Serve una scossa

Serve una scossa

E’ indispensabile programmare una giornata di iniziative sull’informazione, sulle agguerrite tecniche manipolatorie utilizzate dai media radiotelevisivi nella campagna referendaria. In arrivo i dati, finalmente, dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Quelli dell’Osservatorio di Pavia sono stati appena resi noti.

Ma già si può anticipare la tendenza, rilevata anche dallo specifico gruppo di lavoro messo in piedi dal Comitato per il No. Sul piano quantitativo le percentuali si avvicinano (del resto a qualcosa saranno pure servite le proteste), ma su quello qualitativo le misure cambiano.

Infatti, mentre il Sì è avvolto nell’aura dell’ufficialità e parla con la voce “rassicurante” del governo, il No è presentato come un mosaico eclettico formato da forze politiche tra di loro lontanissime. Mentre la presenza dei giuristi che hanno animato l’opposizione alla “riforma” rimane sporadica e residuale.

Non solo. Il voto positivo alla consultazione è spesso il naturale punto di arrivo di una notizia. O, peggio, è l’arma segreta della conferenza stampa sulla legge di bilancio, il cui sottotesto è proprio il rapporto tra le misure finanziarie e la scadenza di dicembre.

Per non dire della vera e propria epopea di regime che ha fatto da cornice alla visita di Renzi negli Stati uniti, con il momento cult della conferenza stampa con Obama, laddove il voto italiano prevaleva bizzarramente sulla prossimo election day americana.

Veniva il magone a sentire persino Obama, indotto a recitare la parte del papà buono che riconosce i meriti del “capo” docile di un paese della periferia dell’impero. Che si ricorda per il cibo, la moda e i vini. E per Sophia Loren. Ci mancherebbe.

Scomparse o ridotte a riempitivo, invece, le notizie hard sul brusco calo dei contratti a tempo indeterminato, sull’aumento dei licenziamenti, sul triste primato dei voucher del nuovo schiavismo. O, più ancora, sull’impressionante aumento delle povertà. L’informazione, insomma, è assai manipolata e il referendum è fatto vivere come un immaginifico toccasana: lo spettacolo della politica al massimo della sua espressione.

I regolamenti sulla campagna referendaria varati dall’Agcom e dalla Commissione parlamentare di vigilanza sono, purtroppo, una stanca riedizione dei loro omologhi precedenti. Peccato che qui non si tratta di un periodo elettorale delimitato, bensì di otto mesi di contesa sui valori fondanti della democrazia.

Ad esempio, lo spot illustrativo del governo, che va avanti imperterrito ancorché sia una forma di pubblicità ingannevole, dovrebbe essere curato da un’entità autonoma e indipendente, non dagli uffici di Palazzo Chigi.

Così, la verifica dei tempi assegnati ai due schieramenti mediante le apposite tabelle richiede tempestività e non la cadenza di quattordici giorni. Così, soprattutto in prossimità del voto, le possibilità di riequilibrio in caso di violazione della ‘par condicio’ svaniscono completamente. Le sanzioni arrivano, cioè, per i posteri.

Ecco perché è indispensabile una giornata di lotta e di risveglio delle coscienze, con manifestazioni, proteste pubbliche e sit in. In accordo con le organizzazioni sindacali che stanno giustamente protestando contro il ricorso della Rai agli appalti esterni per diverse trasmissioni, mortificando le risorse interne.

Quanto al servizio pubblico, affidato ad un amministratore delegato preso dal mercato, è curioso che non si sia levata alcuna voce, quando Renzi ha annunciato la diminuzione del canone per il prossimo anno di dieci euro: 180 milioni in meno. Comincia lo spezzatino?

 

il manifesto, 19 ottobre 2016

 

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