Lo Stretto, oltre il ponte

Lo Stretto, oltre il ponte

L’antica relazione geografica Messina-Reggio…e la servitù di passaggio

Il ponte sullo stretto, nelle recenti affermazioni governative, ha cambiato repentinamente storia e significati ultra centenari.

Non sarà più la storica cerniera di una regione metropolitana, che assomma le conurbazioni di Messina e Reggio, quella descritta nel mio <Il dominio territoriale delle funzioni, Giuffré, ‘88> -con alle spalle il Valdemone e la Calabria ulteriore-. Quella che acquisiva compiutamente un senso lungamente maturato e un definitivo snodo scientifico nelle definizioni di Lucio Gambi sui Quaderni di Geografia umana per la Sicilia e la Calabria, durante la sua lunga permanenza all’Università di Messina, negli anni 50.

La visione di Gambi anticipa gli studi e le pianificazioni di Giuseppe Samonà e di Ludovico Quaroni, quindi il Progetto ‘80 di Ruffolo, che è l’unico piano nazionale, tra i tanti, ricco di significative proiezioni territoriali. Il progetto ‘80 considererà la regione metropolitana dello stretto come la più meridionale tra le conurbazioni del paese: ne farà un suo elemento pilota, tra i pochissimi individuati nel Mezzogiorno. Riprende in sostanza Gambi, e gli studi che ne seguirono. Gambi concludeva un suo saggio del ’60 scrivendo: Una unità, quella tra Messina e Reggio, che si “è ricomposta in modo più forte di prima e molto rapidamente”…”la validità di questa conurbazione è evidente e sicura, ma le sue basi non risiedono in un particolare slancio industriale della regione –come è stato da cinquantanni in qua nelle altre conurbazioni italiane- e invece consistono nella funzione di giunzione tra la penisola italica e la Sicilia che la regione dello Stretto esercita…”. Trova cioè modo di esplicitare compiutamente il senso della sua introduzione alla ponderosa Storia di Italia di Einaudi. In quell’incipit analizzerà compiutamente <I valori storici dei quadri ambientali>, riscriverà cioè la geografia del paese nella sua derivazione storica: ecco, la geografia come spazio dell’accadere.

Anche di questo parleremo nei prossimi mesi all’Accademia dei Lincei, ricordando, celebrando, nella sede più significativa della cultura del paese, e quindi attualizzando, anche con colleghi stranieri, i lasciti di vita e pensiero del maestro Gambi, come avevamo già fatto a Roma, Firenze, Ravenna, Ferrara e Bologna. Vorrei aggiungere che furono Architettura di Reggio Calabria e Scienze Politiche di Messina a portare avanti le sue intuizioni meridionali.

L’Europa da tutto questo (sarà la linea del Libro bianco di J. Delors, e quindi della commissione europea per le politiche regionali, presieduta da Pancrazio De Pasquale) farà derivare la definizione del corridoio n.1, che dovrà relazionare l’Europa e i paesi dell’affaccio nord africano e sub sahariano. Il Ponte sullo stretto sarà non solo la cerniera di questa nostra metropoli regionale, non solo unificherà ancora con maggiore compiutezza territori già conurbati, al punto di poterli definire ‘regione’, ma relazionerà significativamente il centro Europa con l’affaccio mediterraneo dell’Africa (la distanza Capo Granitolo, in Sicilia, e Capo Bon, sul versante dell’Africa mediterranea, è veramente esigua). Ma le cose non andranno così.

