Gli errori di merito della riforma Boschi

Gli errori di merito della riforma Boschi

Uno dei refrain ricorrenti dei sostenitori della riforma costituzionale su cui siamo chiamati a esprimerci il prossimo 4 dicembre è: “Discutiamone nel merito”. La proposta è ragionevole, ma ho il sospetto che sia un modo, non saprei dire quanto intenzionale, di oscurare quello che a me pare essere il difetto di fondo di questa riforma: il metodo con cui si è giunti alla sua approvazione parlamentare. Tre, in particolare, sono gli aspetti problematici che “macchiano” irrimediabilmente questa riforma, comunque la si pensi sul suo contenuto, e sui quali credo sia necessario non smettere di insistere.

Innanzitutto, va osservato che l’art. 138 della Costituzione disciplina le modalità di revisione della Costituzione, non della sua riforma. La distinzione non è di lana caprina: come meglio di me ha spiegato Ernesto Bettinelli nel suo ebook “No a una riforma prepotente” (scaricabile dal sito di Libertà e giustizia: www.libertaegiustizia.it), l’articolo 138 autorizza modifiche puntuali della Carta (per esempio, la soppressione del CNEL) oppure modifiche quantitativamente più ampie ma qualitativamente omogenee (per esempio, la ridefinizione dei rapporti tra Stato, Regioni e autonomie locali). È invece assai dubbio che autorizzi interventi “diffusi”, che toccano una pluralità di aspetti tra loro indipendenti, come appunto accade con la Riforma Boschi, e che per di più finiscono per mettere gli elettori di fronte all’alternativa binaria del “prendere o lasciare” (dopotutto, perché non si potrebbe voler prendere qualcosa ma lasciare qualcos’altro?).

Ma quand’anche tutto ciò fosse possibile, rimarrebbe in piedi un secondo punto problematico: il Parlamento che ha avviato questo percorso riformatore è stato politicamente delegittimato dalla sentenza 1/2014 della Corte costituzionale, la quale ha dichiarato incostituzionale la legge elettorale (il famigerato “Porcellum”) con il quale è stato formato nel 2013 l’organo legislativo. L’espressione “Parlamento abusivo”, che è tornata più volte nella polemica politica, è forse imprecisa e certamente svilente dell’istituzione-cuore del nostro ordinamento repubblicano, ma è incontestabile che la distribuzione dei seggi che hanno permesso l’approvazione parlamentare della riforma soffre di un grave vizio di origine, che si è scelto di ignorare con stupefacente disinvoltura. Correttezza politica avrebbe invece richiesto che, dopo la sentenza della Corte costituzionale, si fosse proceduto a un nuovo calcolo dei millesimi anziché deliberare la ristrutturazione straordinaria dell’edificio condominiale.

Che poi tutto questo avvenga su impulso essenzialmente del Partito democratico non è solamente il terzo punto problematico, ma anche una delle ironie della storia in cui ogni tanto capita di imbattersi. Memore della vicenda della riforma del titolo V del 2000 portata avanti dal centrosinistra di allora e poi confermata dal referendum del 2001, ed egualmente non dimentico del tentativo di riforma della maggioranza di centrodestra del 2005 ancorché poi rifiutata dal corpo elettorale nel 2006, nel suo Manifesto dei valori del 2008 il Partito democratico aveva saggiamente preso l’impegno di “metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza”. Sono però bastati pochi anni perché quel Manifesto divenisse carta straccia e il maggior partito di governo, e di maggioranza relativa del Paese, smentisse se stesso: ma con quale credibilità i suoi esponenti potranno in futuro fare la morale agli altri (Berlusconi o i suoi eredi, Cinque Stelle ecc.), dopo aver dimostrato una così grande incoerenza con quanto era stato solennemente annunciato in uno degli atti fondativi della “ditta”?

A pochi giorni dal voto, l’esito del referendum è quanto mai incerto e non sappiamo se la riforma Boschi sarà confermata dai cittadini. Ma se questo accadrà, più che gioire o dolerci del nuovo assetto istituzionale, sarebbe bene che ci preoccupassimo di questo modo nuovo di fare politica, svincolato da ogni idea di fair play e guidato da un ceto politico per il quale il fine giustifica i mezzi sempre e comunque, e che poco o punto si cura dell’etica politica: perché la corruzione della democrazia inizia anche così.

 

La Provincia Pavese, 23 Novembre 2016

 

(*) Professore associato di Filosofia del Diritto all’università di Milano è coordinatore del Circolo LeG di Pavia.

 

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