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  • Mancano due argomentazioni: la prima è la risposta a Cacciari, Zampini, Carofiglio, una lunga schiera, ecc. che dicono che la riforma è una schifezza, ma che votano SI. Gli stessi non sono nemmeno capaci di esprimere il concetto di scegliere il dirigismo perché non hanno alcuna fiducia nel cittadino comune. Il loro atteggiamento è deleterio perché ingrossano le fila della maggioranza silenziosa, che preferisce affidarsi ciecamente a qualcuno che sembra poter ragionare in propria vece.
    L’altra argomentazione necessaria è nei confronti di altri due trascinatori di menti impigrite: Benigni e Recalcati.
    Benigni non mi sembra porti un’argomentazione diversa dalla fede in persona che è riuscita ad instaurare un rapporto di amicizia con lui: non so se c’è altro.
    Recalcati è stato conquistato da un discorso di Renzi in cui veniva utilizzato il suo Telemaco per sfoggiare cultura ed estasiare gli ascoltatori, proporsi come arciere giustiziere dei proci, i rottamati.
    Recalcati ha accettato questa sceneggiata: Napolitano è Ulisse che ritorna e Renzi è Telemaco. Ma possono i due individui vestire i panni di quei due personaggi? Quale mondo ha esplorato Napolitano? Non è il capo dei Proci? E Renzi è Telemaco o Narciso?
    Io vedo due personificazioni diverse. Ulisse è meglio la costituzione esistente e Telemaco è la comunità dei cittadini italiana tesa alla ricerca di una società rinnovata.

  • Fra il dire e il fare ci sono le folle. Queste sono casse di risonanza che danno la possibilità a chi suona gli strumenti adatti di convogliare energie enormi estremamente difficili da governare. La difficoltà di gestire queste enormi energie è dovuta alle differenze di qualità e potenziale energetico dei componenti il meccanismo. È interessante capire come avviene l’esplosione del processo di risonanza: la folla è costituita da individui dotati ciascuno di una propria capacità ad essere sensibilizzato e a sensibilizzare il prossimo. Fra gli individui di una folla ne possono esistere alcuni in condizione, per situazioni particolari, di auto sensibilizzarsi e questi diventano centri attivi di propagazione. Ma questi centri attivi possono entrare in risonanza solo se vibrano all’unisono con chi gli sta vicino. Abbiamo la dimostrazione che chi la spara più grossa vince le elezioni e può governare fino alle elezioni successiva. Se questo criterio non produce buona società dobbiamo correggere questo sistema. Come si fa? È meglio pensarci bene. È questo il problema che rimane irrisolto chiunque vinca il referendum. Intanto meglio il NO.

    Ho paura che non possano essere i grafici e le tabelle a far vincere un confronto in televisione, intendendo che vince chi raccoglie più consenso. Secondo me il fronte del No non si deve lasciar coinvolgere in questioni particolari in cui chi è schierato per il Si riesce facilmente a far passare gli avversari per persone che non hanno interesse a migliorare la Società. Il fronte del No vincerà facilmente se esprimerà pensieri positivi.
    Il legislatore ha l’incarico importante di modificare le leggi per renderle, sempre più, strumenti efficaci per rendere la società meglio vivibile.
    Premesso che il legislatore non deve mai dimenticare che una comunità di umani si trasforma in società quando gli stessi stringono un patto di solidarietà ed è in concomitanza con tale evento, che gli uomini e le donne si caratterizzano in cittadini e cittadine. Fare bene questo lavoro significa essere capaci di:
    1) Riuscire a rilevare le inadempienze della legge nei riguardi della società.
    2) Escogitare opportune modifiche per eliminare gli inconvenienti che derivano dalle inadempienze.
    Tutti i politici che fino ad oggi hanno pensato di cambiare la Costituzione Italiana non mi sembra si siano attenuti ad un procedimento come quello espresso in precedenza e secondo me è proprio da questo che consegue l’incapacità a fare riforme costruttive di buona società.
    Le inadempienze del sistema vigente sono sotto gli occhi di tutti e si possono riassumere in gran parte nel non aver dato seguito reale ai diritti proclamati dalla stessa Costituzione. Un modo efficace dei politici per lavarsene bellamente le mani è di dichiarare che questo dipende dai cittadini che non avrebbero la cultura del bene comune. Ma, individuata la carenza di cultura del bene comune come causa del male è proprio la crescita di questa l’obiettivo principale…

