Carlo Rosselli e il mito di “Giustizia e Libertà”

Carlo Rosselli e il mito di “Giustizia e Libertà”
In una fase storica che vede il trionfo del populismo reazionario e la bruciante sconfitta della narrazione liberal, è più che mai di attualità il socialismo liberale del fondatore di “Giustizia e Libertà”. Una “terza via” da non confondere con il riformismo contemporaneo propugnato dai moderati di sinistra.

 

Non dovrebbe più stupire che lo scenario globale ospiti il trionfo del populismo reazionario e la bruciante sconfitta della narrazione liberal. Destra e sinistra costituiscono oramai le pedine di un capitale spregiudicato che trasforma le persone in numeri, oggetti flessibili esposti in un palcoscenico liberista. Traditi dalle logiche di mercato, i nuovi sfruttati si rifugiano in uno spazio a-politico entro cui l’istinto prevale. E così sale in cattedra l’oscenità di un Trump, applaudita dal mondo xenofobo e confermata da un proletariato irretito da personaggi in mala fede. La sinistra moderna è troppo «moderna» per capirlo e, infatti, non ha alcuna intenzione di rivisitare la globalizzazione neo-liberale. Balbetta un’offerta normativa che continua a fare il gioco del profitto incentivando le ragioni della disuguaglianza, della discriminazione, della libertà cerimoniale.

Per questo non convincono alcune tesi avanzate da filosofi e politologi che vedono in Carlo Rosselli un precursore dell’«ulivismo» mondiale. Il giornalista francese Jacques Julliard trova ad esempio molte affinità ideologiche tra l’eminente anti-fascista italiano e la «terza via» del riformismo istituito negli anni ’90 (New Democrats di Bill Clinton, New Labour di Tony Blair, «nuovo centro» di Gerhard Schrder ecc.). La verità è un’altra, come peraltro affermano gli studiosi più avvertiti.

Figlio di una scrittrice femminista, Carlo nasce il 16 novembre 1899 a Roma e viene educato in un ambiente ebreo. Legato agli ideali repubblicani del Risorgimento e allo spirito mazziniano, il giovane studioso di economia scrive nel ’23 una tesi importante sul sindacalismo, sotto la guida di Gaetano Salvemini, e inizia a collaborare con la rivista «Critica sociale» di Filippo Turati. A seguito dell’assassinio di Giacomo Matteotti, Rosselli fonda nel ’25 e nel ‘26 rispettivamente il periodico clandestino «Non Mollare» e, con Pietro Nenni, la rivista socialista «Il Quarto Stato».

Egli, al pari di Gobetti, rifiuta il socialismo riformista e scruta con simpatia gli sviluppi culturali del laburismo inglese. Costretto all’esilio sull’isola di Lipari, dopo aver organizzato con altri la fuga del suo amico Turati, tra il ’28 e il ’29 compone la sua unica grande opera: Socialismo liberale. Scappa a Parigi e dà alla luce Giustizia e Libertà, un movimento rivoluzionario che riunisce tutte quelle formazioni repubblicane, socialiste e democratiche intenzionate a rovesciare il fascismo in nome di un «secondo Risorgimento italiano». Si reca in Spagna nel luglio del ’36 per contrastare l’offensiva franchista. Il 9 giugno del ’37, dopo il suo rientro in Francia, viene assassinato, insieme al fratello Nello, dal movimento di estrema destra La Cagoule.

Facciamo un passo indietro. Tra il ’19 e il ’20, gli intellettuali Novello Papafava e Mario Missiroli cercano di capire se vi siano le possibilità ermeneutiche e politiche per un incontro tra il liberalismo e il socialismo. Missiroli polemizza con il liberalismo ufficiale e consegna la funzione liberale direttamente nelle mani del movimento socialista, cioè di chi dovrebbe disporre di un sincero stato d’animo liberale.

In una lettera che invia a Papafava nel giugno del ’22, Rosselli comunica al suo interlocutore il desiderio di revisionare «in senso liberale» il metodo socialista, e più tardi – in due articoli pubblicati nel ’23 («Critica sociale») e nel ’24 («La Rivoluzione liberale»), entrambi dal titolo significativo: Liberalismo socialista – il leader del movimento Giustizia e Libertà, pur prendendo le distanze da Papafava e dall’originale lettura di Missiroli, distingue il liberalismo come sistema dal liberalismo come metodo e intende rifondare il rapporto tra libertà e socialità elaborando una nuova teoria politica.

