionalmente dovrebbero esercitare forme di controllo, questa attività si è venuta concentrando quasi solo nella magistratura. Ma la scelta del ceto politico di legare ad una sentenza definitiva qualsiasi forma di sanzione può produrre due conseguenze negative. Non solo la sanzione si allontana nel tempo, ma rischia di non arrivare mai, perché non tutti comportamenti censurabili politicamente o moralmente costituiscono reato.
Non ci si è accorti dell’ ampliamento del ruolo che da ciò derivava per la magistratura, eletta a unico e definitivo “tribunale della politica”. E questo non è un segno di buona salute, perché i sistemi politici riescono a mantenere equilibri democratici solo quando vi è il concorso di tutti i soggetti istituzionali ai quali questi equilibri sono affidati.
È stata dunque la politica stessa ad affidarsi ai giudici come “decisori finali”, azzerando in questo modo per se stessa i vincoli di moralità e di responsabilità propriamente politica. Ma questa constatazione porta ad un interrogativo: come restituire alla politica l’etica perduta?
La Repubblica, 17 dicembre 2016

 

5 commenti

  • “Ma questa constatazione porta ad un interrogativo: come restituire alla politica l’etica perduta?” Così chiude il prof Rodotà.

    Dando per scontato che la mediocrità non può che riprodurre se stessa, solo un po’ peggio per non farsi danno da se’, diventa idispensabile una netta cesura, una mossa del cavallo, uno scarto democratico, per interromperne la trasmissione da un Parlamento al successivo, da ua leva politica ai delfini designati.

    E se il suffragio universale, irrinunciabile conquista di democrazia, ci ha portato a questo percorso di degrado e declino che pare non aver fine, diventa necessario, per arrestarlo ed invertirlo, un ricorso alla Costituzione dove Essa offe alla Cittadinanza la possibilità di intervenire DIRETTAMENTE qualora i delegati al Parlamento, si fossero rivelati incapaci, indegni o complici.

    Ancora una volta devo ripetere su questi spazi accoglienti, ma sordi e ciechi, che lo strumento di efficacia assoluta sono gli artt. 71 e 50, che consentono la Democrazia Diretta Propositiva, che diventa “Impositiva” se esercitata in congiunzione sinergica da una Sovranità Popolare REALIZZATA , non solo enunciata.

    Il COMITATO del NO, nato come C. per la DEMOCRAZIA COSRIRUZIONALE, parrebbe l’entità perfetta per attivare questo processo che potrebbe rispondere alla domanda conclusiva del prof. Rodotà, portando in Parlamento, da subito attraverso i progetti di legge e di riforme, il rigore morale e culturale, le competenze e l’orientamento al Bene Comune dei suoi promotori. E alle prossime elezioni politiche direttamente le Persone con una Lista Civica Nazionale che porti perfettamente le insegne del COMITATO per la DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE, per continuare da quel luogo-istituzione l’opera avviata dal territorio e CONSENTIRE ALLA POLITICA DI RIGENERARSI DALLE PROPRIE CENERI TOSSICHE E CORROTTE con un po’ di sana astinenza dall’esercizio del potere.

    Vogliamo approfondire un’idea COSTITUZIONALE e funzionale…? Il 21 gennaio il COMITATO sarà in assenblea a Roma: facciano che si parli del CAMBIAMENTO REALMENTE POSSIBILE!

  • Come restituire alla politica l’etica perduta?, si chiede Rodotà.

    Ma la Politica (con la p maiuscola) è il prodotto dell’agire degli uomini e quindi, perché la si possa scrivere con la p maiuscola occorrono Uomini di Stato, cioè uomini dotati di senso dello Stato.

    Quindi non degli uomini politici (tutto rigorosamente minuscolo) che da troppo tempo occupano – spesso illegittimamente – le Istituzioni.

  • Italia repubblica fondata sul lavoro, che significa? Quando si parla senza prima dare definizioni inoppugnabili ai termini usati, si può facilmente utilizzare l’ambiguità per fare i propri comodi e se chi ascolta non interviene perentoriamente a correggere prende sempre più piede il malinteso che smantella il concetto che era sano in partenza.
    La trappola ha avuto grande efficacia proprio per costruire le manchevolezze della nostra cultura.
    Il concetto sano di partenza non viene tradito se lavoro significa esecuzione di un compito rivolto ad ottenere un oggetto fisico o relazionale che non contraddica le qualità positive dell’esistenza, né nel risultato né durante il processo di esecuzione.
    Quando l’operare, che sia del singolo individuo o di un gruppo di individui tradisce questa definizione, usurpa il termine lavoro e lo fa decadere, travisando il concetto iniziale, di modo che possa essere utilizzato per fare, tanto il meglio del meglio, quanto il peggio del peggio.
    È proprio questo utilizzo così variegato che fa crescere una cultura che premia il malcostume, la concorrenza sleale, il consumo spropositato delle risorse. Tutto viene accettato proprio perché il male convive col bene e diventa difficile distinguere l’uno dall’altro.