  • Ma, individuata la carenza di cultura del bene comune come causa del male è proprio la crescita di questa l’obiettivo principale che si dovrebbero porre i politici. Questi invece, soggiogati dai facili criteri valutativi espressi in termini esclusivamente monetari, hanno sviluppato la gerarchia conseguente dei propri cittadini. Teniamo presente che la società vive naturalmente una propria inerzia culturale che resiste ai tentativi di trasformazione. Fare leggi che inducano la crescita culturale, insita nell’obiettivo principale prima espresso, non è cosa semplice.
    Varrà un esempio: il legislatore, sospinto da necessità reali, esprime una legge per sostenere economicamente le famiglie in stato di necessità. È probabile che sul piano culturale il provvedimento si traduca soltanto nella rincorsa dei cittadini a rientrare nei benefici economici. Il legislatore più attento dovrebbe tener in massima considerazione il fatto che la famiglia è un’agenzia primaria di scambio culturale fra i suoi componenti e la società che è formata dai componenti di altre famiglie. Ogni famiglia dovrebbe essere sospinta a non vedere le altre come propria concorrente ma, piuttosto come alleata nella cooperazione a stare insieme meglio. Fino ad oggi ho visto sempre trascurato da tutti questo aspetto. Per come la società si è sviluppata nel tempo, la questione economica è fondamentale ma si deve cercare di elargire il denaro non come facile carità al singolo ma sempre più rivolgendolo alla soluzione di problemi comuni e investendo di responsabilità accomunante proprio tutti quelli che nel problema sono coinvolti. Potrei entrare nel merito e proporre una soluzione, ma non voglio allontanarmi troppo dal problema generale. Spero che l’esempio sia esauriente per comprendere un nuova modalità di approccio suggerita al legislatore.
    Passando alle riforme costituzionali ho l’impressione che mai si siano proposte di perseguire l’obiettivo generale prima considerato. I fautori del SI hanno buon gioco a dire: “Stiamo facendo quanto Voi volevate fare ma non siete stati capaci di fare.” Secondo me i fautori del NO più convincenti sono proprio le persone poco coinvolte politicamente che meglio esprimono il disagio dei diritti proclamati e mai mantenuti e possono tranquillamente accusare tutti i politici per essere causa del tradimento perpetrato del patto non mantenuto di una società solidale.
    Al cittadino si può chiedere: “Appartieni ad un potere dello Stato che può influire sulle decisioni dello Stato?” Chi può rispondere affermativamente? Certamente non possono rispondere SI i cittadini che sono chiamati a votare a distanza di tempo e successivamente vivono estraniati nel proprio tran tran quotidiano fino alle successive elezioni; potrebbero invece rispondere SI i cittadini coinvolti nella politica con qualche potere, quelli in posizione chiave, come i giornalisti per influire sull’opinione pubblica, e più di tutti i detentori di potere finanziario che dettano ai…

  • Al cittadino si può chiedere: “Appartieni ad un potere dello Stato che può influire sulle decisioni dello Stato?” Chi può rispondere affermativamente? Certamente non possono rispondere SI i cittadini che sono chiamati a votare a distanza di tempo e successivamente vivono estraniati nel proprio tran tran quotidiano fino alle successive elezioni; potrebbero invece rispondere SI i cittadini coinvolti nella politica con qualche potere, quelli in posizione chiave, come i giornalisti per influire sull’opinione pubblica, e più di tutti i detentori di potere finanziario che dettano ai governanti le regole di comportamento che più li soddisfano. A chi risponde NO alla domanda precedente si può fare l’ulteriore domanda: “Ti sembra che la riforma costituzionale se venisse applicata ti darebbe maggior potere di influire sulle decisioni dei governanti?”. Al NO che chiaramente si otterrebbe, dovrebbe seguire una proposta costruttiva proprio per cercare di adempiere al dettato “IL POTERE AL POPOLO”. L’attuale riforma si propone un obiettivo diverso : Fare crescere il PIL.

  • Mieli è intellettualmente onesto? A che serve studiare la Storia? Forse perché in questo modo si può parlare tranquillamente senza essere contraddetto. Non è assolutamente colpevole chi tiene un atteggiamento ambiguo mentre governa in un territorio nel quale la camorra ha un potere incontrastato è soltanto folclore. Sono importanti i fatti. Infatti Liborio Romano che per commissione di Cavour si mise d’accordo con la camorra per tenere a freno la popolazione di Napoli all’arrivo dei garibaldini divenne un eroe del risorgimento e ha dato l’impronta alla questione meridionale che stiamo ancora vivendo.