L’Europa per esigenze geopolitiche successivamente si orienterà su altre scelte riguardanti questo corridoio n.1: riterrà più opportuno indirizzarlo a sud est, imboccando da Bari l’Albania e quindi via Egnazia sviluppando così un percorso sulla relazione medio orientale. Anche Reggio rinuncerà a fine anni 60 ad un approccio, ulteriormente ristrutturante, con Messina, per il fatto di aver perso il ruolo di capoluogo regionale in Calabria. I fatti di Reggio, quasi una rivolta vandeana, sono noti. Nel volume Calabria della citata storia Einaudi, curato da Bevilacqua e Placanica, si scriverà che Reggio non vuole più “ contare sull’ambigua fortuna di occupare il fianco povero dello stretto”. E un cambio di rotta epocale. Cingari, storico calabrese che insegnava a Messina, scrivendo su Reggio e sulla Calabria accentuerà, ulteriormente teorizzandolo, il tema non marginalizzabile della calabresità: ne farà le spese la già riconosciuta regione metropolitana dello Stretto. Ormai fanno una certa tenerezza i tentativi di riproporre i modi di un possibile stare assieme. Persino l’Aereoporto dello Stretto sembra aver perso il ruolo che gli era stato assegnato. Ma soprattutto il tema della relazione messano-calabra si è irreversibilmente attenuato: rimane in piedi solo un moderato pendolarismo impiegatizio e un debole flusso universitario.

E allora? E’chiaro che la funzione ulteriormente unificante, quindi -a carissimo prezzo- non eludibile del Ponte, della metropolitanità regionale, storicamente acquisita e che avrebbe determinato una compiuta ristrutturazione territoriale, ha finito con l’attenuarsi fino a scomparire. Così anche, lo abbiamo accennato, l’obbligato passaggio dallo stretto del corridoio europeo numero 1 per tutti i motivi geopolitici, anche questi allora difficilmente eludibili, e che sembravano assorbenti (anche se poi inopinatamente sono stati disattesi). Il ponte adesso è riproposto non come riscrittura territoriale, non è più l’avvio di una diversa geografia dei luoghi a coronamento di una più che secolare relazione. Avrà solo il compito di determinare il seguito di una velocità ferroviaria, per ora ferma a Napoli. Sarà come se utilizzasse i territori non per esaltarne, comunque accentuarne i significati, ma al livello di mera servitù di passaggio. E sarà, senza alcuna necessità, un deteriorare, senza motivazioni plausibili e cogenti, la meraviglia di un paesaggio millenario.

Per questo è obbiettivamente difficile accettarne imposizione e violenza pur mascherate da immotivata necessità. E’ solo uno stupro allucinante, delittuoso, senza alcun senso. Certo per alcuni sarà rimunerante. Lo costruiranno perché sono il <potere>? Magari trincerandosi dietro gli effetti di una sorta di pseudo manovra keynesiana? Chissà… certo è che, dopo, il mondo, e questa volta senza motivi edulcoranti quanto necessitati, non avrà più lo Stretto nella sua ineffabile bellezza. Sarà deluso persino il buon certificatore Unesco. Ma qui non siamo al bere o affogare. Visto che sarà soltanto una questione di velocità ferroviaria l’uovo di Colombo c’è già. La velocità, pur necessaria, può realizzarsi tranquillamente col tunnel: sulla Manica lo hanno sperimentato.

E allora? Che facciamo? E perché la regione, anche con i suoi esagerati poteri, si mostra sempre di più, anche ai vertici, come ectoplasma? Con chi gioca? Ai nuovi protagonisti della rimuneratività delle opere pubbliche, soprattutto se al rango di grandi infrastrutture, suggerirei nuova, diversa, intelligente consapevolezza sul tema della doverosa salvaguardia della irripetibile meraviglia dei nostri luoghi, insieme leggendari, mitici, e reali. Non è un caso che in francese il nostro dire di sostenibilità viene indicato come un riferirsi a durabilità. E allora occorrerà uscire da una unica ma asfittica logica trasportistico-funzionale (ma funzionale a che cosa?), per riandare a ritrovare invece il senso di un territorio come memoria sedimentata. E il senso della significazione territoriale non dovrà mai essere subalterno a misteriosamente complessi approcci di impresa, così come la logica del perché non dovrà mai essere subalterna alla non-moralità del come. Chissà.

Intanto noi continueremo a leggere la Arendt, anche quando parla di “menzogna in politica”.

(*) Ordinario di Geografia politica ed economica, è stato Presidente dell’Antimafia, della Regione Sicilia ed è socio di Libertà e Giustizia di Messina.
Questo testo è apparso in una versione più breve su Repubblica Palermo, del 9 dicembre 2016.

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