La grande partita europea dell’audiovisivo

La grande partita europea dell’audiovisivo

Venerdì 21 e sabato 22 ottobre scorsi si è tenuta l’annuale conferenza di Eurovisioni, giunta al trentesimo compleanno. E l’ultima edizione ha giustamente affrontato temi e contraddizioni della proposta di “Direttiva Servizi Media Audiovisivi (SMA), Copyright e Mercato Unico Digitale”, ora in discussione presso la Commissione cultura del Parlamento europeo.

Si tratta di un testo di notevole rilievo, che integra e supera lo storico atto del 1989, “Tv senza frontiere” (89/552/CEE), pilastro della diversità culturale e della tutela dei paesi europei dall’invasione di film e telefilm nordamericani: era l’epoca reaganiana e la commercializzazione del piccolo schermo avveniva attraverso l’immaginario d’oltre oceano, quello basso improntato dalla banalizzazione consumistica.

In verità, lo spirito della direttiva si proiettò sulle legislazioni nazionali arricchite da normative antitrust decenti. Infatti, le grandi concentrazioni non vinsero del tutto la partita e qualche argine riuscì a tenere. L’Italia fece eccezione e il berlusconismo trovò solo ostacoli di cartapesta, in un quadro di vera e propria invasione degli spot e delle telepromozioni, nonché di scarsissima attenzione al cinema indipendente.

Basti pensare che la legge 223 del 1990 (l.Mammì) interpretò in modo assai blando le regole sulla pubblicità; e solo il centrosinistra nel 1998 riuscì con fatica e con la contrarietà tanto della Fininvest quanto della Rai a varare la legge 122. Che mise un freno alle interruzioni dei programmi e dei film, in un paese in cui l’advertising pioveva sulla televisione nazionale e molto meno sui giornali o sull’emittenza locale.

Ecco. Ora la nuova proposta si pone l’ambizioso obiettivo di estendere la regolazione dei media classici all’universo digitale. A cominciare dai cosiddetti Over the Top (OTT), i potenti oligarchi come Facebook, Amazon, Google e loro omologhi.

Nel corso della discussione del convegno di Eurovisioni è emerso un potenziale asse dell’Italia con la Francia, ma per l’intanto sembra un atto di rispetto del passato piuttosto che la delineazione di una reale strategia per il futuro. Se non si capisce quale sia la tipologia dello scontro, pensando ad una tranquilla partita di tennis mentre è in corso un match di football americano, la direttiva rischia di diventare lennesima grida manzoniana.

Qui sta un banco di prova sull’utilità (o meno) della stessa Europa, cui spetta il dovere di evitare che il mercato unico digitale divenga il black carpet dei proprietari degli algoritmi. La spia di un simile pericolo è l’affidamento agli stati nazionali della potenziale soluzione del problema. Come dire respingere le falangi cross-mediali con le cerbottane. Serve, se mai, un duro negoziato attraverso un duro conflitto.

Ma il governo Renzi ha intenzione di occuparsene? La legge sulla Rai e il testo in discussione sul cinema appartengono ad un’altra epoca geologica e non entrano neppure sul terreno di gioco, preferendo guardarsi la contesa del Millennio in tribuna.

Giustamente, si è dedicata una sessione al servizio pubblico, prossimo al varo della concessione e del relativo contratto di servizio (si spera: la confusione terminologica è alta, visto che si riparla di “convenzione”, ormai superata dall’ordinamento). Si intendeva valorizzare l’iniziativa di consultazione delle scuole svolta da Articolo21 con la Fondazione Di Vittorio e il contributo di Giacomo Mazzone per Eurovisioni. Peccato che non ci fosse il governo, che dovrebbe pronunciare almeno una parola chiara sulle intenzioni.

Il manifesto, 26 Ottobre 2016

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