  • Fra il dire e il fare ci sono le folle. Queste sono casse di risonanza che danno la possibilità a chi suona gli strumenti adatti di convogliare energie enormi estremamente difficili da governare. La difficoltà di gestire queste enormi energie è dovuta alle differenze di qualità e potenziale energetico dei componenti il meccanismo. È interessante capire come avviene l’esplosione del processo di risonanza: la folla è costituita da individui dotati ciascuno di una propria capacità ad essere sensibilizzato e a sensibilizzare il prossimo. Fra gli individui di una folla ne possono esistere alcuni in condizione, per situazioni particolari, di auto sensibilizzarsi e questi diventano centri attivi di propagazione. Ma questi centri attivi possono entrare in risonanza solo se vibrano all’unisono con chi gli sta vicino. Abbiamo la dimostrazione che chi la spara più grossa vince le elezioni e può governare fino alle elezioni successiva. Se questo criterio non produce buona società dobbiamo correggere questo sistema. Come si fa? È meglio pensarci bene. È questo il problema che rimane irrisolto chiunque vinca il referendum. La signora Gruber è una fine manipolatrice di opinione pubblica. Per anni è stata capace ti tenere la parte di persona pervasa da volontà di prestare il servizio di verità. Qualcuno evidentemente le ha detto oggi che è giunto il momento di far fruttare questa condizione privilegiata raggiunta con tanti sacrifici. Abbiamo visto con quali modalità ha diretto il dibattito al quale hanno partecipato la ministra Boschi e il costituzionalista Onida. A quest’ultimo tutta la mia solidarietà. Mi sembra necessario fare qualcosa di più: una raccolta di firme ed un esposto all’ordine dei giornalisti e al presidente della Repubblica se può contare qualcosa. chi ne sa più di me intraprenda un concreta strategia.

  • Ho tentato di mandare un messaggio a Fabrizio Barca ma non so se per colpa mia o sua non ricevo risposta. Purtroppo non avevo fatto un file di salvataggio e devo ricostruirlo a memoria.
    Barca sostiene che voterà SI perché, anche se la riforma non cambia in niente la situazione della società Italiana si farà portavoce nei riguardi di Renzi perché questi formuli in questi dieci giorni che ci separano dalla data fatidica un progetto di riforme veramente di sinistra che galvanizzi il suo popolo sposti verso il SI una buona massa di cittadini e rimanga come agenda per la fase successiva del governo. L’assurdo è che si affida a coloro che, come si deduce dalla sua stessa analisi, non ha fatto questa riforma per altro che questi due motivi:
    1- Dimostrare di essere l’ uomo del fare e così allargare il proprio consenso sia fra chi ha problemi di sopravvivenza sia fra chi ha invece più potere economico.
    2- Tenere a freno i disagiati, che possono vivere nel frattempo nell’illusione del dopo.
    Ho letto un bel numero di adesioni a questa tesi come di persona di buon senso; altri invece lo accusano di essersi lasciato corrompere e di aver tradito nella speranza di conservare una poltroncina. Io non credo. Mi sembra piuttosto un atteggiamento di persona che crede nel proprio partito al punto da rimanerne abbagliato e la fiducia è tanta da fargli perdere la visione fondamentale di aver fiducia nei cittadini. Persino il bel piano di sinistra (come i suoi tentativi inefficaci di correggere l’organizzazione del partito) risentono di questo errore fondamentale: a noi non importa la società importa solo che il partito sia grande e che ci si stia bene.

  • UNO SLOGAN
    Vota contro il cattivo dirigismo: Vota NO. VOTA PER FARE LA BUONA POLITICA DEMOCRATICA VOTA NO