    Il lavoro nobilita l’uomo e lo rende simile alle bestie (e povere le bestie).
    Se ti chiamano ciuchino
    Non offenderti Carlino!!
    No! Perché?!
    Io lavoro più di te
    Tutto il giorno, mi affatico e mi arrabatto,
    Poi a sera è proprio grassa
    Se mi danno paglia e fieno
    Per posar la mia grancassa.
    Forse dobbiamo stare molto più attenti a come ci esprimiamo parlando perché il linguaggio porta in superficie quanto si è compenetrato nel modo d’essere delle relazioni fra le persone. Secondo me sarebbe opportuno escludere la modalità diventata abitudine oramai accettata universalmente di abbinare la parola mercato alla parola lavoro. Il mercato si era proposto di creare una corrispondenza fra gli oggetti e il loro prezzo di modo che i cittadini possedendo denaro si potessero rivolgere al mercato per procurarsi il necessario o per soddisfare i propri desideri. Dicendo mercato del lavoro lo stesso viene degradato allo stato di merce vendibile e lo stesso degrado subisce il lavoratore, uomo o donna lo esegue. Le leggi sul lavoro esprimano le modalità mediante cui ai cittadini vengono assegnati i compiti in tutto il complesso delle attività che si rendono necessarie nella società. La società umana non sia un mercato ma l’insieme delle relazioni umane organizzate per vivere bene.
    È difficile ma questo sia almeno chiaramente il proposito. Oggi succede invece che il proposito è sempre l’aumento del PIL.
    Il Pil ha acquisito la capacità persuasiva delle ripetizioni ossessive utilizzate da chi vuole trascinare le masse di uomini ad una fede. Così facilmente sentiamo che è un bene che esista negli Stati un po’ di disoccupazione evitando di chiamarla povertà, che fa diminuire le assurde pretese di chi vorrebbe vivere…

  • Così facilmente sentiamo dire che è un bene che esista negli Stati un po’ di disoccupazione evitando di chiamarla povertà, che fa diminuire le assurde pretese di chi vorrebbe vivere bene facendo il proprio lavoro.
    Le ambiguità non contrastate con altrettanta capacità di convincimento ci hanno portato a convivere guardando abulicamente lo spettacolo dei poveri bambini affamati per farci continuamente la domanda “Di che ti lamenti? Vedi come sta male chi soffre veramente?” e darci la risposta velata di egoismo “Poveretti loro che gli è capitato di soffrire.” Chi governa questo stato di cose è ben contento che il confronto con i più disperati ci impedisca qualsiasi reazione umana.
    Subito dopo la seconda guerra mondiale, vivevamo una moltitudine di persone, che sembravano aver aperto gli occhi e resero possibile, scrivere la carta dei diritti dell’uomo che ebbe un valore di grande esortazione per l’umanità intera a che cambiasse il proprio modo di essere comunità vivente.
    L’evoluzione non si è compiuta, chi aveva vissuto la terribile epoca precedente credette piuttosto, che se aveva sofferto, avrebbe ora meritato di star bene, anche a discapito degli altri.
    Quasi tutti pensarono che quella carta fosse stata scritta solo per se non per gli altri. Invece di riorganizzare la società in altro modo, basandola sulla solidarietà, il diritto ebbe valore solo per chi fosse capace di guadagnarselo.

    Diffondere la conoscenza dell’indice di sperequazione (indice Gini). Farlo diventare, magari migliorandone le potenzialità di stimolo al vero progresso l’antagonista del PIL che si rivela inefficace a costruire una società dove si viva bene.
    Le analisi dei commentatori politici tralasciano quella che è la rivoluzione culturale preponderante che procede in modo inesorabile a modificare il criterio associante della comunità umana. Si continua a studiare la storia attraverso fatti episodici, come l’entrata in scena di grandi personaggi e le modalità di comunità di riunirsi in coalizioni per difendersi, nei casi più accettabili, o per assoggettare altre comunità ai propri usi con la violenza e non si capisce che queste cose sono soltanto sintomi di cause reali che hanno operato in passato e continuano ad operare oggi. Secondo me hanno molta ragione gli studiosi dell’evoluzione dell’uomo che fanno dipendere la sua storia da quanto lo stesso è riuscito a modificare relativamente alle modalità attraverso cui riesce a procurarsi il necessario per vivere. Credo che procedere, come continuano a fare i governanti che contano e il codazzo dei commentatori non tenga presente l’evoluzione dovuta alle nuove modalità di produzione. Anche nel passato l’umanità ha attraversato problematiche simili e sempre è accaduto attrito violento fra chi ne reggeva le sorti e la comunità degli altri. L’introduzione di agricoltura, l’uso degli animali come forza disponibile, e via, via, le macchine con l’uso di energia chimica, ecc. non passarono senza dolore. Oggi la produzione…

  • Oggi la produzione avviene sempre più senza forza lavoro umana, ma con varie forme di energia. Ma quando per i millenni passati l’uomo era necessario per eseguire ogni attività di produzione, si dette, perché era utile a tale scopo, al lavoro oltre al significato di esecuzione di un compito anche quello di fornire lo strumento per la distribuzione dei beni inventando il danaro e facendo corrispondere la paga all’esecuzione del compito. Lo stratagemma fu utile a generare il “progresso della società”. Ma quale è stato il vero significato di questo progresso, se non quello di diventare vincente il più competitivo, cioè il più capace di assoggettare gli altri al proprio potere per avere più uomini a disposizione per fargli eseguire quanto desiderava? Chi regge oggi le sorti del mondo crede che accadrà come le altre volte, subiremo una crisi con attriti violenti e dopo si troverà un nuovo equilibrio. Intanto anche le altre volte l’equilibrio fu raggiunto modificando le modalità di convivenza. A me sembra che non essendo più la forza lavoro umana preminente ad assolvere il compito della produzione, mentre la società presiede ancora alla vita della comunità umana e non a quella degli automatismi la questione più importante da risolvere sia proprio di togliere al lavoro il significato di distributore dei beni. Se riusciremo a far esprimere la propria opinione a qualche robot potremmo licenziare anche tutti gli opinionisti che oggi guadagnano profumatamente e vedremo salire vertiginosamente il nostro PIL.

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