Influenzato in particolar modo dal volume del socialdemocratico belga Henri de Man, Au delà du marxisme, Rosselli si sente vicino alla classe dei lavoratori in modo del tutto diverso dal marxismo. La filosofia marxista, dice Rosselli, è permeata di necessità, determinismo, percorsi unidirezionali a sfondo economicistico che sviliscono il senso dell’autonomia morale e intellettuale della persona. Neppure la stagione revisionista lo soddisfa completamente. Occorre trovare un’altra via, svestire i panni del rigido comunista e abbracciare la speranza degli sfruttati adottando un nuovo lessico politico e culturale.

Il suo Socialismo liberale, la cui prima edizione viene pubblicata in lingua francese nel ’30, offre una lucida risposta al disagio provocato dalla concezione marxista della storia e dall’insufficienza liberale. Evitare il marxismo, infatti, non significa per Rosselli corroborare la falsa verità della dottrina borghese. La borghesia, a suo giudizio, ha compiuto storicamente un’opera di indubbia validità. Ha sconfitto l’ancien régime, inventato la libertà religiosa, l’umanesimo e i preziosi principi dell’89, solo che nel corso dell’Ottocento la sua corsa improntata alla libertà si interrompe.

Raggiunto il principio formale che sancisce costituzionalmente il diritto inviolabile della proprietà privata, il bourgeois smette di lottare. La nuova classe al comando ha conseguito i suoi obiettivi e non le resta che custodire i frutti disegnando un gelido sistema al servizio del liberismo economico. Rosselli non ci sta. La sua visione di un’economia mista a due settori preannuncia una «terza via» certamente da non confondere con il riformismo contemporaneo propugnato dai moderati di sinistra.

Egli, inoltre, boccia il sistema liberale e accoglie il metodo democratico, l’unico idoneo a garantire l’ampliamento delle libertà perché incentrato sul rispetto delle regole del gioco. Un patto di cittadinanza deve pertanto unire diverse anime e consentire a chiunque di vivere una vita veramente degna di essere vissuta. Questo non è liberalismo, ma tecnica istituzionale quale condizione necessaria per la vera libertà. Il socialismo è la libertà. Non un «incubo ugualitario», per utilizzare un’espressione cara a Michael Sandel, piuttosto un tentativo di liberare la libertà in chiave socialista.

La classe borghese è conservatrice, e adesso tocca al «Quarto Stato», tuona Rosselli, riprendere il paradigma dell’emancipazione affinché non vi siano più individui «liberi di diritto, ma servi di fatto». L’operaio deve diventare un sui iuris. Solo la cultura socialista, degna erede del liberalismo moderno, può dar voce agli indifesi, tutelare le vittime del sistema, architettare un’autentica libertà. Rosselli, quindi, è un socialista perché è un liberale, ed è un democratico in quanto disprezza per motivi intrinseci la lezione totalitaria del fascismo. Le dittature nascono in assenza della libertà interiore e quando subentra l’abito servile, quando la verità viene guastata da un’indifferenza già a suo tempo sbeffeggiata da Gramsci. Spirito socialista, metodo democratico e repubblicanesimo civico costituiscono l’abc della cultura politica e filosofica di Rosselli.

Pare evidente, da questa piccola analisi, la spinta rivoluzionaria della sua opera. Un’anomalia liberale da non accostare al neo-liberalismo europeo d’ispirazione keynesiana maturato proprio intorno agli anni ’30, basti pensare a Walter Lippmann, e soprattutto, va ribadito, da non avvicinare all’attuale centro sinistra, al liberal di oggi, a coloro che non discutono il sistema vigente e si ritrovano sprovvisti di energie morali e intellettuali. Sono infinite le «comparse» da convertire in uomini liberi. Migranti, minoranze varie, nuovi proletari, giovani costretti al call center invocano «l’emancipazione dal morso dei bisogni essenziali». Ecco perché il messaggio di Rosselli continua a vivere.

16 novembre 2016

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