  • Riporto dal “complesso di Telemaco” di Massimo Recalcati, proponendo, tra parentesi punto per punto, quanto mi sembra di aver capito:
    “La vita come tale, come evento di natura, come vita animale, si aggrappa alla vita; la vita vuole vivere (più drammaticamente: non vuole morire). La vita è volontà di vita, volontà di ripetizione di se stessa. Non c’è alcuna differenza, da questo punto di vista, quando si osservano un bambino e un gattino succhiare il seno e la mammella della propria madre. La vita è fame di vita, spinta di sopravvivenza, spinta auto affermativa di se stessi. La vita vuole la vita. Cosa deve accadere perché la vita si umanizzi? Per Lacan il luogo primario della umanizzazione della vita è quello del grido. Siamo stati tutti dei gridi perduti nella notte. Ma cos’è un grido? Nell’umano esprime l’esigenza della vita di entrare nell’ordine del senso, esprime la vita come appello rivolto all’altro. Il grido cerca nella solitudine della notte una risposta nell’altro. In questo senso, ancora prima di imparare a pregare e ancora di più nel tempo in cui pregare non è più come respirare, noi siamo una preghiera rivolta all’altro (la preghiera non è sicuramente un’imposizione da un punto di forza, ma la richiesta all’Altro di riempire il vuoto in cui la nostra caratteristica naturalmente diversa di privatezza dagli istinti ci ha lasciato quando alla nascita abbiamo perduto la protezione e il nutrimento del ventre materno). Il grido cerca nella solitudine della notte (Proprio nella condizione di massima solitudine di chi grida) una risposta nell’Altro (nella relazione e non solo nel soddisfacimento succube delle proprie necessità). ……. La vita può entrare nell’ordine del senso (umano) solo se il grido viene raccolto dall’Altro, dalla sua presenza e dal suo ascolto. Solo se l’Altro risponde alla nostra preghiera. Se viene tradotto da questa presenza in appello (L’Altro pensa: “mi ha chiamato”; l’Altro non è come per gli altri esseri viventi il sostitutivo del ventre materno ma ha la piena dignità di agente in relazione; chi è stato genitore ha fatto l’esperienza del neonato che già dai primi vagiti anche se sazio, ben coperto dal freddo, pulito, piange lo stesso perché vuole semplicemente la presenza di qualcuno, la presenza dell’Altro). Ecco l’evento primario in cui la vita si umanizza: quando il grido è tradotto in una forma radicale di domanda; quando il grido diventa domanda d’amore, non domanda di qualcosa, non di oggetto, ma segno di desiderio dell’altro, domanda della presenza dell’Altro (che l’Altro sia presente, non che faccia qualcosa di preciso per noi ma che ci nutra della sua presenza). In questo modo è il soccorso dell’Altro (agente non condizionato che si rende presente rispondendo al grido: alla richiesta indefinita d’aiuto) che estrae la vita dal suo “abbandono assoluto”, dal suo abbandono che accompagna la sua venuta al mondo.”

  • Gli psicologi (così come Massimo Recalcati nel brano precedente) hanno approfondito il significato di umanità ipotizzando le modalità attraverso cui si compie il salto di qualità fra gli uomini e gli altri esseri viventi sulla terra. L’uomo alla nascita è il più ignorante degli esseri viventi, nel senso che gli vengono dati meno modi di vivere precostituiti, pochissimi istinti che lo aiutino a vivere. In sostituzione degli istinti, proprio perché ignorante, vive imparando e inizialmente, molto di più degli altri esseri viventi, deve essere accudito dai genitori e reso indipendente attraverso l’insegnamento. Lo stato di imperfezione dell’uomo comporta da una parte la necessità di una relazione di reciprocità fra i genitori che elargiscono al figlio il proprio amore (la propria insostituibile presenza, la piena dedizione nell’averne cura) e il figlio stesso che manifesta la propria egoistica richiesta di attenzione esclusiva che sopperisca alla propria inettitudine; ma proprio la stessa ignoranza dovuta all’imperfezione iniziale (la mancanza degli istinti) può esplicarsi in comportamenti, che appaiono a prima vista incoerenti, come quando sembra che i genitori trascurano i figli allontanandosi dagli stessi ma è proprio questo a rendere possibile di organizzare la gestione della famiglia in modo umano, cioè di integrarla nella società. L’alternanza di assenza e presenza dei genitori allarga l’orizzonte dei figli; l’Altro non è più solo un genitore ma chiunque entra intensamente in relazione. Mentre i figli crescono il loro desiderio dell’Altro deve diventare convincimento che quella lontananza non è assenza per disamore; solo in questo modo l’alternanza di periodi di presenza amorevole e di lontananza motivata rende possibile la crescita umana che è affidamento alla società umana fatta coincidere con la presenza dell’Altro e poi inserimento nella stessa per assolvere a compiti assegnati per contribuire alla stessa e contemporaneamente trarne giovamento di convivenza. La presenza dell’Altro propone un modello generale di comportamento mentre la lontananza senza disamore rafforza il comportamento che persegue il bene. Sembra quindi che l’uomo aspiri, sia destinato al bene perché proprio vivere bene lo farebbe stare meglio, e però avviene invece che l’insipienza (il disamore egoistico) spesso lo faccia agire in modo contrario. L’evoluzione impressionante della tecnologia messa a confronto con l’evoluzione umana nel senso delle sue relazioni sociali fa apparire quest’ultima lentissima o addirittura in arretramento. Capire perché questo avvenga è fondamentale per poter introdurre modifiche culturali nella società che favoriscano le giuste aspirazioni dell’uomo verso il bene

