Editoria fai-da-te: nel 2015 un titolo su due degli e-book è self publishing

Editoria fai-da-te: nel 2015 un titolo su due degli e-book è self publishing

“L’isola che non c’è”, il noto brano di Edoardo Bennato, ben si presta a raffigurare la Fiera nazionale della piccola e media editoria –“Più libri più liberi”- che si è conclusa domenica scorsa al Palazzo dei Congressi di Roma. E sono in corso trattative per tenere la prossima edizione alla “Nuvola” di Fuksas. In effetti, lo spazio attuale non è sufficiente, se è vero che sono stati rifiutati una settantina di espositori.

Una bellissima manifestazione, dove si vedono stand di case editrici che il mercato penalizza e dove si incontra un universo appassionato alla lettura. Un punto di osservazione privilegiato per capire che esiste un mondo affascinante e rimosso. Lì fuori già se ne perdono le tracce, perché incombe il Grande Fratello omologante, con il ‘pensiero unico’ indotto dalla televisione generalista a dominanza commerciale. Quella che, stando al Censis, invade a larghissima maggioranza l’immaginario italiano.

Eppure, l’editoria meno influenzata dai grandi gruppi, “Mondazzoli” in testa, resiste. Si coglie un lieve ma significativo incremento del fatturato e, pur continuando il calo delle copie vendute nell’intero comparto, piccoli e medi salgono: +7,6% a valore e +5,9% a copie. I generi in crescita sono la fiction italiana e quella straniera, mentre oscilla la letteratura per bambini o ragazzi. Le percentuali generali cambierebbero in meglio, se le librerie non fossero travolte dai “colossi” della distribuzione, cui la legge sul libro in vigore (n.128 del luglio 2011) si contrappone debolmente.

Sarà utile rimettere la mani all’assetto normativo, comunque inadeguato al cospetto dell’era attuale. Tanto per citare qualche numero, ad esempio, nel 2015 quasi un titolo su due (il 41,4%) degli e-book pubblicati è self publishing: 25.817 titoli, a fronte dei 146 del 2010. Il fulgore dei banchi della Fiera di Roma, insomma, è sotto l’assedio del dumping degli sconti, delle offerte selvagge, di una sregolata offensiva dei nuovi oligarchi della rete come “Amazon”.

La mostra romana ci interpella sul tema cruciale della tutela della “bibliodiversità”, parte decisiva di una vertenza culturale non rinviabile. Se non si introducono misure adeguate per facilitare l’esistenza di simile arcipelago, la botta rischia di essere tremenda. Spesso in tali circostanze, sorrette dalla passione di un lavoro intellettuale negletto e tuttavia straordinario, si scorgono titoli e autori di livello, che magari raccolgono recensioni ragguardevoli e persino premi o riconoscimenti.

Ma la censura del mercato incombe. Una politica sulla cultura dovrebbe avere a cuore soprattutto l’insopprimibile esigenza di alfabetizzazione moderna della società, di cui il libro rimane il veicolo primario, analogico o digitale che sia. Anzi. Con i cosiddetti “Over The Top” andrebbe siglato un compromesso positivo, finalizzato a favorire la scrittura e la divulgazione. Ovviamente, pure la Rai, alla vigilia (?) del rinnovo della concessione con lo Stato, è chiamata alla responsabilità: nell’insieme della programmazione, e non solo nelle nicchie specialistiche o nell’autorevole “Radio tre”.

Tra l’altro, gli analisti profetizzano che i giornali e i periodici sono destinati ad un forte ridimensionamento, mentre il libro non morirà, essendo parte integrante dei desideri cognitivi. Senza una strategia del “bene comune”, però, gli stessi bisogni naturali potrebbero venire annientati dagli spiriti animali del capitalismo dell’epoca finanziaria. Che sollecita l’ignoranza di massa.

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