  • Io faccio l’ipotesi che mi sembra verosimile che le condizioni dell’uomo nel periodo successivo alla nascita siano spesso tali che l’individuo rimanga ancorato al proprio stato di egoismo infantile. La richiesta d’amore del grido nella notte non riceve purtroppo risposta con la presenza dei genitori, ma si tende a rispondere per comodità o necessità della vita moderna con palliativi come il cibo, e via, via altre distrazioni che, se vengono dati senza far sentire la propria presenza, senza amore, trasformano il desiderio dell’Altro in bisogno di un feticcio sostitutivo; il grido nella notte che chiedeva la presenza dell’Altro per un affidamento fiducioso senza condizioni, si trasforma nell’urlo assillante per chiedere quanto procura piacere.
    L’infantilismo egoistico iniziale non evolve, non matura ma si rafforza e trasforma in carattere definitivo che si sviluppa in modalità di crescita basate sull’acquisizione del possesso personale del bene sia questo materiale o capacità culturale (professionalità), e così affievolendo il desiderio della presenza dell’Altro che (se non fosse ridotto a oggetto da utilizzare) avrebbe sviluppato in ciascuno desideri positivi quali di voglia di crescere, di conoscenza, di condivisione, di partecipazione, di creatività, di pieno rispetto del prossimo. L’infantilismo egoistico unito alla enorme capacità intellettiva tutta mirata alla tecnologia propone così una umanità incapace di riconoscere non soltanto i propri limiti ma anche che la natura e la vita possono continuare il proprio percorso soltanto mantenendosi in un equilibrio che l’uomo non deve sconvolgere.
    Nell’uomo la presenza del consimile si esplica oltre le necessità della sopravvivenza dell’individuo e della specie e cioè, a somiglianza di cibo e di sesso, assolutamente necessari alla vita, oltre questi bisogni esiste per vivere come uomo, il desiderio delle relazioni con il consimile. Succede però purtroppo, che l’organo della socializzazione umana (il desiderio dell’Altro) che dovrebbe sviluppare il modo di crescita culturale sociale viene utilizzato poco e male e perciò la sua importanza si riduce, decade, assomiglia sempre più ad una propaggine del passato, relitto, di un organo oramai inutile. La società, che si è pur costituita, si impernia invece proprio su quegli strumenti palliativi che hanno soppiantato il desiderio della presenza dell’Altro.
    Il regalo più grande dovrebbe essere il piacere reciproco di stare insieme, di esplorare insieme il mondo che ci circonda; il resto necessario alla sopravvivenza non può essere dimenticato, secondo me funzionerà tanto meglio quanto più viene considerato come parte del mondo da esplorare insieme agli altri.

  • Il dovere più grande è di non arrendersi. Infatti non si può metter in dubbio che i risultati attuali della società umana oggi corrispondano allo stato presente di tutta l’evoluzione del genere umano; é perciò che come il presente appartiene agli uomini del passato nel senso che ce l’hanno lasciato in eredità, così il futuro appartiene agli stessi e a noi che lo lasceremo in eredità a coloro che abiteranno la terra dopo di noi. La condizione attuale non è certamente soddisfacente, però esiste un motivo di grande speranza, ci sono state trasmesse grandi capacità di esplorare profondamente sia le manifestazioni della Natura che quelle della Società Umana.
    Credo che per quanto già detto sia importante imparare e insegnare a nutrire il desiderio dell’Altro; per esempio abbiamo perduto quasi completamente il significato di donazione, perché l’oggetto donato invece di avere il significato di essere dato dal donatore è sempre più il soddisfacimento di desiderio specifico per il quale il donatore ha fatto solo da tramite. Non si dona più ciò che si è capaci di fare ma ciò che ci viene chiesto e, naturalmente se siamo capaci di comprarlo. Invece, solo il dono di quanto si sa fare rafforzerebbe veramente e profondamente il legame relazionale fra chi riceve e chi dà.
    Una logica simile interviene anche per la vendita e l’acquisto: il venditore è quasi sempre intermediario fra chi produce e chi acquista: l’intermediazione avviene quasi completamente attraverso il prezzo, cioè il denaro e questo falsa il significato dell’attività commerciale. Infatti quest’ultima invece di assolvere al compito primario di distribuire i beni prodotti alla popolazione ha assunto il significato principale di trasformare i prodotti in denaro. Avviene, come fatto normale che il prodotto viene dato solo a chi può pagarlo non a chi ne ha bisogno; ma oltre questo risvolto negativo sul piano economico della sussistenza delle persone, la trattativa commerciale, completamente monetizzata, disumanizza i rapporti fra le persone. Il problema è che la moneta offrendo grandi vantaggi sul piano pratico, come la libertà di scelta, il differimento o l’anticipazione dell’approvvigionamento, ha fatto perdere di vista altre cose essenziali ancora più importanti come l’insieme di qualità di buon vivere che il venditore offre che dovrebbero essere incentrate sulla bontà ma anche sul buon uso del prodotto venduto.
    Il prodotto decade a oggetto “usa e getta”; non si generano le relazioni fra chi lo ha prodotto e chi lo usa che piuttosto che chiederne la manutenzione acquista un nuovo oggetto equivalente.

  • Io credo che le difficoltà in cui si trova attualmente la società umana, siano dovute in massima parte ad un convincimento che sta alla base dell’attuale economia; si ritiene essere lavoro un’attività che produce un bene vendibile e perciò trasformabile in denaro. Secondo me invece deve essere considerata lavoro una qualsiasi attività che produca benessere. Oggi le attività che non producono un bene vendibile si considerano parassitarie a priori e spesso lo sono veramente, infatti non avendo definito il lavoro come produttore di benessere non hanno altra finalità se non quella di pagare lo stipendio agli addetti. D’altra parte chi produce un bene vendibile si sente giustificato pienamente dal proprio guadagno e può perdere tranquillamente di vista la produzione del benessere generale.

    L’uomo che acquisisce la consapevolezza della necessità di avere insieme ad altri uomini la finalità di perseguire il bene comune si trasforma allarga i propri orizzonti diventando cittadino. Deve però superare le difficoltà di avere una visione ristretta dovuta alla limitatezza delle proprie relazioni condizionate dai propri interessi particolari, come la famiglia e il proprio impegno nell’espletamento del compito (lavorativo o comunque sociale) assegnatogli.
    La ricerca continua per ottenere un maggior rendimento dalle attività (reso facilmente confrontabile, attraverso il guadagno monetario) ha indotto nella società la frantumazione dei compiti e la specializzazione degli addetti. La società si è trasformata in una organizzazione molto complessa in cui ciascuno ha la necessità di vivere in relazione con molti altri, ma ha difficoltà notevoli ad avere la visione generale che sola può permettere il miglior rendimento complessivo.
    Insorge così in modo direi naturale la necessità di un governo che detti le regole per rendere possibile la convivenza di tanti interessi contrapposti.
    La classe dei politici deve perciò assumersi il compito delicato e complesso di raccogliere le istanze (il grido) dei cittadini e di renderlo coerente ad una necessità più generale della società e di questo naturalmente si deve sentire responsabile; la elaborazione delle regole di convivenza deve scaturire dal confronto delle idee nel modo più aperto possibile alla partecipazione dei cittadini allo scopo di creare vera condivisione e così il clima di più facile attuazione.
    Questi sono solo i principi da tenere presente, bisogna naturalmente continuare a pensare per migliorare sempre di più l’organizzazione del tutto in modo che il governo come i genitori, come qualsiasi rappresentanza di potere non sia un organizzazione di pronto soccorso, ma sempre di più una entità sicura di riferimento il più adatta possibile a fare crescere i cittadini nella propria dimensione umana.

  • Egr. dott. Carofiglio, qualche giorno fa, mi è capitata sotto gli occhi la presentazione di un suo libro, al margine della quale dichiarava il SI per il referendum senza nessuna motivazione trattando il fatto con la stessa superficialità che può attenere alla scelta del menù al ristorante. Proprio perché ho letto con piacere qualche suo libro, consapevole dell’influenza che può avere su quei suoi lettori che appartenendo ai tanto numerosi male informati, sperano di fare bene evitando la fatica del rendersi consapevoli e lasciandosi guidare da chi gli appare più affidabile, cercai di inviarLe (senza riuscirci) un mio scritto chiedendole di esporre le sue ragioni. In vero mi era rimasto il dubbio che se si fosse dichiarato per il NO il mio atteggiamento sarebbe stato diverso. Oggi la situazione è cambiata perché ho ascoltato le sue motivazioni nella trasmissione Otto e mezzo e spero di poterLa contattare.
    Ho potuto constatare, senza provare alcun piacere, che Lei come altri del PD (ad esempio Fabrizio Barca) pone l’interesse verso il partito al disopra di tutto anche della società e del suo bene comune. Questo modo di pensare è un lascito di quando tutti i partiti riuscivano ad imporre mediante l’ideologia ai propri aderenti un rapporto di fedeltà del tutto simile a quello imposto con i dogmi ai fedeli di un credo religioso.
    Le ideologie si sono svuotate di significato per l’evoluzione della società sospinta dalle nuove tecnologie e trascinano con se i partiti. Anche se lo scontro ideologico non portava alla soluzione il confronto definendo chi avesse ragione, creava la sana amalgama negli schieramenti di modo che gli eletti alle rappresentanza non potevano sfuggire alle regole implicite di doversi attenere alla buona condotta. Indipendentemente dal loro contenuto e dalla prospettiva di società sognata, le ideologie quando non tradivano in modo inconciliabile il principio del bene della comunità umana avevano la funzione essenziale di creare ambiente adatto a relazioni sociali solidali e accomunanti. É come se il il principio del bene della comunità umana basato sulla solidarietà proponesse delle finalità intermedie più facilmente riconoscibili da insiemi di cittadini e perciò li vincolasse a legami relazionali (il principio di appartenenza). Sia il cittadino comune elettore che il suo rappresentante eletto appartenevano a quella rete di vincoli e la società ne ricavava il beneficio di solidità. Lo Stato italiano è imperniato sulla distribuzione del potere ottenuta mediante la delega della rappresentanza.
    Fra gli effetti delle tecnologie si è sempre verificato che queste facilitando l’esecuzione di qualche compito facesse diminuire la necessità di impegnarsi insieme ad altri collaborando e naturalmente indebolendo le relazioni più efficaci nel farlo. In tutte queste evenienze il principio del bene comune ha dovuto sempre correre ai ripari escogitando funzioni culturali di correzione per ritessere la rete delle relazioni. Questo è il…

  • Questo è il progetto ancora non realizzato della costituzione.
    Dibattito: Conviene il decisionismo istituzionalizzato o la democrazia realizzata?
    La discussione di ieri a otto e mezzo si è sviluppata proprio intorno a questo quesito.
    I fautori del decisionismo fanno passare queste riforme alla costituzione come innovazione mentre in realtà approfittano delle inadempienze della politica, incapace di trasformare quello che è un progetto politico (la Costituzione) nel modo d’essere della società, nella sua cultura.
    I decisionisti, fautori del SI vogliono perpetuare un concetto: Chi siete voi per giudicarmi? Sono eletto dalla maggioranza del popolo italiano. Nessuno mi può giudicare. Il governante senza alcun vincolo può, come abbiamo visto recentemente fare a De Luca, dividere il territorio in mandamenti e dire a chi lo rappresenta: vai fra le persone che contano, quelle che più possono influire sugli altri e fagli promesse in cambio dell’appoggio dello Stato che gli darà la possibilità di fare. Ora è il momento di consolidare il potere clientelare che ci servirà a vincere ancora.
    Una democrazia veramente realizzata concepisce il governante come uno strumento per espletare un servizio: gestire la cosa pubblica (la Repubblica) attraverso le istituzioni dello Stato. Perciò le istituzioni dello Stato devono essere equipaggiate a mettersi in relazione con i cittadini, cioè dare da una parte a questi il massimo della possibilità di esprimersi confrontandosi e dall’altra a se stesse la capacità di ascoltare e entrare nel merito delle discussioni per poter cogliere gli spunti della evoluzione positiva e farne sintesi, espressione di progetto da restituire alla discussione con i cittadini e con i governanti. Io voto NO per non perpetuare il decisionismo che già da troppo tempo impedisce le buone relazioni della solidarietà democratica.

  • Guardandoci indietro, Prodi è stato un decisionista o un democratico consultivo?
    Prodi dice, per quella che è stata la mia storia personale voto SI.
    Questo è emblematico di un modo dì pensare e di essere. “In considerazione del fatto che ressi a lungo le sorti delle umane cose per reggere più facilmente il peso di questa enorme responsabilità è d’uopo che costruisca per me e per gli altri una visione del possibile che mi scagioni di qualsiasi attività venne compiuta quando detenevo il potere”. Il messaggio di Prodi si rivolge ad una platea eterogenea di cittadini che hanno percorso con lui il periodo della sua influenza decisionale.
    Il cittadino al contrario del governante, proprio perchè si tratta della propria esistenza, osserva quanto ha fatto in passato con spirito critico, nella speranza di evitare in futuro gli errori fatti. Non può fare altro che guardare la società come un ambiente implacabilmente definito sul quale non può in alcun modo influire, nel quale deve scegliere come muoversi e il responso della scelta gli viene dato solo dal risultato. La quasi totalità della moltitudine non può fare altro che accettare i risultati come una fatalità. È così che la costruzione della visione virtuale è diventato strumento per il mantenimento del potere decisionale esente da qualsiasi critica.
    La gestione governativa di Prodi, visti i pessimi risultati (Iva di Taranto, Enorme carrozzone della giustizia: dedito alla produzione e gestione del contenzioso, smantellamento di gran parte della produzione alimentare nazionale, sostituita dalle importazioni dall’estero ecc) ha fallito completamente il compito di migliorare la società. La visione virtuale riuscì a proporre uno scenario politico con due grandi blocchi. La contrapposizione degli schieramenti ha avuto come scopo fondamentale la vittoria nella rincorsa al potere. La necessità di fronteggiare meglio l’avversario ha imposto l’eliminazione delle voci critiche interne. Il decisionismo si è imposto nel concreto di tutte le azioni politiche. L’impatto culturale è sotto gli occhi di tutti ma, tutti scaricano le colpe tranquillamente su pazzi, corrotti, impreparati ecc. Gli esperti possono dire anche il contrario ma la gente comune afferma perentoriamente che la crescita culturale della società può accadere solo per destino imperscrutabile. Ai fatti incresciosi, come il medico e l’amante infermiera di Saronno, ai morti sul lavoro per pulire una cisterna (ultimi della lunga fila), all’aereo che viaggia con poco carburante per risparmiare e precipita non c’è rimedio: così va il mondo.
    Ma la società umana invece cambia in continuazione alla ricerca del miglioramento. Non lasciamoci confondere da falsi obbiettivi, come la forsennata ricerca dell’aumento del PIL che nessuno può proclamare sarebbe stato il toccasana per salvare quei morti; chi può invece ritenere inutile istituzionalizzare la democrazia che impone a chi prende decisioni di soggiacere molto di più al controllo di un…

  • Ma la società umana invece cambia in continuazione alla ricerca del miglioramento. Non lasciamoci confondere da falsi obbiettivi, come la forsennata ricerca dell’aumento del PIL che nessuno può proclamare sarebbe stato il toccasana per salvare quei morti; chi può invece ritenere inutile istituzionalizzare la democrazia che impone a chi prende decisioni di soggiacere molto di più al controllo di un cittadino consapevole del proprio interesse e responsabile?

  • Mi sembra opportuno entrare nel merito di tutta la vicenda referendaria proprio perchè in tanti se ne sono interessati. Faccio una serie di osservazioni:

    Non so cosa intendono gli italiani essere la Costituzione. Io spero che la intendano essere un insieme di principi, dedotti dai saggi padri costituenti facendo tesoro delle proprie esperienze vissute e proprio per evitare le manchevolezze dei limiti di ciascuno assoggettandosi al vaglio delle esperienze degli altri per accrescere le proprie. I principi scritti nella costituzione proprio perchè espressione di personalità differenti ma che si erano opposti in blocco all’idea fondata sul premio al più forte della dittatura fascista, si avvicinano moltissimo ad esprimere il nucleo fondamentale della coscienza umana comune.
    Le due campagne referendarie sono state paradossalmente entrambe fondate sulla paura:
    L’argomentazione espressa con maggior vigore dai fautori del “SI”, secondo me non ha riguardato la riforma ma la necessità di adattarsi il meglio possibile al sistema di potere globale esistente. L’ammonimento della propaganda più agguerrita del “SI” è stato: guardate che cosa ci chiedono i gestori del mondo, quelli che contano. La situazione internazionale in crisi profonda esprime la necessità di cambiamenti all’impostazione globale ma mentre è fortissimo prevalente nella popolazione il sentimento di auspicare una società più giusta e solidale per far fede all’esortazione espressa dai principi dei diritti dell’uomo, resistono come una muraglia invalicabile le abitudini e i comportamenti adattati alle modalità oramai razionalmente superate della necessità di premiare il vincitore per ottenere dallo stesso la spinta ad espandere le scelte di maggior profitto. Il sistema globale oggi vigente continua a premiare il profitto invece le popolazioni chiedono altro: moltitudini si fanno sentire nell’unico modo che gli è concesso, mettendo a repentaglio la vita per ottenere il cambiamento.
    L’insieme caotico della propaganda per il “NO” trova al di là degli accorgimenti tattici, la spinta unitaria nella paura che il governante sia sospinto all’azione proprio dagli attuali governanti del mondo e voglia eliminare dalla costituzione quei vincoli, certamente utilizzati male con pessimi risultati, ma che invece contengono proprio lo spirito della costituente. Le riforme alla costituzione non si possono fare tradendone lo spirito fondante.
    La popolazione che ha votato “NO” chiede che si dia attuazione al principio mai veramente osservato: Il Popolo è Sovrano e si costruisca l’organizzazione più adatta a permettergli di trasmettere ai governanti le proprie aspirazioni di solidarietà e giustizia.

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